Prima del corpo: le funzioni del complesso vestiario nelle Metamorfosi – La funzione narratologica (parte seconda)

di Mariangela Ricci

La morte di Ercole – Francisco de Zurbarán, 1634

Si conclude con Mercurio l’analisi, condotta per generi sessuali, della funzione “agglomerante”: la figura del Dio ne rappresenta, infatti, una sintesi efficace grazie al suo ermafroditismo del tutto introflesso (introflesso – atteggiato nel dio, introflesso – intra-visto nel lettore).

Non c’è travestimento dunque, come invece è presente nel mito di Ifi e Iante, il primo ad aprire la serie di quei casi in cui è il vestiario a consentire alla storia di svilupparsi1.

Il sesso di Ifi, infatti, viene nascosto dalla madre Teletusa ricorrendo ad abbigliamento maschile, che però non riesce a occultare una straordinaria bellezza. Quest’ultima è corrisposta dall’avvenenza di Iante, che invece risponde canonicamente all’immaginario contemporaneo ad Ovidio, tracciato, con straordinaria incisività e in modo fulmineo, attraverso il riferimento al biondo dei capelli, colore di moda per le donne romane. Questa corrispondenza, presente anche rispetto all’età delle due ragazze, è allo stesso tempo necessaria e castrante: senza di essa, verrebbe meno il quadro dell’amore idilliaco, perfettamente equilibrato, ma con essa, come sostiene giustamente Galasso, “si ripropone il problema dell’impossibilità di soddisfare la propria passione per motivi analoghi, sotto svariati aspetti, a quelli di Narciso, vale a dire l’assoluta identità tra il soggetto e l’oggetto del desiderio”2. Eppure, grazie all’intervento della dea Osiride, l’ανάγχη della forma potrà preservarsi ed avere il sopravvento: la divinità realizza una metamorfosi di Ifi, imprimendo chirurgicamente il travestimento sul suo corpo, cosicché, come era avvenuto per Coronide, la veste diventi parte di lei e, a differenza della stessa, non ne muti la specie. Se qui il travestimento può essere letto come una metamorfosi ante litteram, grazie alla quale ha potuto avere luogo quella, nella pratica – ovvero nelle scelte narrative – considerata come tale da Ovidio e che rappresenta una sorta di lieto fine dei tempi andati, al contrario, in altre circostanze, l’uso dell’abbigliamento per occultare la propria vera identità ha effetti mortali su chi lo pratica. 

È il caso di Penteo, il cui mito viene riportato da Ovidio nel III libro3: la sua versione si discosta da quella riportata dalla nostra fonte più dettagliata, ovvero Euripide, all’interno delle Baccanti. È in quest’ultimo infatti che il travestimento interessa non soltanto Dioniso, ma anche lo stesso Penteo. Un travestimento che in relazione alla figura di questa divinità è attributo peculiare, come si può leggere in Jean Maire4, il quale ne sottolinea, tra l’altro, la funzione mistificatrice, la capacità di confondere “reale ed irreale”. Forse per questo tratto di specificità Ovidio decide di preservare all’interno della sua narrazione l’assunzione, da parte del dio, delle sembianze di uno straniero che viene condotto, prigioniero, alla reggia di Penteo. Il poeta sorvola però sulla natura pervasiva del travestimento: esso non rimane circoscritto alla divinità, ma per emanazione di questa interessa necessariamente sia il tiaso, il suo seguito – che, come quello di Diana, ha appunto elementi caratteristici nel proprio vestiario – sia coloro che generalmente si trovano ad essergli ostili. Ed infatti nella versione euripidea la morte di Penteo non è attribuita generalmente alla follia della madre Agave, vittima dell’estasi bacchica e quindi, menade tra le menadi, partecipe ai riti sul monte Citerone, ma al fatto che egli si lasci convincere dal dio ad assumere quella che Dioniso descrive come la veste tradizionale delle baccanti, affinché il re possa spiarne i riti passando inosservato. Ma il mascheramento di Penteo comprende un attributo che non è generalmente parte del costume rituale: una veste di lino, tessuto usato per avvolgere le vittime nei sacrifici. Ed effettivamente la potenziale allusività del vestito diviene atto, e Agave scambia il proprio figlio per un leone – un cinghiale in Ovidio, un animale di varia specie in tutte le versioni – ed è lei a colpirlo per prima, seguita poi dalle sue compagne, che lo dilanieranno.

