London 2012 – Doping, antipro, Deleuze e Alex Schwazer.

di Bruno Pepe Russo

Sul doping ci sono molte opinioni discordanti. E molte cose che si possono dire. Chi, come me, ha in odio ogni moralismo, ogni proibizionismo, e coltiva anche un certo fascino per l’esplorazione del limite, nonché una naturale fascinazione per le sostanze, per la chimica, per l’alterazione e il corpo come scoperta, non si accontenta di tanti discorsi circolanti. Si aggiunga che l’idea che la Wada, un’agenzia americana, possa svegliarti di notte e metterti un ago nel braccio per controllare che non ti stai dopando, va contro ogni idea di garantismo, libertà individuale, etc.. Insomma, odore di sbirraglia a mille, cose che non mi piacciono, personalmente.

E anche l’idea delle regole che valgono per tutti, è tutta sbagliata. Gli atleti non sono tutti uguali: nelle nazioni economicamente potenti sono trattati coi guanti d’oro e hanno risorse per allenarsi, cosa che altrove non si fa. Inoltre le sostanze sono un continuum: i cerotti antidolorifici che imperversano in ogni disciplina sono sostanze che vengono rilasciate nei muscoli: è chimica, alla pari di tante altre robe lecite ma che alterano, e certo non aumentano, la qualità della vita. Le famose 12.000 calorie al giorno di Phelps, anche quella è alterazione del quotidiano, anche quello è stressare l’organismo in maniera pesante, e chissà che sforzo, anche medico, ci vuole per riportarsi sulle 2.000 calorie, quando finisci di fare agonismo.

Le cose sono complesse insomma, e come sempre è necessario comprendere cos’è il doping socialmente, culturalmente, antropologicamente, senza limitarsi a un discorso generale, ma provando a comprendere i legami, le implicazioni complesse della cultura del doping.

Lo sappiamo cos’è stato questo fenomeno, prima di oggi, negli anni ’80, ’90, e anche prima: è stato prima di tutto il segno evidente del rapporto fra individuo e nazione nei paesi dell’est, dove l’atleta si dopava perché Varsavia doveva vincere sull’atlantico a stelle e strisce, e bisognava mettere le bandierina  avanti, come per i viaggi spaziali. Poi è stato il doping di massa, l’atletica dei Ben Johnson, i fisici delle atlete donne trasfigurati, spinti ai limiti di record troppo avanzati per esser puri (e penso a Florence Griffith, e agli steroidi della crescita che divennero norma). Intere nazionali dei più disparati sport hanno cominciato a 50 anni ad avere problemi di salute, morti giovani, un’ecatombe.

Ecco, il doping sportivo nasce nel solco del nazionalismo sovietico ed americano e risucchia la cultura dello sport in quella del prestazionismo. E’ per questo che anche da anti-pro si può essere antidoping, perché se la cultura delle sostanze ci porta a considerare il corpo come luogo di molteplicità ed esplorazione, il doping riduce il corpo ad una macchina infernale, finalizzata ad un solo risultato, in un solo evento: e chissenefrega che muori giovane, chissenefrega di tutto, contano solo quei 10 centesimi in meno nei 100, quel chilometro in più fatto a mille. Medici fattucchieri delle nazioni, doping di stato per guerre alienanti.

Immaginiamocelo nel quotidiano, se da anti-pro la volessimo in farmacia l’epo, disponibile per tutti. Già immagino, in ucronia, la middle-class impiegatizia delle metropoli che passa dal viagra del sabato sera allo schizzo di epo per la partitella della domenica con quelli della corporation avversaria: prestazioni prestazioni e prestazioni.

No, lo sport è un’altra cosa, il corpo pure, non ne parliamo le sostanze.

Già Luca ragionava pochi articoli fa, su questo blog, su cosa può un corpo: beh, Deleuze, grandissimo pensatore delle sostanze e della potenza del corpo, ci dice che prima di tutto non deve ridursi ad essere macchina significante, organismo che finalizza tutte le sue parti ad una sola partita dell’esistenza.

Ed è per questo che il caso Schwazer brucia.

Brucia perché l’ecce-homo della conferenza stampa di oggi ci sbatte in faccia tanto del mondo in cui viviamo: più di tutte una dichiarazione mi ha colpito. Quando Schwazer dice che a lui, marciare, non piace. Lo fa perché è bravo, ma non gli piace più questo sport. E ci racconta dell’ansia di voler stupire, di voler stare sempre davanti. Volevo stupire e primeggiare in uno sport che non mi piace. Non riesco proprio a immaginare un discorso più atroce.

E’ d’altronde all’uomo e alla sua catastrofe (ché di libera scelta, di consumo consapevole, non ce ne può essere nel doping, per ragioni, appunto, di senso contestuale e specifico di questa pratica di assunzione) si risponde con la criminalizzazione e la spettacolarizzazione. Da un lato: lucrare sull’eroe ferito, e dall’altro il tradimento della patria. Ma di quale patria? Bisogna fare lo sbirro per praticare sport nel nostro paese, gli sportivi non hanno palestre e ci si ricorda che esistono ogni quattro anni. Guardate il caso Pellegrini, guardate come viene trattato chi vince qualcosa dai giornali: tormentato, bombardato. Se non vinci scompari e non ti chiamano più a fare le comparsate.

Schwazer crolla di fronte a tutto questo, e ti mostra la sua fragilità pure quando, piangendo, recita un copione scritto da altri per coprire tutto l’indotto e le conventicole di medicina sportiva che stanno dietro al suo episodio. Chiaramente tutta colpa di un farmacista turco che gliel’ha venduta l’epo, o peggio dell’accessibilità del sapere su internet.

Ma stamattina Idem e Campriani, intervistati dalla gazzetta su Schwazer, pungevano i giornalisti addossando non a loro ma al sistema che rappresentano, quanto meno una parte delle responsabilità.
D’altronde anche nello sport c’è vertenza, c’è conflitto, c’è complessità. Chi ci sta dentro te lo sa dire facilmente. Salite quando sverna sulle montagne alpine, beccate qualche ragazzino in bicicletta e fateci due chiacchiere: capirete cos’è il doping, nella microfisica dello sport.

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