Scienziati e potere – Note sulla condanna alla Commissione Grandi Rischi

di Mattia Galeotti

La condanna per omicidio colposo alla Commissione Grandi Rischi arriva e lascia un po’ attoniti. Chi lavora nell’ambito delle scienze fatica a comprendere. La previsione dei terremoti è un ambito su cui si sa pochissimo ed è scientificamente corretto dire che il 30 marzo 2009 il rischio terremoto non si era alzato rispetto alla norma. Tutto vero, tanto vero da far dubitare seriamente chi scrive che il verdetto possa resistere ai tre gradi di giudizio.

Eppure…

Eppure l’intercettazione in cui Bertolaso comanda a bacchetta gli esperti della Commissione Grandi Rischi ordinando di tranquillizzare la popolazione ci fa scattare indignati, perché evidentemente il ruolo dello scienziato non può essere quello di semplice “enunciatore a comando” di conoscenze che solo lui possiede, perché vediamo tangibile il rischio che si crei una barriera alla fruizione libera di saperi tanto importanti quali la capacità di prevedere e (soprattutto) prevenire le grandi catastrofi naturali. È a questo punto, però, che la nostra indignazione non può risolversi nell’attacco forcaiolo a qualche “esperto”, è a questo punto che dobbiamo abbandonare la ricerca consolatoria di un colpevole per guardare più da vicino la microfisica di poteri che questo scandalo ci scoperchia di fronte agli occhi.

Non crediamo che esista una scienza con la S maiuscola, non crediamo che la scienza esista in quanto aggregato discorsivo uniforme, in quanto processo che annulla le differenze in nome di una raggiunta verità scientifica. Crediamo invece che le scienze esistano come piano discorsivo multiforme, un piano che interagisce in un rapporto osmotico e continuo con tutti gli altri piani del sapere e questo è vero tanto più quando si tratta di saperi scientifici centrali nella vita di un paese ad alto rischio sismologico quale è l’Italia.

C’è invece un’ideologia della scienza come processo uniforme e lineare mirato all’enunciazione progressiva di alcune verità, un’ideologia molto presente nelle nostre facoltà scientifiche e del tutto speculare all’ideologia dei “tecnici” al governo, unici portatori di una verità superiore. Un’ideologia che ha come effetto quello di staccare la scienza dai processi reali, spesso conflittuali, che ne sono alla base, di determinare una separazione tra lo scienziato ed il cittadino. Un’ideologia che fa abdicare, in fin dei conti, gli scienziati dal loro ruolo politico.

Sul piano concreto ciò che vediamo è che terremoti di modesta entità continuano a causare centinaia di vittime, le responsabilità sono trasversali ma risulta evidente come la Protezione Civile abbia oggi quasi abbandonato la mitigazione dei rischi per dedicarsi al drenaggio di denaro pubblico verso privati. Questo, unitamente alla mancanza di piani locali di messa in sicurezza, è la vera causa della catastrofe aquilana. In tutto ciò qual è il ruolo della comunità scientifica? Certo non sono mancati gli allarmi sullo stato di cose, ma se si fa eccezione per gli interventi di alcune personalità “impegnate” del mondo della geologia e della vulcanologia questi allarmi hanno sempre avuto un’eco molto limitata, non hanno mai saputo imporsi: ciò che manca è la volontà di agire politicamente proprio in quanto scienziati, di prendere parola sulle decisioni come soggettività del mondo scientifico.

L’importanza di un asserto scientifico non sta solamente nella sua veridicità o falsità, bensì negli effetti concreti che riesce a produrre: quello degli effetti può quindi essere un problema estraneo al mondo della ricerca? Ci sembra assolutamente di no. Al contrario il mondo scientifico accetta sempre di buon grado il suo ruolo meramente consultivo e tende a porre al di fuori di sé le problematiche ed i conflitti relativi all’effettivo uso politico dei saperi.

