America oggi. Un viaggio attraverso la California e i dibattiti presidenziali

di Viola Caon

On the road

“In America tutto è enorme: le autostrade, le macchine, le persone”. “In America, ci si sente costantemente dentro un film”. Devo ammettere che non mi era mai capitato prima di fare un viaggio e di trovare una conferma tanto netta agli stereotipi a cui ero stata preparata prima della partenza. La cosa che ho trovato tuttavia piacevole è che questi stereotipi assumono in America, per la precisione in California, dove ho viaggiato, una dimensione assolutamente normale, concreta e quotidiana. Gli stereotipi, intendo dire, hanno un senso preciso negli Stati Uniti.
Mi spiego meglio. All’incirca due settimane fa sono partita per un viaggio on the road in California. Partenza da e ritorno a San Francisco, passando attraverso il Big Sur, meta prediletta di Kerouac e di altri beatniks, che la Lonely Planet descrive come “uno stato d’animo più che un luogo concreto”,  facendo tappa per Los Angeles, San Diego, Las Vegas e lo Yosemite National Park. Lo scopo originario era concedersi una vacanza-premio dopo la laurea; il risultato, come mi aspettavo e speravo, è stato quello di un’esperienza di viaggio completa e profonda nel paese che, ci piaccia o no, ha influenzato più di tutti la cultura televisiva, cinematografica e musicale occidentale della nostra generazione.
Partendo da San Francisco l’impatto con una cultura diversa e la sensazione di essere “dall’altra parte del mondo” sono sicuramente attutiti dall’aria più europea che la città conserva. A San Francisco, a differenza di altre città della California, esiste un centro economico e finanziario (The financial district), i quartieri centrali e ricchi (Nob Hill e Telegraph Hill) sono ben distinguibili da quelli più periferici e alternativi (The Castro, The Mission, Haight and Ashbury). Soprattutto sono rintracciabili a San Francisco i segni di una storia culturale, politica, sociale e comunitaria piuttosto radicata e certamente più evidente e accessibile rispetto ad altre città della California, dove spesso si riscontra l’effetto di una fedele riproduzione di modelli europei (Las Vegas) oppure l’atmosfera rilassata di un’alternative way of life (San Diego). Famosa come città del peccato e come centro culturale della beat generation, grazie alla presenza avanguardista della City Lights Bookshop di Lawrence Ferlinghetti e Peter D. Martin,  negli anni ’50 e ’60, come roccaforte della battaglia per i diritti della comunità omosessuale negli anni ’70 grazie ad Harvey Milk, San Francisco è carica del fascino di una città profonda, contraddittoria, vissuta e divisa tra anime spesso molto diverse.

