La creatività è una forma di disciplina. Cose che ho imparato guardando l’atletica

di Luca Francesco San Mauro

Appena saputo che i miei quattro giorni a Londra – per vedere le Olimpiadi, ça va sans dire – si sarebbero risolti in un’ordinata successione di ingressi e uscite dall’Olympic Stadium, un mio storico amico non ha nascosto una smorfia di delusione: a suo dire, che sciupassi la mia fortunata presenza all’Evento, quello con la maiuscola, per vedere l’atletica era del tutto inconcepibile.
Il mio amico è un tizio mediamente appassionato di sport, con un semestre londinese alle spalle (i cui racconti sono presto sconfinati dal documentario a una più classica epica conviviale) e dotato di quella singolare capacità di disporsi in perfetta sintonia con le frequenze emotive di migliaia di sconosciuti, senza eccessive frizioni.
Per questo il suo modo di sbuffare vistosamente mentre elencavo le finali che avrei visto, alcune francamente imperdibili e tutte rigorosamente dentro l’Olympic Stadium, può apparire eccessivo.
Abbandoniamoci a qualche formula facile: principale fonte di medaglie (ben 47 su 302), filo diretto con i Giochi dell’Antichità, o almeno meno ingarbugliato degli altri, rappresentazione pressoché definitiva dello Spirito Olimpico, qualsiasi cosa questo voglia dire – insomma, che l’atletica alle Olimpiadi sia una sorta di evento nell’Evento non è stato mai davvero in discussione.
Eppure l’atteggiamento non mi era nuovo.
“Cosa ci trovi nell’atletica?”, con le debite varianti, è una domanda che mi sono sentito rivolgere decine di volte e, cosa decisamente più notevole, da una confusa collezione di persone così variegata che ogni tentativo di riassumerle sotto un tratto comune mi sembrava destinato al fallimento: parenti di ogni ordine e grado; antisociali per vocazione o per posa; sportofili quasi militanti; e perfino un barista di Bologna sinceramente sconvolto della mia richiesta di accendere il televisore su Rai3 per non perdere il meeting di Rieti in un caldo pomeriggio di Settembre.
Il punto è che la domanda – così secca e diretta: cosa ci trovi nell’atletica? – mi lasciava insolitamente spiazzato e senza risposte. In quelle occasioni rimanevo con una rassegnazione di breve durata ma abbastanza intensa: l’idea che la fissazione per l’atletica fosse una stranezza non pienamente risolta, del genere di quelle stranezze che non si possono derubricare come buffe o idiosincratiche (era tutto terribilmente serio), e statisticamente meno insolita di quanto credessi, è ovvio, ma nel medesimo tempo non esente da sospetti o perplessità.
Almeno, a margine di questi pensieri, si formava una convinzione più costruttiva: per capire cosa trovavo, o intendevo trovare, nell’atletica avrei dovuto, preliminarmente, capire cosa mancassero di trovare i miei oppositori.

