Post mortem nihil – Una recensione a “Il nome giusto” di Sergio Garufi

di Lorenzo Mecozzi

Il nome giusto, Ponte alle Grazie 2011, è il romanzo d’esordio di Sergio Garufi. O, per meglio dire, la sua opera prima. Nonostante le avvertenze sulla copertina e sulla bandella, infatti, definire Il nome giusto un romanzo può risultare affrettato.
In realtà, di romanzo certamente si tratta, ma per la sua particolare struttura, l’opera di Garufi è per certi versi avvicinabile ad alcune opere che sono emerse sulla scena letteraria negli ultimi anni: I detective selvaggi di Roberto Bolaño, Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan e in ultimo Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti. Non si tratta di un giudizio di valore, ma di una comparazione a partire dalla particolare struttura di queste opere: romanzi i cui mattoncini primari possono essere considerati veri e propri racconti. Paolo Cognetti, presentando Sofia si veste sempre di nero, ha nominato proprio Jennifer Egan, e la sua ultima opera, come esempio di questo modo di scrivere, in cui uno degli elementi fondamentali è la tensione che si instaura tra lo sviluppo lineare del tempo del mondo e lo zigzagare dei vari momenti temporali all’interno dei differenti capitoli. Il nome giusto presenta una tensione simile. Pur non essendo formalmente composto da racconti auto-conclusivi, il romanzo di Garufi si articola in capitoli che sono costruiti in modo tale da presentarsi più come tessere di un mosaico che come frammenti di una storia. Proprio l’autore, d’altronde, nei Ringraziamenti si riferisce alla propria opera definendola un “arazzo patchwork […] fatto di mille scampoli diversi”. L’espressione rappresenta anche un significativo richiamo ad un episodio presente nel libro: l’avventura americana del protagonista che cerca di fare fortuna negli Stati Uniti commercializzando una collezione tessile patchwork realizzata attraverso scampoli di stoffe “care e lussuose”. Quasi un inserto metaletterario, dunque, che richiama l’attenzione del lettore sulla struttura del libro che sta leggendo.
Il romanzo narra la storia, anzi, le storie, le avventure, post-mortem del protagonista che, contro ogni aspettativa logica, è anche voce narrante dell’opera. Dopo essere morto sull’asfalto della circonvallazione romana (le circostanze del decesso vengono chiarite solo nel finale), l’io narrante si ritrova a vivere in una condizione di limbo che lo confina a metà strada tra il regno dei morti e quello dei vivi:

non credevo che esistesse l’aldilà, lo consideravo una ridicola superstizione, e in ogni caso mai avrei sospettato che l’aldilà fosse il qua, il mondo così come lo conosciamo, solo ancora più freddo e indifferente di prima. Io non sono più lo stesso, certo, non posso toccare, sentire i rumori gli odori, i sapori, e tuttavia posso sempre muovermi e guardare, come se quel riflesso corneale non si fosse spento, e seguitasse a registrare la vita che pulsa senza di me (pag.12)

In questa condizione di “aspettativa della morte”, il protagonista – anonimo, come se un primo distacco dalla vita dei vivi fosse avvenuto attraverso la perdita del nome, nonostante nel testo siano presenti alcune indicazioni che farebbero supporre una paradossale identità tra protagonista-narratore-autore – è costretto a vagare per le strade di Roma senza la possibilità di interagire con il mondo che lo circonda, in attesa di essere dimenticato:

a volte temo sia colpa della memoria, e penso che finché qualcuno si ricorderà di me non avrà pace, rimarrà inchiodato qui. Forse in questo consiste la fine, più che nell’asistolia: nel congedo definitivo dai pensieri degli altri. Sarebbe un contrappasso ironico all’imperativo del successo, che istiga a rincorrere la fama e bolla l’anonimato come la peggiore delle infamie (pag.12)

Polo magnetico di questo suo peregrinare senza meta è il negozio di libri usati di Lino, al quale sono stati venduti, in fretta e furia, senza curarsi del loro valore economico e cultuale, i “fratelli d’inchiostro” del protagonista, la sua intera biblioteca. Attraverso il commercio di questi libri, il negozietto si trasforma da centro attrattivo in motore propulsivo del bighellonare del protagonista che, non potendo più leggere o sfogliare i propri tesori, inizia ad osservare e ad interessarsi alle vite di chi li acquista. Ogni capitolo del libro è incentrato su un’opera della collezione del protagonista ed i libri divengono (a volte non senza qualche forzatura) strumento privilegiato attraverso il quale, da una parte, cercare di comprendere le vite degli anonimi acquirenti, dall’altra, ripercorrere le tappe significative della propria vita alla ricerca di un senso che sembra sempre sfuggire. Imprigionato nella propria condizione di non morto, costretto ad attendere l’oblio da parte dei propri cari, il protagonista affida il tempo che gli resta alla “memoria che nasce dall’immaginazione e dalla letteratura e non ha nulla a che vedere con l’esperienza affettiva” (come recita l’epigrafe di Derek Walcott in calce al libro), e ri-vive la vita parallela che si è costruito, da vivo, attraverso le proprie letture. Parallelamente, alcuni degli episodi più significativi della biografia del narratore – la morte del padre, le numerose storie d’amore, i tentativi di inventarsi un lavoro ed il tentativo di scrivere un romanzo, la progressiva crisi della sua famiglia, il proprio rapporto con la morte e con il suicidio, con l’arte e la pittura, il desiderio di trovare una compagna con cui finalmente formare una famiglia o di trovare la “magnificenza della vita” (che, “se la si chiama con la parola giusta, col giusto nome, viene”) – vengono raccontati come infiniti dettagli di un quadro apparentemente privo di disegno.
Con la svendita del tesoro bibliotecario avviene anche il progressivo allontanamento dalle esperienze terrene, dagli affetti e dai ricordi. In questo modo la trama del romanzo-patchwork si dipana seguendo una doppia traccia: da una parte lo sviluppo lineare del peregrinare dell’ombra del protagonista verso l’oblio e verso la propria scomparsa definitiva (quella che Tommaso Pincio ha definito una “ghost-story di formazione” benché si tratti in realtà della storia di una progressiva dissoluzione); dall’altra la vita terrena che attraverso il ricordo ed i libri viene smembrata in frammenti privi di una possibile lettura teleologica.
La particolare struttura dell’opera, di conseguenza, si configura come epifenomeno della ricerca di senso del protagonista attraverso l’attività del ricordo. L’intera vicenda biografica riemersa viene sondata cercando una traccia, una pista interpretativa che riesca a connettere ciò che al lettore si presenta come materiale mnemonico grezzo, apparentemente irrelato. La natura retrospettiva della trama, però, caratterizza soltanto la storia del fantasma che si caratterizza attraverso lo scorrere del tempo, dal momento della morte fino alla scomparsa definitiva. I ricordi, invece, sono sottoposti a continui sbalzi spazio-temporali che ne impediscono una lettura retrospettiva. Alla fine, quando gli ultimi libri rimasti finiscono al macero, l’inchiostro si scioglie e le parole – tracce per eccellenza, strumento della memoria e segni della distinzione dell’individuazione – si cancellano, al fantasma non resta altro che vedersi di nuovo morire e perdere ogni contatto con il mondo: scomparire.
Senza che la vita abbia acquisito un senso retrospettivo, la ghost-story di formazione sembra paradossalmente ridare voce alle “parole attribuite a Federico II: post mortem nihil”.

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