Le conseguenze le vediamo nitidamente in questo caso: avendo completamente in mano il processo di informazione sulla vicenda, dopo lo sciame sismico di inizio 2009 la Protezione Civile decise di tranquillizzare gli animi puntando su una “strategia della previsione”. Non furono date informazioni false, le probabilità di un terremoto in quei giorni erano realmente molto basse, ma cosa c’era da stare tranquilli se alla prima modesta scossa le case sarebbero comunque crollate come poi hanno fatto? Il grave errore non è avvenuto in quel periodo, ma lungo anni in cui alla strategia di Bertolaso non si è saputa opporre una linea alternativa, che puntasse su una grande opera di prevenzione nei territori. Anche l’asservimento della Commissione alle logiche della Protezione Civile non è che una conseguenza di questa mancanza. Nessuna consolatoria ipotesi di complotto può funzionare, nessuna verità nascosta: solo l’incapacità di comprendere appieno una battaglia politica dentro la quale ogni scienziato si trova inevitabilmente.

In tutto questo la tanto discussa condanna ci sembra raggiungere un effetto paradossale: se effettivamente l’accento del discorso deve spostarsi dalla previsione ad una vasta e diffusa prevenzione, la sentenza per omicidio colposo si concentra invece sui fatti del marzo 2009 suggerendoci che una previsione “migliore” era possibile e finendo per legittimare proprio la strategia della Protezione Civile.

Anche la teoria di un “problema di comunicazione” tra scienza e società che è apparsa con frequenza nel dibattito pubblico non ci convince, perché lascia intendere l’esistenza di una scienza oggettiva, “ben spiegata”, non strumentale. In fin dei conti anche questa tesi separa artificialmente il problema della ricerca “in sé” da quello dell’uso politico (e quindi anche della diffusione pubblica) della ricerca.

Dobbiamo invece rivendicare una cultura della scienza come spazio non uniforme di confronto sui saperi scientifici e sul loro utilizzo, combattendo aspramente quell’idea di scienza “pura” utile soltanto al Bertolaso di turno e ad un sistema così vorace da fare profitto persino sulla sicurezza dei nostri territori. Questo traguardo non ce lo potrà dare però nessun processo, non sarà lo scalpo di qualche “esperto” a ribaltare una cultura ben radicata né tantomeno ad impedire che gli interessi del profitto si impongano ancora su scelte centrali per le nostre vite. Non sarà un giudice a cambiare questa situazione, ma solo nuovi conflitti sociali potranno riconquistare un modo degno di utilizzare i saperi, nuove lotte di donne e uomini e quindi anche di scienziate e scienziati.

9 Comments Add yours

  1. Luca ha detto:

    Articolo molto bello. Nonostante le sfuriate difensive dei vari Odifreddi di turno (ma anche di associazioni internazionali come la Union of Concerned Scientists) o di Clini, che scomodano addirittura Galileo, questo non è un processo alla scienza e non lo è mai stato. E’ un processo politico. E secondo me si sono trovati dei comodi capri espiatori. La commissione grandi rischi ha dichiarato quello che la protezione civile (l’autorità in materia) gli aveva ordinato di fare. E’ un po’ come essere condannati per avere obbedito alla polizia, si può e si deve essere condannati in caso di reato, ma non si può accusare la mano senza tirare in ballo la testa. E qui l’articolo centra il vero punto della questione. Lo scienziato è un cittadino, e come tale ha due alternative: o partecipa alla politica (nelle sue più svariate forme) oppure si richiude passivamente nel motto “la scienza non fa politica”, che tradotto dal linguaggio dell’ideale a quello del reale suona più veritiero come “la scienza fa il gioco del potere costituito”. In più solleva anche la questione dello scienziato come “cittadino più informato degli altri” (sulle questioni di sua competenza, ovviamente non in maniera assoluta), e quindi con maggiori responsabilità, cosa che rende più grave il suo asservimento.

  2. Gianluigi ha detto:

    Non sono molto d’accordo con questa analisi. Premesso che, non essendo ancora uscite le motivazioni della sentenza, mancano degli elementi fondamentali per la discussione, resto comunque stupito che si continui a tirar fuori la questione della previsione come parte fondamentale di questa storia. La previsione non c’entra niente, come detto qui http://bit.ly/PoHO16 molto meglio che nell’articolo del corriere linkato da questo post. E dove fra l’altro si ricorda che il verbale della commissione è stato redatto DOPO il terremoto.