Si proceda quindi per capi d’imputazione. L’appello alla noia è canonico. Se cominciate parlare di  atletica con una persona qualsiasi la probabilità che la parola “noiosa” appaia nei primi due minuti di conversazione è spaventosamente alta, ve lo dico per esperienza. L’atletica non attira grandi antipatie, lo si è capito; anzi, a suscitare la Domanda era appunto l’entusiasmo che manifestavo per un argomento che dovrebbe collocarsi in una zona grigia fra rispetto, disinteresse e debole partecipazione in caso di medaglie. Ma perché l’atletica dovrebbe stare di casa in quella zona grigia? Beh, perché è noiosa.
Onestamente questo appunto ci dice poco. Immaginando di disporre di una qualche tassonomia, sia pure grossolana, tento un raffinamento.
Difficile sostenere che l’atletica, nel suo insieme, si esponga al rischio di noia da durata. La sua gara più rapida è probabilmente la singola competizione sportiva di minor durata e in generale, per quanto alcune gare possano richiedere ore, la durata media è in linea con quella di buona parte degli sport (e perfino parlare di durata media per qualcosa che comprende eventi che variano da meno di dieci secondi a più di tre ore e mezza è praticamente arbitrario). Il solo riferirsi all’orologio semplicemente manca il bersaglio.
Mi pare più pregnante il riferimento a quella che si potrebbe chiamare noia da ripetizione. Dopotutto, se è pur vero che una componente iterativa è endemica a ogni esperienza sportiva (fare sport è letteralmente eseguire diverse combinazioni dei medesimi gesti sotto certe regole), qui la serialità tocca un vertice estremo, e per una ragione ben precisa. Correre, lanciare e saltare sono parte costitutiva di quasi ogni sport moderno, ma qui si presentano con un carattere di assoluta generalità. Certo non mancano scelte storiche o convenzionali – i metri da percorrere, la dimensione dei pesi da lanciare, il diametro della pista, e così via –  ma si tratta di stipulazioni obbligate che servono per dare forma pratica ai verbi che vogliamo catturare: se vogliamo dire chi è l’uomo più veloce a un certo punto la corsa deve pur finire. Al netto di queste esigenze minime, però, l’atletica sembra tentare un’operazione estrema: quella di porsi in una regione immediatamente tangente con alcune azioni fisiche elementari, al punto che le informazioni che ricaviamo dallo sport-atletica sembrano in parte cadere fuori dal discorso sportivo e riferirsi a certi nostri limiti o possibilità naturali.
Qui si giunge a un nodo fondamentale. Perché, se ci fate caso, la peculiare forma di noia che si attribuisce all’atletica nasconde qualcosa di più profondo e inaspettato: una qualche difficoltà a considerarla un sport esattamente come gli altri. Se riprendiamo in mano le formule facili, e parecchio abusate, notiamo qualcosa di paradossale. La regina di tutti gli sport non è a sua volta uno sport? Qualcosa non funziona. Di uno sport ha sicuramente l’aspetto esteriore – atleti, allenatori, giudici, gare – ma, a prima vista, qualcosa produce una leggera sfasatura che la pone parzialmente fuori dall’immagine. Il fatto è che l’astrazione gestuale che la caratterizza è così esibita che si potrebbe essere tentati di pensarla come una matrice originaria dalla quale gli altri sport – o più correttamente le corse, i lanci e i salti presenti negli altri sport – scaturiscono per modificazioni e introduzione di regole aggiuntive.
Ma c’è qualcosa di più, e di più importante: se l’atletica cade parzialmente fuori dalla definizione di sport, dove cade esattamente? Per rispondere serve esaminare criticamente un’idea che si presenta con assoluta regolarità ogni volta che si parla di argomenti simili.
La metto giù a mo’ di slogan: l’atletica ci restituisce un’immagine di cosa può fare un corpo umano (e di quali sono i suoi limiti).  Ambizione singolare; mi pare si presti a due letture. La prima – debole – è poco più che una tautologia e non fuoriesce affatto dal dominio dello sport: ogni sport, chiaramente, ci offre continue immagini di alcune modalità espressive del corpo, di cosa può o non può fare in certe condizioni. La seconda – forte – è quella che ci interessa. A prenderla sul serio assegnerebbe all’atletica un compito di misurazione scientifica, perché se i gesti che si propone di descrivere sono contigui con le azioni fisiche fondamentali, allora i risultati che le gare esprimono valgono come misura di questi gesti, nascosti (ma in malo modo) dagli atleti che li determinano.
Se qualcosa di inebriante in questa immagine esiste – e un qualche abuso dei superlativi sembra suggerirlo: il più veloce, il più forte, il miglior saltatore – ecco che quasi subito sfuma, perché concedere all’atletica questo difetto di sport per eccesso di astrazione la costringe nel più angusto determinismo. È facile, credo, figurare le conclusioni dei sostenitori della Domanda: “Sì, esistono le imperfezioni individuali, gli allenamenti, i nervi, il caso. Ma, vedi, se quello che le gare registrano è una mera differenza di capacità naturali, allora – concedimi la provocazione – stabilire chi salta di più non è poi così diverso da stabilire chi è più alto. La capacità sarà più nascosta, e magari svelarla sarà pure interessante, però riconoscerai che è un po’ strano tifare per i dati di fatto. Quindi, davvero, cosa ci trovi nell’atletica? Perché da come me la stai raccontando a me sembra un mondo di numeri, accidentalmente abitato da corpi. E, detto tra noi, un mondo un po’ noioso.”

