In attesa di “Cloud Atlas” – Le strutture narrative labirintiche nel cinema contemporaneo (parte prima)

di Salvatore De Chirico 

Dopo mesi di mistero è stata finalmente rivelata la data di uscita nelle sale italiane di Cloud Atlas, ultima fatica cinematografica di Lana ed Andy Wachowski, creatori della trilogia di Matrix, scritta e realizzata insieme a Tom Tykwer, regista reso celebre dal lungometraggio Lola Corre. Il film, tratto dall’omonimo romanzo di David Mitchell, ha la durata di ben 172 minuti, e conta su un cast di primissimo livello: Tom Hanks, Halle Barry, Hugo Weaving, Jim Broadbent, Jim Sturgess, Doona Bae, Ben Whishaw, Hugh Grant e Susan Sarandon.

Cloud Atlas è una pellicola labirintica di enorme ambizione: un mosaico di sei frammenti narrativi, ambientati in altrettante epoche differenti, ma indissolubilmente connessi tra loro. È proprio “connessione” la parola chiave per comprendere questo film epico che spazia dal remoto 1849 sino ad un apocalittico 2321. Diverse storie si intrecciano, mostrando la potenza degli atti di umanità, capaci di influenzare il corso della vita futura e di creare una rete invisibile tra vite distanti temporalmente. Come recita la sinossi ufficiale del film:

“An exploration of how the actions of individual lives impact one another in the past, present and future, as one soul is shaped from a killer into a hero, and an act of kindness ripples across centuries to inspire a revolution.”

Il film, acclamato alla prima proiezione ufficiale al Toronto Film Festival con una standing ovation di oltre dieci minuti, è nelle sale statunitensi dal 26 Ottobre e sarà rilasciato in Italia a partire dal 3 Gennaio 2013.

Ecco il trailer ufficiale italiano in versione estesa:

In fremente attesa di Cloud Atlas, passiamo in rassegna alcune delle pellicole più influenti delle ultime due decadi, che si sono confrontate con i grandi temi della postmodernità: la perdita di un senso condiviso, il passaggio dalla causalità alla casualità, le derive del relativismo, la contrapposizione tra caos e destino e l’incertezza esistenziale dell’uomo. Questi nuovi paradigmi culturali hanno portato ad un’evoluzione del linguaggio cinematografico e ad un nuovo modo di costituire lo spettatore. I maggiori registi contemporanei hanno raccolto questa sfida vestendo i panni mitologici del celebre architetto Dedalo, costruendo dei labirinti sempre più complessi e tridimensionali, ove fondere e confondere passato, presente e futuro, l’oggettività e la soggettività, la dimensione ”reale” con quelle oniriche o parallele. Da qui il proliferare di universi diegetici sempre più opachi ed intricati, di narrazioni labirintiche non lineari, frammentarie, intrecciate, che rompono con i canoni della continuità spazio-temporale, proponendo strutture narrative multi-livello, circolari e difficilmente intelligibili1.

Si assiste dunque ad una perdita all’interno dell’economia del racconto che spesso ha un finale non risolutivo e che non ricompone tutti i pezzi del puzzle precedentemente mostrati. Un cinema che non fornisce quindi delle risposte, ma stimola lo spettatore ad un’attenta esegesi delle pellicole, al fine di trovare un proprio personalissimo filo di Arianna.

E’ proprio nelle modalità di costituzione dello spettatore che si sviluppa la seconda sfida che la postmodernità ha apportato al cinema. L’esperienza visiva del film cambia forma. Il regista colloca lo spettatore all’interno del labirinto, conducendolo con la macchina da presa in punti senza alcuna via d’uscita, mostrando personaggi sempre più ambigui e difficili da comprendere, rappresentando azioni ed eventi sconnessi o difficilmente collegabili, creando un senso di forte disorientamento ed in alcuni casi anche di frustrazione.