    Quella del “problema di comunicazione”, invece, non è affatto una teoria, ma LA cosa stessa di cui si sta parlando. E più che di problema, si dovrebbe in realtà parlare di SCELTE. Cioè: la protezione civile ha scelto di tranquillizzare a prescindere, senza prendere nessun altro tipo di iniziativa, anzi proprio per non dover prendere nessun altro tipo di iniziativa, in notevole sintonia con le strategie berlusconiane dell’epoca. I partecipanti alla commissione grandi rischi si sono resi complici di tutto questo: dalla commissione non è uscito un “non possiamo sapere”, ma un “state tranquilli, lo dicono anche gli scienziati”. De Bernardinis, infatti, oltre a dire di andarsi a bere un bicchiere di Montepulciano, ha detto anche che lo sciame sismico in corso scaricava energia e quindi abbassava le probabilità di un terremoto di forte intensità. Boschi (presidente dell’INGV, mica un ricercatore in attesa di conferma) e gli altri si sono ben guardati dal correggere queste affermazioni. Una settimana dopo sono morte 309 persone. (E faccio notare a Luca: il presidente dell’INGV deve obbedire alla protezione civile? E perché mai, se non perché politicamente colluso?).

    Ora, condannare questo comportamento significa volere una scienza “oggettiva”? Essere “forcaioli”? Cercare capri espiatori? Onestamente non vedo come. Intanto non sono stati condannati solo gli scienziati: De Bernardinis e Dolce sono organici alla protezione civile, Barberi della commissione era il presidente, almeno in quella riunione. Dopodiché, per come la leggo io, questa condanna sancisce più che altro che gli organi ufficiali hanno delle grandi responsabilità e devono stare attenti a ciò che fanno e dicono. A me non sembra che qualcuno abbia chiesto una “previsione migliore”. A me sembra che il messaggio sia che la commissione grandi rischi non può essere una pagliacciata, perché c’è in ballo la vita della gente. (e segnalo, a tal proposito, questo articolo: http://onforb.es/Q8oHIL).

    Le condanne sono troppo pesanti? Forse. Andava condannato Bertolaso? Magari! Ma lui dalla commissione se ne è tenuto ben lontano. Va condannato chi ha costruito male? Sicuro! Ma tutto questo non significa che la commissione non abbia responsabilità. Teniamo presente, fra l’altro, che L’Aquila aveva (purtroppo devo dire aveva) un centro storico di grandi dimensioni e molto antico, qualcosa che non può essere messo in sicurezza. Un terremoto di 6.3, che non è affatto modesto, non poteva non fare danni.

    1. Luca ha detto:

      Cerco di chiarire meglio. Io sono fermamente convinto che la commissione grandi rischi abbia delle gravi responsabilità in quello che è successo, esattamente come fai notare tu per quanto riguarda la comunicazione e la scelta di obbedire a ordini superiori. Ciònonostante la questione secondo me è complicata, e la teoria della “collusione politica” forse è un po’ eccessiva. Alla commissione scientifica spettava l’analisi dei dati, ma la decisione di cosa fare di quei dati (incluso come divulgarli: il fatto che la probabilità di un forte terremoto non fosse alta è scientificamente corretto, il fatto di divulgarla con toni da “bevetevi pure tranquillamente il vostro Montepulciano” è disastrosa) spettava alla protezione civile. Quali siano le motivazioni che hanno spinto le autorità a scegliere una “strategia della tranquillizzazione” non lo so, e non sento di avere le competenze per giudicare. Per rispondere alla tua domanda diretta, credo che la commissione tutta avesse il dovere di rifiutare di obbedire e di dire la semplice verità: “non abbiamo i mezzi e le conoscenze per fare previsioni”, e per questo debba scontare le sue responsabilità. Questa sentenza ha messo in luce uno degli aspetti controversi del rapporto fra scienza e potere, e ha sottolineato l’importanza che ha per uno scienziato una formazione di stampo politico-sociale che lo porti a riflettere sul suo ruolo nella società e sulle sue responsabilità. Per esperienza personale questo tipo di formazione è totalmente assente nelle università e viene demandata alla “formazione personale” del singolo scienziato. Sforniamo così mediamente una massa di tecnici magari molto preparati nel loro campo, ma totalmente disinteressati al loro ruolo nella comunità. Casi come quello dell’Aquila sono secondo me proprio lo specchio di questo “isolamento” della scienza dalla società.. Come hai fatto notare tu, tristemente sui giornali si preferisce parlare a sproposito di Galileo…