Un mondo di numeri, accidentalmente abitato da corpi. Come si esce da questa secca?
Si può tentare appunto di dire qualcosa sui numeri. Per chi segue l’atletica sono il pane quotidiano. In un’epoca pre-internet, almeno per me, ho dedicato interi pomeriggi ad assimilare liste di nomi, nazionalità e dati (unità di misura, perlopiù: secondi, centimetri, ore, metri) dalle ultime pagine della Gazzetta, scritti in carattere così piccolo che oggi, probabilmente, nemmeno riuscirei a leggerli. Con gli anni, e in modo molto spontaneo, mi sono reso conto che questa confuso impasto di cifre ha essenzialmente due funzioni: unire tutte le gare di una disciplina in una sola gara e costruire inaspettate connessioni tra numeri ed eventi.
Se prendete le misure di una ben precisa porzione di mondo – i risultati di ogni gara, in fondo, consistono in questo – quello che fate è formulare un linguaggio condiviso tra gare spazialmente e temporalmente distanti. Gli atleti sui blocchi, in attesa dello sparo, sono in competizione reciproca, ma a ben vedere a questa immagine si sovrappone (numericamente) ogni altra partenza, ogni singolo atleta che ha aperto le mani di fronte a sé subito prima della linea di partenza, in un vertiginoso cubo di esperienze remote eppure, in quel preciso istante, incredibilmente vicine.
Sia chiaro, i numeri non possono pretendere alcun ruolo sintetico verso le gare che li generano, ma sono piuttosto dei marcatori. E la relazione è sorprendentemente biunivoca: non solo dei numeri etichettano una gara, assegnandole un nome quasi universale, ma specifiche successioni di cifre acquistano senso e potenza evocativa. Ogni volta che la vista mi cade in alto a destra sull’orologio del computer, esattamente un minuto prima delle sei e mezza, in meno di un secondo una parte di me riprecipita davanti al televisore, il 7 Agosto del 1995, nell’intatto sgomento di vedere Jonathan Edwards saltare così in avanti da sformare pezzi di sabbia fino a quel momento del tutto incolumi.
Più in generale questa dialettica si ripresenta ovunque (e mancare di riconoscerla, credo, è una delle caratteristiche di chi è miope verso il fascino dell’atletica). Se è vero che i gesti sono astratti, prossimi alle loro controparti naturali, perfino scomposti nei tratti originari, è però anche vero che la ricomposizione di questi tratti nei gesti fisici è costantemente imbevuta di individualità, di singolarità riconoscibili. Non esiste la corsa degli dei, la corsa perfetta alla quale ogni atleta deve tentare di approssimarsi. C’è piuttosto l’orizzonte delle corse reali: c’è la schiena rigida e le spalle gettate indietro di Michael Johnson, c’è l’innaturale piegamento della testa sul collo di Paula Radcliffe, c’è il procedere trascinato di Emil Zatopek.
Ugualmente, pensare a una lineare tendenza di numeri che cresce spostando in là certi limiti naturali è fuorviante. Le frontiere contano, eccome. Ma ancora di più conta il processo di avvicinamento, la generale mappatura che le gare definiscono. Perché, tra le cose che ho imparato dall’atletica, una delle più significative è che alla domanda su cosa può fare un corpo non si deve rispondere costruendo corpi teorici e riducendo a quelli gli esistenti.
Il fascino dell’atletica, alla fine, è appunto quello di trovarsi in fragilissimo equilibrio, esposta al più rigido e categorico determinismo eppure in continua esibizione di creatività e corporeità senza rimedio.

