Fare libri nell’epoca del digitale

In vista dell’incontro dell’8 giugno per il ciclo #costruirestorie sulle nuove pratiche editoriali, abbiamo scelto di pubblicare oggi alcuni estratti da Fare libri oggi di :duepunti edizioni, per la presentazione del progetto Hypercorpus, una piattaforma digitale sperimentale. Qui di seguito troverete alcune riflessioni sul modo di fare i libri in rapporto alle tecnologie digitali,  e come queste possono diventare strumenti di diffusione e crescita culturale.

Libri materiali e libri immateriali

Il libro oggi va incontro a mutamenti che molti a giusto titolo definiscono epocali. Si smaterializza: è sempre meno un oggetto di carta stampata e va divenendo un testo capace di assumere forme varie, veicolato da supporti differenti, scambiato, diffuso, condiviso rapidamente e senza intermediazioni. Il fascino cartaceo del libro “gutenberghiano” sarà anche indiscutibile come quello vinilico del 33 giri o quello argentico delle fotografie stampate in camera oscura, ma se lo si assume a criterio direttivo, la funzione editoriale rischia di limitarsi alla creazione e al commercio di beni di consumo legati a un’estetica della cartotecnica e del vintage. Oggi noi tutti produciamo e scambiamo brani musicali o fotografie sotto forma di file: questo è diventato l’oggetto della nostra fruizione quotidiana, mentre le altre forme, che pure non abbiamo smesso di apprezzare, attengono ormai a una sfera dell’esperienza collocata piuttosto nell’ambito del collezionismo, dell’amateurship ecc. ed è evidente che così stia già avvenendo anche nel caso del libro.
Ora, essere scrittori, editori e lettori non significa certo scrivere, pubblicare e leggere libri di carta stampati con l’inchiostro. Ma la storia ci insegna che le trasformazioni del supporto materiale e dei procedimenti di stampa hanno sempre scandito (mettiamo per ora tra parentesi la configurazione dei rapporti di causa ed effetto) passaggi cruciali sul piano culturale, investendo l’articolazione dei saperi e lo statuto di tutti i soggetti coinvolti. È più che ragionevole, allora, credere che una frattura radicale come l’eliminazione stessa del supporto materiale debba segnare in questi ambiti una svolta particolarmente marcata. Cambiare le “carte” in tavola”: impone di ridefinire i termini della questione – basti pensare che prima del libro digitale non c’era neppure bisogno di chiedersi come chiamare il libro cartaceo. Un libro era solo un libro, ma i libri “non sono fatti di carta”. Per via del suo ruolo di tramite, proprio nell’ora in cui gli spazî di circolazione delle idee tendono a organizzarsi in forma di reti a seguito di un forte processo di disintermediazione – dal momento che dunque è in gioco il senso stesso del suo operare –, a un editore spetta perciò chiamare con urgenza autori e lettori a una riflessione comune: in che consiste fare libri oggi? e quindi, come sono fatti i libri oggi?