Il resto della California è abbastanza un’altra storia, ed è a quel punto, più o meno, che inizia il film e ci si sente più direttamente a contatto con la Storia americana, con quello che questo paese ha rappresentato in passato e con quello che si propone di rappresentare in futuro. Scioccanti, per un occhio europeo, sono le distanze, la vastità e la varietà dei paesaggi, il susseguirsi, in un paese grande grossomodo come il nostro, di foreste e parchi nazionali, natura selvaggia come quella del Big Sur lungo le coste dell’oceano, paesaggi lunari e pre-desertici e metropoli vere e proprie. Las Vegas, in questo senso, è incredibile. Da San Diego, città di surfisti, sole cocente, cocktails in riva all’oceano e fish tacos, ci si arriva dopo chilometri di nulla assoluto, di dune bianche e, dopo aver superato la celeberrima Route 66, di strada dritta e larga al di fuori della quale c’è solo il deserto. A un certo punto, in mezzo a questo paesaggio arido, ostico e difficile al quale è dura resistere dopo almeno tre ore di macchina, due delle quali senza acqua e cibo a causa della sporadicità dei punti di ristoro lungo la via, compaiono da lontano gli hotel di Las Vegas. Dopo un viaggio quasi ascetico e purificatore, lungo una strada puntellata da cartelli che recitano perentori i dieci comandamenti, si arriva in questa città-parco giochi dove niente sembra realistico e tutto sembra concesso: del resto, il mondo reale è a quel punto davvero lontano. Vere e proprie ricostruzioni di città – quella di Venezia all’hotel Venetian è particolarmente impressionante -, slot machines, casinos, spettacoli di strip tease e volantini di call girls sono accessibili a tutti e, soprattutto, sono l’unica possibilità di passare il tempo a Las Vegas.
Dal mio viaggio emerge un tratto evidente della California: alla varietà del paesaggio corrisponde, infatti più o meno in misura uguale, una varietà straordinaria di persone e una compresenza di opposti piuttosto difficile da trovare in Europa. Dagli homeless che a San Francisco vagano indisturbati per il Tenderloin, quartiere a ridosso del distretto finanziario, chiedendo soldi praticamente a tutti i passanti senza che nessuno sembri particolarmente sconvolto, ai cartelli con su scritto “Jesus loves you” e “You shall not covet” che preparano all’arrivo a Las Vegas, la California sembra incarnare bene le contraddizioni della società puritana americana. Terra originariamente di conquista, la California ha inoltre un forte tasso di immigrazione ispanica e messicana e, oltre ai tacos e i burritos, capita spesso di imbattersi in insegne spagnole e locali in cui i gestori non parlano inglese tra loro. Eppure, si tratta di un paese solo.

 