  3. A. B. ha detto:

    mah…

    lasciamo perdere per un attimo tutti i discorsi sulla scienza, sui terremoti, su previsioni e prevenzioni

    parliamo in generale, facciamo un esempio, senza alcun riferimento a persone o a fatti accaduti:
    c’è un amministrazione pubblica che paga con soldi pubblici dei liberi professionisti per avere da questi un servizio, un parere, una consulenza tecnica…
    a un certo punto arriva un politico che fa presssione su detti professionisti perché questi, anziché esprimere “in scienza e coscienza” quello che effettivamente sarebbe il loro parere professionale, si esprimano in modo significativamente diverso, secondo i desideri del politico…
    a questo punto i professionisti in questione, potendo comunque rimettere il loro incarico e denunciare pubblicamente (e alla magistratura) i fatti, scelgono invece deliberatamente di conformarsi a quanto loro richiesto dal politico…

    volendo possiamo anche immaginare di applicare questo esempio a una situazione che certamente si è già verificata e si verifica ancora:
    nel comune di XYZ uno speculatore edilizio senza scrupoli vuole realizzare una lottizzazione vicino al letto di un fiume, presenta la richiesta all’ufficio tecnico del comune e chiede “aiuto” all’assessore suo amico di partito…
    l’assessore fa pressione sul funzionario responsabile che decide di ricorrere a una consulenza tecnica che viene affidata a un gruppo di professionisti (diciamo un ingegnere e un geologo)…
    l’assessore allora fa pressione anche su questi professionisti (amici di amici di partito) i quali, pur riscontrando i rischi che deriverebbero dall’edificare nell’area in questione, decidono di “aiutare” l’assessore sottostimando i rischi in modo che si possa arrivare a autorizzare la lottizzazione…
    qualche tempo dopo, la lottizzazione viene realizzata e, dopo un paio di anni, a seguito di una pioggia eccezionale, il fiume esonda, tutta l’area viene inondata e molte porsone muoiono nel fango…

    ora, i media e la cosiddetta “opinione pubblica” sarebbero sicuramente d’accordo a dire che:
    il comportamento del politico è sicuramente contrario al pubblico interesse, è moralmente e politicamente censurabile e, molto probabilmente, configura anche dei reati
    il comportamento dei professionisti, oltre che violare etica e deontologia professionale, configura anch’esso, molto probabilmente, dei reati
    e le responsabilità del politico e dei professionisti sono tanto più gravi quanto più sono gravi le conseguenze dei loro comportamenti

    e nessuno si stupirebbe (sarebbe sammai l’esatto contrario!) se un tribunale dovesse condannare penalmente questi soggetti, interdicendoli anche da qualsiasi pubblico ufficio…

    perché invece ci si stupisce per la condanna alla commissione grandi rischi (e il “politico” non è stato perseguito?), perché si introducono tutti questi discorsi sulla scienza (arrivando anche a citare -completamente a sproposito- la condanna a Galieli), sulla prevedibilità dei terremoti, sulla prevenzione ecc. ecc.???

  4. Mattia Galeotti ha detto:

    Cerco di rispondere perché gli ultimi due commenti toccano quelli che sono secondo me degli aspetti centrali:

    1. il 30 marzo 2009 era scientificamente corretto dire che la probabilità di terremoto era lievemente sotto la norma. Era scientificamente corretto dire che dopo uno sciame del genere è difficile che si verifichi un terremoto come quello che c’è stato. Mi pare importante dirlo perché come ho scritto nel pezzo non credo a nessun “complotto”, il misfatto non c’è stato perché sono state dette delle bugie, ma per l’uso politico che è stato fatto di alcune verità.

    1bis. da questo semplice fatto si dovrebbe capire quanto poco ne sappiamo dei terremoti e quanto la Commissione non potesse che essere una pagliacciata: rassicurare sulla scarsa probabilità di un fatto che sappiamo prevedere con bassissima probabilità è quanto di più assurdo ci possa essere, anche se scientificamente corretto. Il problema sta proprio nel fatto che quella Commissione esisteva senza che la comunità scientifica si scandalizzasse per la sua inutilità.