La selezione critica

Una funzione fondamentale del lavoro editoriale di qualità è la selezione critica a monte. Un libro viene dato alle stampe perché l’editore lo considera coerente con la sua linea editoriale e ritiene che offra un contributo valido sul piano culturale, sperando naturalmente che le risorse investite nella pubblicazione possano dare anche qualche frutto. Finora, però, questa scelta è stata fortemente condizionata e strutturalmente determinata dai costi relativamente elevati che derivano dalla componente materiale del libro. Ciascuno ha il diritto di dare libera espressione alle sue idee e di renderle pubbliche, ma non ogni testo vale la pena di essere dato alle stampe, perché questo comporta un certo numero di costi generalmente piuttosto elevati: carta, lavorazione tipografica, allestimento, immagazzinaggio, trasporto ecc. Anche per l’editore più impegnato e militante sul piano culturale o politico, la necessità di farsi carico di questi oneri ha costituito finora un confine. Il che non significa necessariamente che le scelte obbediscano a considerazioni di ordine esclusivamente o anche solo prioritariamente commerciale: un editore indipendente, impegnato a favore di una causa politica o interessato a sviluppare una linea di ricerca e a sostenere un discorso culturale, può decidere – e spesso effettivamente decide – di pubblicare un libro pur sapendo che le vendite non saranno significative o addirittura non gli permetteranno di coprire le spese. Ma anche in questo caso la selezione è condizionata dal costo delle materie prime, della lavorazione industriale necessaria alla pubblicazione, dei servizi connessi alla diffusione e così via. Giusto per fare qualche esempio, non si pubblicano testi “troppo” brevi (inadatti a stendersi su un numero di pagine adeguato a un libro) o lunghi (che comporterebbero oneri sproporzionati rispetto al potenziale numero di lettori, o la cui uscita avverrebbe con lentezza tale da renderli obsoleti quando ancora sono freschi di stampa). Il rischio connesso agli investimenti, che per definizione caratterizza l’impresa editoriale nel contesto del mercato, impone soprattutto all’editore l’esercizio della virtù del coraggio, che pure sarebbe degna di ben altre cause. Per altro verso però inevitabilmente – e paradossalmente – comporta anche una forte limitazione sul fronte delle proposte più avanzate, innovative, anomale, inusuali: il vincolo costituito dagli oneri materiali rende la selezione in qualche modo orientata al consenso.
Forse che, tolti questi costi, poiché tutto può essere pubblicato – o meglio, poiché non c’è più ragione (materiale) che un testo non sia pubblicato – viene meno la necessità della selezione a monte operata dall’editore? Spetta allora ai lettori soltanto, a valle, giudicare e scegliere?
Per certi aspetti non pare di poter dire che sia la funzione critica e selettiva tout court a essere destituita di senso. La disponibilità di un numero virtualmente illimitato di testi non basta in sé a garantire ai fruitori una maggiore libertà di scelta in autonomia rispetto ai passaggi di mediazione che caratterizzano il sistema tradizionale. Secondo un elementare principio cognitivo, infatti, l’eccesso di dati e anche solo l’abbondanza di informazioni non organizzate e non filtrate si ribaltano in un vuoto di informazione. Secondo i dati ISTAT pubblicati nel 2011 e riferiti alla produzione libraria del 2009, in quell’anno in Italia sono stati pubblicati ad esempio 4.820 titoli di narrativa (romanzi e raccolte di racconti). Per altro verso, stando alle cifre che circolano in forma non ufficiale nell’ambiente editoriale, a fronte delle proposte ricevute, i titoli pubblicati sarebbero uno su 3.000/5.000 all’anno. Una stima esatta dell’“offerta narrativa” in Italia è estremamente difficile, anche perché un singolo aspirante autore propone generalmente un testo a più case editrici simultaneamente, ma questi dati lasciano comunque intuire l’entità della sproporzione tra la quantità delle opere di narrativa potenzialmente destinate alla pubblicazione e quella dei libri effettivamente pubblicati.
Poiché per il singolo lettore medio è evidentemente impossibile operare una selezione informata su diverse migliaia di titoli, sembra dunque potersi concludere che senza la selezione a monte operata dall’editore o dal sistema editoriale nel suo insieme nessuno riuscirebbe a trovare i migliori tra i libri che incontrano i suoi gusti o i suoi interessi. Ma questa prospettiva di analisi, che forse poteva essere corretta anche solo tre o quattro anni fa, oggi non è più percorribile, perché non tiene conto del fatto che nell’era ormai avanzata del web 2.0 i lettori (come tutti i fruitori) sono riuniti in comunità interconnesse e costituiscono uno o più soggetti collettivi. Pertanto la selezione a valle può essere svolta da un’intera comunità auto-organizzata e coordinata non solo con successo – grazie a strumenti come la catalogazione dal basso, il corpus delle recensioni e delle critiche dei lettori, il cosiddetto crowd-sourced tagging ecc. – ma senz’altro con un’efficacia ben maggiore di quella che può ottenere il singolo editore o un gruppo di redattori. Rimane certo da verificare se e in che misura i lettori come soggetto collettivo saranno anche oggetto di pressioni, indirizzamenti, strumentalizzazioni da parte della grande industria della comunicazione culturale. Ma già oggi una fase matura di questo processo in ambito editoriale si può osservare nel campo delle pubblicazioni scientifiche periodiche, dove da tempo vige il sistema delle revisioni paritarie (peer review): la selezione e la lavorazione redazionale dei testi volta al loro miglioramento in materia (rilievi di merito, richiesta di nuove evidenze sperimentali, indicazione di possibili sviluppi ecc.) e nella forma (editing, correzione e miglioramento stilistico per autori non madrelingua anglofoni ecc.) sono assicurate in forma volontaria e gratuita dalla comunità scientifica, che inoltre garantisce la scientificità di quanto viene pubblicato, rendendo l’editore di fatto superfluo. Se non addirittura dannoso, dal momento che i materiali diffusi nel circuito editoriale ufficiale diventano accessibili soltanto a pagamento, quando avrebbero potuto (continuare a) circolare gratuitamente.