Vorrei concludere con una storia. Siviglia, 1999, Mondiali di Atletica Leggera. Sono seduto di fronte al televisore e accanto a me c’è mia madre. Stiamo guardando la finale dei 400 metri a ostacoli. In terza corsia – argomento con il quale ho superato le resistenze di mia madre moderatamente indifferente alla gara – c’è il livornese Fabrizio Mori. In quarta, il suo principale sfidante: Stéphane Diagana, francese. Appena partiti, Diagana scappa via a Mori e agli ottanta metri la distanza tra i due è così ampia che la telecamera, fissa su Diagana, riprende Mori solo quando si allarga su tutto lo stadio. Mori corre praticamente in linea con i due in prima e seconda corsia. A un quarto di gara, sento mia madre borbottare a bassa voce, come parlando da sola: “Vabbè, è andata”. E in quel preciso istante la mia fiducia, un po’ indebolita in quei primi dieci secondi, riprende forza. Perché, diversamente da mia madre, io sono a conoscenza di quello che in quella stanza (ci siamo solo noi due) potrebbe essere considerato un segreto. Lo so perché ho visto le batterie, ho sentito i racconti di Franco Bragagna, ho letto gli articoli – insomma, sento di conoscere Fabrizio Mori, lo conosco in quel modo dispari e meticoloso tipico di ogni tifoso. Quindi so delle strepitose rimonte e degli incredibili finali di gara di Fabrizio Mori.
Così, quando nei quaranta secondi successivi i lineamenti del viso di mia madre mutano rapidamente dal disappunto allo stupore all’appassionato coinvolgimento, e mentre io salto in piedi sul divano e agito scomposto i pugni in aria, ho come l’impressione di un’epifania che non sarò in grado di capire o spiegare per diversi anni a venire, mi sembra, mentre ho fatto due passi verso il televisore e quasi lo tocco, di cogliere l’inganno nel quale mia madre era inciampata poco prima, di intuire che i numeri e la struttura così rigida della gara l’avessero spinta a credere nell’esistenza di una sola corsa possibile, e mentre Fabrizio Mori salta gli ultimi ostacoli imponendo alla gara un ritmo disperato per chiunque altro, e io con la mano tocco l’angolo in basso a sinistra del televisore sentendone il formicolio, e butto fuori dai polmoni tutta la voce che ho, in quel momento una parte remota di me è calma, imbevuta della sensazione leggera, ingenua, ma meravigliosa se ci pensate, di aver trovato il proprio sport preferito.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Camilla P. ha detto:

    Bellissimo post, davvero appassionato e appassionante. L’ultimo paragrafo è da brividini! Complimenti!

  2. sarà che mentre l’ho letto avevo la colonna sonora giusta ma… mamma mia che bel pezzo.

  3. SimoneGhelli ha detto:

    Molto bello e interessante, soprattutto il discorso sull’astrazione – sul gestus, mi verrebbe da dire. La storia dei numeri poi, per associazione mi riporta agli esperimenti di Muybridge sulla scomposizione del movimento… vabbè, sto prendendo una corsia che porta fuori dallo stadio :D

  4. Denise Cecilia S. ha detto:

    Sicuramente concordo con quanto scrivi a proposito di noia legata alla ripetitività dei gesti e alla loro estrema basilarità.
    Aggiungerei che questa basilarità, questa ‘ovvietà’ forse, più che annoiare perché facente parte di una dotazione di abilità fisiche umane generiche ed antiche cui siamo (pur indirettamente, inconsciamente) abituati, talvolta potrebbe incutere timore. Nell’esito di una partita di uno sport complesso entrano tanti fattori a loro volta complessi, oltre appunto alla prestazione fisica in sè, che possono oggettivamente concorrere al fallimento; ma chi può nascondersi e giustificare una prestazione insufficiente nell’atletica con altro che l’impreparazione fisica, la forza, la velocità, i criteri minimi?
    Non solo l’atletica non offre riparo alcuno dai nostri limiti oggettivi, che come giustamente spieghi pososno variare, sorprenderci, ma da qualche parte prima o poi ci fermeranno nel nostro salire sulle vette. Ci ricorda quanto siamo fragili, quanto è facile e rapido il declino.

    Personalmente, nell’atletica prima che in ogni altro sport (che sia sport non può a mio parere essere messo in dubbio), specialmente quelli meno essenziali e più ‘sporchi’, trovo al di là di numeri e prestazioni il piacere di un essere pienamente presenti a se stessi ed al proprio corpo, di avere un controllo pieno ma fluido delle proprie azioni in un breve ma intenso lasso di tempo.

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