    2. per un terremoto di 6.3 della scala richter in giappone non cadono nemmeno i vasi dei fiori dai balconi, chiamarlo modesto è un modo sintetico di tradurre le mie conoscenze scientifiche.

    3. il punto resta che la Commissione era l’unico organo che poteva parlare della situazione con quella autorevolezza, ed era in mano a Bertolaso. Nonostante gli allarmi non c’è stata la capacità di costruire una linea politica alternativa: si badi bene, non una linea che svelasse verità nascoste dalla Commissione, semplicemente una linea che facesse discendere dalle verità note a tutti scelte politiche differenti. Io sono ben d’accordo che ci sia bisogno di “condannare” il gruppo che ha fatto la scelta strategica di puntare sulla “rassicurazione”, ma non in quanto gruppo scientifico proprio in quanto gruppo politico che prendeva delle scelte: questa sentenza, nel suo riferirsi solamente ai fatti di inizio 2009 e nel suo tenere fuori Bertolaso non va assolutamente in questa direzione.

    4. anche se l’esempio su l’edificabilità del letto di un fiume mi pare avere parecchie differenze col caso in questione, credo comunque che anche in quel caso il problema non stia tanto in quei 4 tecnici che si fanno “convincere” a dare l’autorizzazione, ma piuttosto nell’incapacità di organizzare una difesa politica dei territori dalla predazione del profitto.

    1. A. B. ha detto:

      cito: 1bis. da questo semplice fatto si dovrebbe capire quanto poco ne sappiamo dei terremoti e quanto la Commissione non potesse che essere una pagliacciata:

      giustissimo…
      e dunque, come vogliamo chiamare dei professionisti della materia che abbiano accettato di far parte di una tale commissione?
      e come vogliamo definire il loro comportamento quando, pressati da un politco a esprimere dei pareri in contrasto con i presupposti scientifici della materia, non si dimettono e non denunciano?
      e come vogliamo chiamare la circostanza per cui, invece che dimettersi e denunciare, esprimono un parere chiamiamolo “incauto” dal quale deriva la morte di molte persone? reato non è forse un termine appropriato? e una condanna penale in conseguenza di tale reato non è forse ciò che sarebbe “normale” attendersi?

      cito: 4. anche se l’esempio su l’edificabilità del letto di un fiume mi pare avere parecchie differenze col caso in questione,

      sì, forse… ma stai fraitendendo (spero non volutamente)

      come del resto ben esplicitato nell’esempio generico che precedeva, l’esempio “pratico” NON era sulla l’edificabilità del letto di un fiume… l’esempio NON era sui terremoti o sulle inondazioni…
      l’esempio era su dei tecnici liberi professionisti incaricati e pagati da una pubblica amministrazione che, anziché esprimere “in scienza e coscienza” quello che effettivamente sarebbe il loro parere professionale, anziché dimettersi dall’incarico e denunciare i fatti (manifestamente illeciti), ne esprimono uno “taroccato” per accontentare un politico
      l’esempio era su dei COMPORTAMENTI quantomeno DISCUTIBILI (che, nel caso particolare in questione, sono piuttosto, secondo il tribunale, dei reati per i quali è stata emessa una condanna penale)

      cito: credo comunque che anche in quel caso il problema non stia tanto in quei 4 tecnici che si fanno “convincere” a dare l’autorizzazione

      non stà qui il problema? ma scherziamo???
      il problema -oltre che nel comportamento inqualificabile del politico- sta *anche* in quei tecnici che si sarebbero dovuti dimettere a avrebbero dovuto denunciare i fatti, e che invece non lo hanno fatto

      cito: il problema […] stia […] piuttosto nell’incapacità di organizzare una difesa politica dei territori dalla predazione del profitto

      come prima, il problema è *anche* questo…
      ci sarebbe comunque da precisare meglio: l’incapacità di chi? di certo dei politici, di certo dei tecnici… ma anche (e soprattutto) dei cittadini che permettono che questi comportamenti sussistono e che accettano di delegare le loro stesse vite a questa incapacità