Questo binomio, costituito dalla presenza di un elemento vestiario e dalla conseguente azione delittuosa di una parente, si ritrova in altre due storie: quelle che vedono protagonisti da un lato Meleagro, dall’altro Ercole. Ma l’analogia è estesa ad altri elementi del racconto: entrambi i personaggi sono eroi ed entrambi vengono uccisi per colpa di un amore (platonico, in ambedue i casi) per una donna. Dal canto suo Meleagro, a conclusione della caccia al cinghiale Calidonio, la buona riuscita della quale era stata garantita da Atalanta, prima a ferire l’animale, decide di scuoiarlo e di donarle la pelle. Questo gesto scatena l’indignazione degli altri partecipanti, in virtù di un senso di inferiorità rispetto ad una figura femminile: a farsi portavoce del malcontento sono Plessippo e Oineo, zii di Meleagro, i quali giungono a strappare di mano alla giovane il suo trofeo. Una prepotenza che viene punita con la morte: ed è lo stesso Meleagro ad assumere i panni del boia. È il primo dei due momenti, all’interno del mito, in cui la veste sarà motivo di sangue: il secondo, successivo, avrà come artefice Altea, madre di Meleagro. Venuta a sapere della morte dei fratelli, sostituisce la propria veste dorata con una luttuosa5. Il singolo verso all’interno del quale Ovidio riassume il cambio d’abito offre l’occasione per un paio di precisazioni. La prima riguarda i colori degli abiti: per quanto riguarda la connotazione dorata, si può infatti rintracciare un riferimento all’abbigliamento di Mercurio, definito “aureus”. Sebbene Ovidio decida, nel caso in esame, di usare la variante lessicale “auratis”, è probabile che egli non si riferisca alla stoffa nel suo complesso, quanto all’orlatura dell’abito; la veste nera, invece, rimanda al complesso tradizionale di simboli che funge da cornice del funerale. Lo scrive Marie Delcourt nel suo articolo, intitolato “La pratica del travestimento”6: “Una cinquantina di anni fa si tendeva a spiegare il travestimento, quale che fosse, come un’astuzia per allontanare gli spiriti maligni. E così, in effetti, si giustificano certo gli abiti da lutto, di cui non abbiamo ancora eliminato tutti i residui. Reso vulnerabile dalla vicinanza della morte, il sopravvissuto si traveste allo scopo di non venir riconosciuto dai geni malefici che hanno appena scelto la loro preda nella casa e vi sono ancora annidati”.

La seconda osservazione, invece, concerne la polisemia del verbo “mutavit”, usato per esprimere il passaggio da un abbigliamento ad un altro: come nota Anderson7, esso rimanda implicitamente al tema d’interesse ovidiano, la metamorfosi, che in questo caso investe la psicologia di Altea. L’asse psicologico della donna perde il suo equilibrio, rinuncia a quella posizione mediana tra la figura di madre e quella di sorella, e protende violentemente per la seconda: per vendicare la morte dei fratelli, Altea trama e provoca quella del figlio.

Ciò che distingue Altea da colei che priverà il mondo mitologico di uno dei suoi più grande eroi, Ercole, è l’assenza di intenzionalità: Deianira non vuole uccidere Ercole, anzi. Ma nel momento in cui è colta dalla gelosia per Iole, si ricorda delle veste che Nesso le aveva donato, prima di spirare. Una veste che, intrisa del sangue di Nesso, se indossata da Ercole, l’avrebbe reso eternamente innamorato di lei. In questo caso, come in quello di Penteo, il poeta si distacca dalla versione tradizionale, riportata nelle Trachinie di Sofocle: Ovidio afferma che lo stesso Nesso, in fin di vita, avrebbe cosparso la veste del proprio sangue8, mentre notoriamente sarebbe stata Deianira, dopo averlo raccolto, a compiere questa operazione. Tuttavia, se nelle dinamiche può risultare impreciso, nella definizione psicologica della figura femminile dà prova di un’eccezionale capacità di sintesi e allo stesso tempo, di resa linguistica. A questo proposito, è esplicativo riportare le parole di Galasso riguardo l’uso del verbo “incaluit” per descrivere il ribollire delle vene di Eracle nel momento in cui pone la cosiddetta “velamina” sulle sue spalle: egli sottolinea il fatto che “il verbo è usato concettosamente: Ovidio lo adopera volentieri a proposito dell’amore che dirompe e quindi in un primo momento potremo essere indotti a credere che il filtro stia appunto facendo sentire il suo effetto amatorio”9A questo punto, segue la disambiguazione: la descrizione della devastazione del corpo di Eracle [(vv. 166-172)]: il modello è sicuramente quello delle Trachinie, con qualche particolare10 tratto anche dalla Medea euripidea, là dove viene narrata la morte della nuova moglie di Giasone, anche qui a causa di una veste, avvelenata dalla stessa Medea.