Libri beni comuni

Occorre partire dal presupposto che il testo smaterializzato e disintermediato circola di fatto liberamente e gratuitamente dal creatore al fruitore. Si tratta di una realtà data, non di un’eventualità di là da venire, un comportamento diffuso (i siti di scambio peer-to-peer, i cyberlockers e i torrent hanno ogni mese diverse centinaia di milioni di utenti) che ci riguarda tutti. A dispetto di quanto sostengono i benpensanti e di quel che gli ipocriti tacciono, trarre profitto di giorno dall’imposizione del diritto di copia e di notte trasformarsi in “scaricatori” senza scrupoli è un paradosso che investe buona parte delle persone a vario titolo coinvolte nella creazione e nella vendita di contenuti culturali, se non la quasi totalità di autori e operatori.
Di fronte a questa “pirateria” corale, la funzione dell’editore rischia di ridursi a quella del “sorvegliante”, un po’ sbirro, un po’ spione e delatore. Più che svolgere un ruolo positivo di apertura, che consisterebbe nel promuovere la creazione e la diffusione della cultura, il sistema editoriale investe energie e capitali nel perpetrare un’azione negativa di chiusura a garanzia della proprietà intellettuale, recintando le opere con steccati sempre più alti ed esercitando pressioni lobbistiche per l’imposizione di legislazioni sempre più restrittive e censorie. In Inghilterra il decreto della Camera stellata del 1586 (artt. 6 e 7) delegava agli agenti della Stationer’s company la funzione di cercare librerie, stamperie o legatorie e confiscare o addirittura distruggere macchinari, materiali e libri stampati in violazione del monopolio. Questo sistema si mantenne finché l’attività degli stampatori assegnatari del privilegio non divenne pienamente e organicamente funzionale alla censura regale, confluendo dunque in una struttura più grande. La recente vicenda delle proposte di legge SOPA e PIPA presentate negli USA sotto la spinta delle lobby editoriali è paradigmatica e può essere vista in continuità con queste lontane origini, dato che si tratta di un tentativo di imbrigliare il mondo della cultura in rete in un sistema di sorveglianza globale capace di oscurare i contenuti e perseguire penalmente i responsabili delle violazioni. Un sistema che da più parti è stato equiparato alla censura di stato e che ha suscitato una protesta corale di qualità e dimensioni inedite.
Ma la contraddizione investe le basi stesse del nostro operare. Un libro dà forma alle idee attingendo a un patrimonio comune e condiviso. Nel momento in cui l’opera è resa oggetto di proprietà intellettuale e diviene merce, è come se questo patrimonio comune venisse arbitrariamente recintato. Tolta la componente che attiene al processo industriale di fabbricazione del libro, la mercificazione è un artificio: se in generale la cultura non è una risorsa scarsa, e men che meno esauribile, un libro in particolare, sotto forma di file digitale, non è un “bene rivale”. Supponiamo infatti che per avventura qualcuno abbia preso in prestito l’unica copia di un dato libro posseduta dalla biblioteca comunale o che le librerie del circondario le abbiano vendute tutte: la versione digitale di quella stessa opera è sempre disponibile e può essere letta simultaneamente da un numero illimitato di persone senza reciproco nocumento, anzi con grande vantaggio di tutti, autore incluso, nel momento in cui l’esperienza di lettura e interpretazione viene condivisa e innesca nuovi processi. Limitare l’accesso all’opera non è altro che una creazione artificiale di scarsità operata al fine di trasformare in merce ciò che per sua natura merce non era. Non per nulla il copyright è stato fin dalle sue origini una forma di garanzia degli interessi degli stampatori (oltre che un organo del sistema della censura di corte), non certo degli autori.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Sono un lettore prettamente cartaceo (non ancora per molto) ma sono convinto che la svolta digitale possa portare con sè solo benefici alla cultura. Se penso, solo per fare un esempio, alla circolazione delle idee nel campo accademico e scientifico tout court credo che l’ebook possa essere la salvezza per la nostra editoria di settore (molti libri cartacei risultano introvabili o comunque accessibili a pochi, o magari non vengono proprio stampati o vengono venduti a trenta/quaranta euro). Riguardo al mondo della narrativa credo che sia vero quanto dice il post: tutti hanno diritto, da sempre, di pubblicizzare le proprie idee e con l’ebook questa possibilità diventa realtà. A questo aggiungo che però il ruolo fondamentale di selezione deve essere ricoperto dalle case editrici. Tutti gli onanisti della parola potranno pubblicare il proprio ebook e metterlo in vendita su Amazon (che bada solo al profitto), ma solo attraverso il vaglio da parte delle case editrici alcuni di questi onanisti diventeranno veri e propri autori di storie che hanno un senso e un valore anche per il prossimo. Quando parlo di case editrici penso soprattutto a case editrici indipendenti che hanno il coraggio di scegliere e proporre voci ed esperienze nuove; delle case editrici che pubblicano Gramellini o Ligabue spacciandoli per scrittori di qualcosa di decente non so veramente cosa farmene: hanno fatto la storia del nostro Paese ma ora la stanno tradendo pubblicazione dopo pubblicazione. Lunga vita alle case editrici indie!

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