      1. Mattia Galeotti ha detto:

        Nell’articolo non cerco di dare risposte moraliste sulle “colpe”, cerco di indagare un clima culturale che relega la scienza fuori dall’agone politico. Sinceramente il tuo continuo riferimento alla “scienza e coscienza” fa perfettamente parte di questo clima politico: non esiste un modo “super partes” di fare scienza, quello che tento di rilevare è che non c’è stata, nell’agire della commissione grandi rischi, una forte discontinuità rispetto a quello che avviene in tutte le facoltà scientifiche: si raccolgono una serie di dati ma poi non ci si domanda secondo quali logiche diffonderli! Questa mancanza non è da poco, evidentemente una decisionalità su temi del genere prenderà sempre il sopravvento e spesso sarà una decisionalità animata dalle regole del profitto.

        Per essere ancora più chiaro ti spiego come leggo io la famosa intercettazione di Bertolaso: ci sono degli esperti che credono che tutto quello che devono fare è rilevare dei dati, rilevano il dato che la probabilità di terremoto è lievemente diminuita. A quel punto Bertolaso consiglia di tranquillizzare la popolazione perché il panico non è certo d’aiuto in quel momento: un consiglio molto sensato che gli “esperti” non possono che seguire, visto che la situazione è identica a quella di un mese prima, due mesi prima, un anno prima… il punto allora è: come mai quegli “esperti” ma anche tutti gli altri non hanno mai imposto una linea politica che rilevasse che non c’era da stare tranquilli MAI. Nè il 30 marzo, nè il mese prima, nè l’anno prima… nè c’è da stare tranquilli adesso!

        Quello che voglio sottolineare è che se cerchiamo di condannare una strategia politica (quella che punta sulla previsione), non è certo un tribunale il luogo adatto. Se invece cerchiamo colpe giuridiche gli scienziati della Commissione Grandi Rischi sono colpevoli solo di aver detto delle inutili verità.

  5. Francesca ha detto:

    “e come vogliamo chiamare la circostanza per cui, invece che dimettersi e denunciare, esprimono un parere chiamiamolo “incauto” dal quale deriva la morte di molte persone?”
    Non voglio entrare a pieno nel merito del discorso tuttavia voglio concentrarmi su questa frase. Davvero pensiamo che la morte di molte persone derivi dall’incauto parere della commissione grandi rischi? Premesso che leggere la vostra discussione è molto interessante per riflettere sulla questione (e ancora comunque non ho un’idea precisa), non posso non sottolineare il fatto che comunque questi scienziati sono stati condannati per omicidio colposo plurimo. Allora mi chiedo, davvero si può attribuire ad un “mancato allarme” per un terremoto, impossibile da prevedere almeno per quanto dice la comunità scientifica mondiale (confutatemi pure), la morte di 309 persone? O piuttosto queste morti sono il frutto di una politica malata di profitto, che per anni ovunque ha preferito far costruire con condoni e porcate varie a discapito della sicurezza dei cittadini? La condanna di questi scienziati viene disegnata, inoltre, come un canale di sfogo di quella rabbia accumulata giustamente negli anni dai cittadini aquilani dopo aver visto che a 3 anni di distanza c’è un centro storico fantasma e le C.A.S.E. sono state costruite non rispettando i parametri di sicurezza standard; sembra che il colpevole sia stato ormai trovato e che possiamo vivere in pace. Però i palazzi che sono crollati hanno un nome e un cognome così come ha nome e cognome l’operazione mediatica che c’è stata costruita sopra.
    Concludo: penso che l’articolo di Mattia, più che voler decretare il *colpevole* voglia lanciare una discussione che trascende l’Aquila, una discussione aperta su come noi stessi ( scienziati o aspiranti) a partire dai luoghi stessi in cui ci formiamo o in cui andremo a lavorare intendiamo il rapporto tra scienza e potere: la scienza non è oggettiva e spesse volte cerca ciò che vuole trovare. E allora proprio in virtù di questo, e io concordo con Mattia, bisogna distruggere nel senso comune il fatto che la scienza sia un sapere oggettivo e il fatto che bisogna “credere” nella scienza come verità perchè è in realtà solo strumento che come tale può essere usato in diversi modi.

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