La middle class e i dibattiti presidenziali

Well, for 18 months he’s been running on this tax plan. And now, five weeks before the election, he’s saying that his big, bold idea is, ‘Never mind’.” Mentre saliamo verso la collina di Hollywood a Los Angeles, nel tentativo di arrivare il più vicino possibile alla famigerata insegna e soprattutto di trovare uno dei punti migliori per vedere il tramonto sulla città, sintonizziamo la radio della macchina sul canale che trasmette in diretta il primo dibattito presidenziale tra Barack Obama e Mitt Romney. In quel preciso momento, Obama sta obiettando a Romney di rimangiarsi la proposta con cui si è presentato agli elettori negli ultimi 18 mesi di campagna elettorale, ovvero tagliare le tasse per cinque miliardi di dollari. È il 4 ottobre e Barack Obama e Mitt Romney si stanno confrontando nel loro primo dibattito presidenziale pubblico a Denver, Colorado. Qualche secondo prima che accendessimo la radio, imparo poi dal New York Times il giorno dopo, Obama aveva sottolineato che la proposta del governatore Romney è inattuabile, a meno che non si accetti l’idea di accumulare deficit o di alzare le tasse alla classe media.
Chi ha seguito anche solo di sfuggita la campagna elettorale e i dibattiti presidenziali dell’ultimo mese, in vista delle elezioni del 4 novembre, di sicuro avrà notato che i due candidati si giocano l’elezione proprio sui voti della classe media americana. Costantemente al centro della campagna elettorale di Obama, i commenti sulla classe media hanno rischiato di essere il tallone d’Achille di Romney, che ancora prima dei dibattiti pubblici, aveva detto a porte chiuse che esiste in America un 47% che voterà comunque per Obama. Nel video, pubblicato a fine settembre sul sito Mother Jones, Romney dice, durante una cena di raccolta fondi, che quel 47% si comporta da vittima e ritiene che “il governo abbia la responsabilità di prendersi cura di loro” e che “hanno diritto ad assistenza sanitaria, al cibo, alla casa”. “These are people who pay no income tax”, aggiunge poi Romney alla fine del discorso.
Durante il secondo dibattito presidenziale, tenutosi alla Hofstra University, nello stato di New York, Obama, apparso più combattivo e convincente rispetto al primo incontro in cui Romney è risultato vincitore secondo quasi tutti gli analisti politici, non ha infatti mancato di tirare in ballo la questione, aggiungendo che quello che Romney propone come un piano di 5 punti si riduce in realtà a un piano di un punto solo: “far sì che chi sta meglio giochi secondo regole diverse da quelle che valgono per tutti gli altri”. Da parte sua, il candidato repubblicano ha chiaramente utilizzato i dibattiti per rimediare a questo scivolone e per presentarsi come il candidato di tutti, anche e soprattutto della classe media. “Mi interessa il 100% degli americani”, ha detto Romney alla Hofstra University.
Dopo il primo scontro vinto dal candidato repubblicano e il secondo da quello democratico, Romney e Obama si sono incontrati di nuovo ieri per un ultimo confronto pubblico a Boca Raton, in Florida. Il tema del dibattito, ultima occasione per entrambi i candidati di rivolgersi a un numero tanto grande di elettori, era la politica estera. Punto debole di Romney, che in molte occasioni ha dimostrato di non avere piena consapevolezza dello scenario internazionale, la politica estera è invece ritenuto da molti analisti il punto forte dell’amministrazione Obama, che da poco si è trovata a dover gestire un momento particolarmente delicato, in occasione degli attacchi all’ambasciata americana a Bengasi che hanno causato la morte dell’ambasciatore Chris Stevens e di altri tre diplomatici americani. Proprio questo punto ha segnato uno dei momenti peggiori per Romney durante i dibattiti presidenziali. Rispondendo a una domanda sull’attentato di Bengasi, infatti, Romney ha accusato l’amministrazione Obama di aver impiegato due settimane a riconoscere che si trattava di un atto terroristico, mentre la cronaca riporta che il giorno dopo il presidente aveva riconosciuto l’entità dell’accaduto.
L’ultimo dibattito, tuttavia, nonostante le analisi siano a favore di Obama che si è mostrato più deciso e competente in materia, rispetto a Romney che, pur citando molti nomi, luoghi e presidenti del medio oriente, ha tenuto un profilo più basso per evitare errori fattuali che gli sarebbero costati cari a questo punto, nessun colpo decisivo è stato sferrato all’avversario da una parte all’altra e la lotta tra i due candidati è ancora abbastanza aperta. Romney è in vantaggio sul voto nazionale, poco rilevante per l’elezione, e in leggero svantaggio nei sondaggi dei singoli stati, dove i voti degli elettori di Ohio e Florida sembrano essere decisivi.
Alla fine di tutte le considerazioni, tra impressioni personali di viaggio e analisi ufficiali dei dibattiti presidenziali, mi sembra valga la pena sottolineare un punto. Entrambi gli appelli finali di Romney e Obama hanno fatto leva su punti interessanti e rappresentativi sia dei rispettivi programmi politici che degli interessi dell’elettorato americano. Obama ha sottolineato che, a differenza di quello che farà Romney, la sua amministrazione si assicurerà che i più benestanti si attengano alle stesse regole degli altri e che ridurrà il deficit sia tagliando le spese superflue sia chiedendo ai ceti sociali più alti di contribuire di più. Dal canto suo, Romney ha risposto facendo leva su un punto che interessa molto la società americana, e la classe media in particolare: la crescita economica e l’aumento dell’occupazione. Ciascuno secondo la propria retorica, entrambi i candidati hanno fatto leva sui bisogni della classe media americana. È interessante notare, al di là dei risultati delle elezioni del  novembre, come l’America tenga ancora oggi a voler affrontare la competizione con i nuovi mercati emergenti facendo leva sulla propria classe media, sulla rivalutazione della produzione locale e sulla proposta della libera iniziativa di cui da sempre è rappresentante. E a ben vedere, del resto, è proprio la classe media che tiene insieme un territorio tanto grande e una popolazione tanto diversificata, sia etnicamente che economicamente, di cui la California è soltanto un esempio in scala ridotta.

(le foto di quest’articolo sono di Viola Caon e Gianluca Mezzofiore)

8 Comments Add yours

  1. Alessio ha detto:

    Cosa ha a che fare la California con Las Vegas, che sta in Nevada? Due realtà che non hanno NULLA in comune, non solo l’appartenenza a stati diversi.