METROPOLI E NUOVI LABIRINTI CONTEMPORANEI

Narrazioni labirintiche e frammentate sono spesso ambientate nelle grandi metropoli, caotiche e pericolose, metafore del caos e della mancanza di ordine, dove la piccolezza dell’uomo si contrappone alla grandezza spesso alienante dell’ambiente circostante. Non è un caso che la maggior parte delle pellicole scelgano la California, non come semplice location, ma come protagonista centrale della vicenda. Penso alla Los Angeles del pluripremiato Crash – Contatto fisico di Paul Haggis, a quella meno riconoscibile dei motel periferici di Memento, all’oscura e misteriosa città dei sogni attraversata dalla Mulholland drive che presta il nome al film di Lynch, alla San Ferdinando Valley di Magnolia di Paul Thomas Anderson ed ancora all’area metropolitana di Inland Empire nella periferia ad est di Los Angeles.

Los Angeles, Hollywood e la California, luoghi da sogno dell’immaginario collettivo, che vengono rappresentate nelle zone d’ombra, più cupe e ricche di insidie. Un terreno fertile per storie di omicidi, violenza, odio, paura e incomprensione.

”In una città’ vera si cammina. Sfiori gli altri passanti, sbatti contro la gente. Qui a Los Angeles non c’e’ contatto fisico con nessuno: siamo tutti dietro vetro e metallo. Il contatto ci manca talmente tanto che ci schiantiamo contro gli altri per sentirne la presenza.” da Crash-Contatto fisico

Un’altra metropoli che magistralmente si presta a raccontare l’incomunicabilità è la Tokyo di Babel, dove Alejandro Gonzalez Inarritu mette in scena le difficoltà dell’adolescente sordomuta Chaiko. La macchina da presa indugia spesso sul traffico, sul caos, sulle luci e sulla maestosità degli edifici, rappresentando il senso di smarrimento che la stessa giovane protagonista prova, sentendosi sola e persa in una folla di gente. La condizione di Chaiko, segnata dal suicidio della madre, è rappresentata con grande raffinatezza e Tokyo simboleggia perfettamente la sfera emotiva della sua interiorità

A queste labirintiche metropoli si contrappongono le tranquille cittadine americane, dove un senso di quiete e familiarità diffuso non è che il preludio ad orribili vicende. In questi casi gli autori vanno a scandagliare i turbamenti e le perversioni che si celano al di là degli orpelli e delle facciate di una società ipocrita e piccolo-borghese. Questa inquietante dialettica tra la calma apparente e la ”banalità” del male, si sviluppa parallelamente sia sul piano ambientale che su quello psicologico dei personaggi. Penso ad esempio a Twin Peaks, piccola località montana tra Stati Uniti e Canada, dove David Lynch e Mark Frost ambientano una delle serie più enigmatiche ed agghiaccianti della televisione. Oppure la cittadina di Lumberton che in Blue Velvet fa da sfondo alla torbida relazione sado-masochista tra la tanto splendida quanto turbata Dorothy Vallens e il suo violento maniaco persecutore Frank.

NARRAZIONI CORALI – NO MAN IS AN ISLAND

Dal poema di John Donne, nessun uomo è un’isola. L’esistenza di ognuno non si può qualificare se non in relazione agli altri. Quanto le nostre azioni influiscono sugli altri? Caos o determinismo?

Il cinema si pone anche l’obiettivo di fornire delle risposte, o meglio delle interpretazioni, a questi dilemmi metafisici. Sono quindi convocati universi complessi di sintesi, dove tutte queste componenti sembrano convivere, seppure in misura e peso differenti, a seconda di quella che sia la visione del mondo dei vari autori.