Dunque qui, come in Meleagro e ancora prima in Penteo, la veste provoca una metamorfosi definitiva, quella del passaggio dalla vita alla morte, che è più o meno brutale a seconda dei casi trattati, probabilmente massima nell’ultimo tra questi. Il motivo risiede nella particolare rilevanza del protagonista all’interno dell’immaginario mitologico: un eroe presente in plurime imprese, l’esito delle quali molto ha a che fare con i suoi connotati fisici ed attributi ornamentali. In questo senso, Hercules può essere visto come un personaggio che sintetizza i due filoni argomentativi di questo discorso: il semidio riconoscibile attraverso la pelle di leone e l’arco, provvisto di frecce dalla ferita inguaribile per il loro bagno nel veleno dell’Idra di Lerna, viene ucciso attraverso una veste che di quel veleno è intrisa, rendendo così possibile lo svolgimento (e la conclusione) del mito, attraverso la sua trasfigurazione.

Sembra dunque che l’assunto iniziale trovi riscontro in svariati esempi letterari, disseminati nell’opera: se è vero che la definizione di ciascuna metamorfosi, punto centrale del poema, può avvenire attraverso rette interpretative pressoché infinite, si possono considerare il vestiario, l’acconciatura e l’ornamento tra quelle che costituiscono questo inesauribile fascio.

1 IX, vv. 712 – 717: cultus erat pueri, facies, quam sive puellae sive dares puero, fieret formosus uterque. Tertius interea decimo successerat annus, cum pater, Iphi, tibi flavam despondit Ianthen, inter phaestiades quae laudatissima formae dote fuit virgo, Dictaeo nata Teleste”.

2 Ovidio, Opere, II , Einaudi, Torino, 2000, pag. 1266

3 In particolare, la sua morte: III, vv. 701-725.

4 JeanMaire, Dyonisus, 1978:il y a dans ce perpetuel deguisement une des manifestations essentielles de la confusion du reel et de l’irreel”.

5 VIII, v. 448: “…inplet et auratis mutavit vestibus atras”

6 Marie Delcourt, “La pratica del travestimento”, in “L’Amore in Grecia”, a cura di Claude Calame, 1984.

7 Ovid’s Metamorphoses, books 6-10, by W. S. Anderson, 1996.

8 IX, vv. 132 – 133: “…et calido velamina tincta cruore dat munus raptae velut inritamen amoris”

9 Ovidio, Opere, II , Einaudi, Torino, 2000

10 Ad esempio, il distacco della carne dalle ossa (v.1217).

One Comment Add yours

  1. ватным тампоном ha detto:

    A volte ci si dimentica di quanto possa essere crudele e imperfetto l’essere umano, per fortuna ci sono gli Dei greci a ricordarcelo, loro che così bene rappresentano le nostre emozioni più vere, loro che non sono altro che il nostro riflesso.
    A volte ci si dimentica che le cose brutte accadono ma anche le cose belle, che rischiando si può rischiare di vivere il proprio Mito personale e diventare immortali, per fortuna ci sono i Miti greci a ricordarcelo, loro costellati da questi personaggi all’esasperante ricerca di vita e di passioni che non puoi non detestare ed Amare, loro che non sono altro che le storie della nostra presente e futura memoria.
    Con questa chiave di lettura, affrontando in modo originale il ruolo dei vestiti nella definizione e nei comportamenti dei personaggi, mi hai fatto venire voglia di leggere i Miti, di scriverne, di parlarne, di cercare e costruire il mio personale Mito.
    Quindi grazie, chiunque tu sia…
    Dal tuo articolo, che spero ne seguano altri, potrei azzardare che ti stanno antipatiche le bionde ma che un po’ lo sei, che ti piace il vino ma che non sei una menade, che non ti piacciono le pellicce ma metti calze che di parlare non smettono più, che ti piace la moda ma più che seguirla la moda la fai… perdonami… sto divagando…

    P.S. Ciao Marta!

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