  2. Viola ha detto:

    Ciao Alessio. è vero Las Vegas è in Nevada, ma fa spesso parte degli itinerari di viaggio di chi va in California, vista la sua vicinanza al confine tra i due stati – tanto che la Lonely Planet la inserisce nel volume “California”. A parte questi dettagli, se sei stato da quelle parti avrai notato sicuramente che il paesaggio, ad esempio, della Death Valley – che è in California – è piuttosto simile a quello che si trova lungo la strada per Las Vegas, quindi forse proprio “NULLA in comune” non direi. Detto questo, il mio era un personale resoconto di viaggio, prevalentemente in California, che si inseriva in un discorso più ampio e meno personale sulle elezioni americane e sull’America in generale. Spero che in quest’ottica, il riferimento a Las Vegas ti torni meglio. Del resto, intitolare il pezzo “America oggi. Un viaggio attraverso la California, un salto in Nevada e i dibattiti presidenziali”, mi sembrava ridondante :-)

    1. Alessio ha detto:

      Certamente Las Vegas qui o li non è il cuore del tuo articolo, ottimo, sui dibattiti presidenziali. Questo lo capisco e mi scuso per non averlo evidenziato. Ma, poiché nel lungo incipit, la città in oggetto è inserita in un confronto fra città della California, ho trovato la cosa non necessariamente un dettaglio. Vivendo e lavorando fra i due stati ti posso garantire, che a parte la regione desertica che li collega, ed il fatto di essere spesso sommariamente assimilati lungo i percorsi dei viaggi organizzati on the road, NULLA hanno in comune. Buona giornata :)

  3. Leonardo Piccione ha detto:

    Cresce il desiderio di capire qualcosa di più, da vicino, di questo che, incredibilmente, è comunque un “paese solo”.
    Tra l’altro, proprio ieri “La Stampa” pubblicava (anche on-line) un interessante pezzo di Jovanotti sulla sua esperienza negli Stati Uniti: le sensazioni di fondo, sugli stereotipi e le contraddizioni americane, sono del tutto paragonabili a quelle che emergono da questo pezzo. Vi consiglio una lettura, le convergenze sono significative :)

  4. Ormai tre anni fa mi son ritrovata per un breve periodo in USA, grazie ad incommensurabile fortuna, però sulla East Coast, e condivido il tuo giudizio sugli stereotipi. A mio parere, qui più che altrove acquistano un senso, diventano una chiave di lettura; più che forzare la realtà a rispondere alle loro aspettative, diventano delle miniature di essa, necessarie per iniziare approcciarsi a tale variegata vastità. Il che è paradossale, così come è paradossale che il tratto unificante degli States sia rappresentato proprio dall’estrema diversità.

    L’insistenza sulla middle class era centrale anche quattro anni fa; ciò che non permette di delineare troppe previsioni, però, è l’estrema apertura della definizione: dal Joe The Plumber di turno che ha lavorato tutta la vita sperando di poter rilevare l’impresa in cui lavora, ai Ph.D. Students che si occupano di questioni politiche ed economiche.

  5. fausto ha detto:

    Loro sono un continente, più che una nazione; anche se forse pure noi siamo terribilmente diversi gli uni rispetto agli altri.

    I due candidati si ritrovano probabilmente a gestire un evento nuovo per la realtà a stelle e strisce: la diminuzione delle disponibilità economiche. Quando hai a che fare con qualcosa del genere cambia davvero tutto. I miei auguri al presidente ed agli americani, sarà un giro in altalena assai movimentato.

  6. Piracetam ha detto:

    Quattro anni fa, prosegue il quotidiano, l’endorsement era andato a Obama, ma “le speranze di quei giorni sono state disattese”. Per questo e per una serie di altri motivi, tra cui l’incapacità del presidente di portare avanti un approccio bipartisan, “il Daily News sta con Romney”, che “non è perfetto”, ma ha “un approccio più solido”.

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