Magnolia è una pellicola scritta e diretta da Paul Thomas Anderson nel 1999. Il regista raccoglie con questo film corale l’eredità lasciata da Altman con Short cuts, e mette in scena le vicende di diversi personaggi, che si intrecciano nell’arco di ventiquattro ore nella San Ferdinando Valley, terra natìa dello stesso Anderson. La struttura narrativa appare estremamente complessa poiché, rispettando l’unità di tempo e di spazio, Anderson è abile a descrivere, con una sorprendente acutezza e lucidità, le psicologie di nove personaggi differenti. Il risultato finale è un’opera di 160 minuti, assolutamente fuori dagli standard hollywoodiani, che mostra un affresco antropologico quanto mai vivo e sofferente.

Il prologo del film, apparentemente avulso dalla storia, racconta di tre eventi di cronaca: un omicidio, un tentato suicidio (fallito) trasformatosi in omicidio e una morte fortuita a cui segue il suicidio. La voice over afferma che vicende simili non possano essere catalogate come ”qualcosa che succede” o come ”uno scherzo del caso”, poiché ”stranezze del genere accadono di continuo”. Dunque sin dall’esordio del film il regista, attraverso la voce narrante, prende le distanze da un universo completamente dominato dal caos, e racconta diverse storie dove ognuno ha delle responsabilità, ponendo l’accento su come ogni scelta, in particolare quelle sbagliate, abbia conseguenze sulle altre persone. La pellicola dialoga costantemente con l’amore (in ogni sua forma) e la morte, mettendo in scena un bisogno disperato di vita e di legami, in quadro di solitudini strazianti e vuoti esistenziali.

La narrazione corale è rappresentata da P.T. Anderson attraverso un frequente ricorso al piano sequenza, elemento registico che caratterizza lo stile dell’autore, già apprezzabile nelle precedenti pellicole come ad esempio Boogie Nights. Questa figura ricorrente non rappresenta solo un elemento visuale, ma una vero e propria scelta enunciativa del film. A tal riguardo risulta essere davvero interessante il lunghissimo making off del film, presente negli extra dell’edizione statunitense in DVD, ove è mostrata la preparazione dei diversi piano sequenza.

Magnolia è un film aggressivo, concitato, complesso, con personaggi costantemente in bilico, sull’orlo di una crisi di nervi. Si oscilla, senza mai minare la continuità temporale, tra passato e presente, rimpianti e pentimenti, errori con cui convivere. Uno dei motivi di base continuamente ribadito è la capacità degli eventi passati di determinare quello che siamo e la vita che viviamo:

”Noi possiamo chiudere col passato, ma il passato non chiude con noi”.

È proprio su questo coro di sofferenza che si abbatte la pioggia di rane, che pur attentando al realismo della messa in scena, allontanando per un attimo lo spettatore, riesce a mantenere la verosimiglianza attraverso l’accettazione da parte dei protagonisti, dopo uno stupore iniziale, dell’evento accaduto.

Anderson dipinge un universo di persone egoiste ma fondamentalmente sole. Non c’è una assoluzione o un lieto fine complessivo, ma riavvicinamenti parziali e nuove speranze.

1 F. Di Chio, L’illusione difficile, Milano, Bompiani Editore, 2011, p.218

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. carlesmartinez88 ha detto:

    Good article man! Lot of references in a very interesting text.
    I’m really expecting to watch the new Wachowski brothers. But I have to wait, cos it isn’t in theaters yet.

    By the way, do you think that Inception (Nolan, 2010) could be included in the “METROPOLI E NUOVI LABIRINTI CONTEMPORANEI” group that you are talking about?

    Greetings!

  2. salvdedalus ha detto:

    Absolutely yes. The structure of Inception has the perfect shape of a modern labyrinth. Different narrative levels very well connected by the director. Reality and dream gradually lose their boundaries, creating a very complex universe in which the spectator has an active function. So, totally agree with you. Inception, as well Shutter Island of Scorsese, is the perfect modern Labyrinth. In the second part of this article, online tomorrow we’ll discuss about another Nolan’s masterpiece, Memento.

    Thank you for your contribution! Very appropriate!

    Greetings!
    S.

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