Recensione a “Diario di un’insurrezione” di Sergio Baratto

di Luca Cristiano

Se un altro mondo è possibile, siamo sicuri che non sia peggiore di questo?

A leggere questo «racconto personale ma collettivo di una marcia ostinata attraverso gli anni Zero» (sottotitolo), di Sergio Baratto, il dubbio viene. Innanzitutto per il criterio secondo cui si orienta la disposizione di un testo che prova a chiarire cosa sia accaduto in Italia e nel mondo negli ultimi dieci anni attraverso la testimonianza individuale e appassionata di chi ha investito se stesso nella lotta politica: si parte da uno sguardo universalizzante, che sente come propri i rischi ambientali delle Galapagos, si chiude su una serie di riflessioni che sono quasi esercizi spirituali e rimedi d’emergenza contro l’aggressione perpetua della forma di vita tardocapitalistica. Ci si muove, insomma, in deduzione forzata dal Noi che intitola l’inizio del discorso all’Io su cui si orienta la riflessione finale. L’investimento nel collettivo ha come risultato la costrizione alla singolarità, ultimo baluardo e spazio di cambiamento ancora a disposizione: «Ora posso almeno trasformare l’immobilità morta cui mi costringe la stagnazione della vita collettiva nell’immobilità piena di movimento seminale che precede il balzo in avanti» (p. 105).

Questo movimento che dal pubblico ricaccia nel privato è inesorabile, anche se il privato resta pubblico e l’analisi lucida  non significa automaticamente rassegnazione. Dallo spazio significativamente ‘mondiale’ di Genova 2001, l’autore è ricacciato entro l’orizzonte intimo del dominio individuale, che lo vede camminare per le strade di Milano cercando in tutti i modi di evitare il ‘contagio’ del capitalismo estremo e quindi incattivito, proteiforme, schizofrenico e omnipervasivo. Dall’invasione progettata in massa agli albori del millennio si passa all’opposto geometrico della protezione di se stessi in attesa di tempi migliori.  Baratto insiste sul rigore necessario a che questa difesa sia strenua ed eviti i rischi speculari dell’egoismo e del misticismo equo e solidale, ma resta il fatto che alla fine di una vicenda decennale, oggi, l’internazionalità è sottratta, non resta che «stilare un breve elenco di esercizi […] decalogo personale delle cose da fare» (ancora p. 105).

Fine delle speranze nel buon esito della rivolta più moltitudinaria del nostro tempo, fine delle volontà sociali di autorappresentazione? Forse sì, forse no. Intanto il giudizio è sospeso, la disciplina di Baratto trova oggetti più immediati, il decalogo si compone delle attitudini coltivate a Disertare, alla Solitudine interiore, a Marciare leggero; astenersi da Televisione  e Droghe; esercitarsi all’Attenzione; impegnarsi a Coltivare l’albero dell’odio e Coltivare l’albero dell’amore (secondo un insegnamento del Subcomandante Marcos che fa da esergo al Diario), Scendere in strada.

Il libro, nonostante l’impressione che può destare la sua riduzione finale alla nuda strategia difensiva del Decalogo, ha il merito di chiudersi sull’accentuazione della complessità, ricacciando indietro la tentazione di facili schematismi che sistemino il presente come sentenza di morte per autocritica e inefficienza dei movimenti e che provino a indurre all’inerzia. Da questo punto di vista l’esposizione della propria intimità funziona da garanzia per l’autore, che ritorcendo contro se stesso tutte le contraddizioni di cui non viene a capo evita il rischio in cui tanti narratori della propria storia sono caduti in questi anni: porre se stessi come esempio univoco se non cristologico, immettere nel flusso dei discorsi la storpiatura di un punto di vista costitutivamente obiettivo perché autobiografico: datemi uno specchio e ripulirò il mondo.

Resta, appunto, il mondo. Il luogo delle concordanze sovraindividuali di significato, la somma incalcolabile dei rapporti di senso e di forza, il punto di intersezione tra ciò che è perduto e ciò che è possibile, situato, come amava ripetere Lenny Bruce, in ciò che è e non in ciò che dovrebbe essere.

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