La lunga marcia attraverso le istituzioni. Intervista a Michele Dantini.

Lunedì 28 maggio, al Museo Marino Marini di Firenze, abbiamo partecipato alla presentazione del pamphlet di Michele Dantini Humanities e innovazione sociale, pubblicato da doppiozero. Ne hanno discusso con noi Stefano Chiodi, Claudio Giunta, Tomaso Montanari, Alberto Salvadori, oltre all’autore. Il dibattito che ne è scaturito è stato molto vivace; abbiamo proseguito facendo qualche domanda a Michele Dantini, di cui pubblichiamo le risposte:

1) Nei tuoi interventi raccolti nell’ebook Humanities e innovazione sottolinei con forza la sostanziale continuità delle politiche sui temi della cultura, della ricerca, della formazione e dell’innovazione tra il governo Berlusconi e quello Monti. Perché il rapporto humanities-sviluppo sociale è sistematicamente eluso e perché invece dovrebbe essere centrale?

Dovremmo provare a dissipare l’illusione più perniciosa: che economisti, banchieri, “tecnici” in genere siano in grado di correggere, guidare o spiegare il mondo. L’attitudine che decenni di “pensiero unico” e egemonia culturale neoliberista hanno consolidato è dogmatica: pretendere che le competenze macro siano neutre, trasparenti a se stesse e in grado di scongiurare la rovina. Non è vero, possiamo dirlo con forza. Esiste oggi un conflitto di cittadinanza tra saperi. E’ sotto minaccia quella che chiamo la diversità epistemica. Non parlo sfortunatamente di mere contese tra adepti o specialisti accademici di questa o quella disciplina, ma di biopolitica. Occorre mobilitarsi per difendere qualità e accessibilità dell’istruzione, pensiero interrogativo e “buone pratiche” di argomentazione, attitudini di responsabilità e cura del vivente, varietà di narrazioni o esperienze del Mondo: prima di ogni altra cosa e con urgenza, a mio parere…

2) C’è un’immagine di assedio dell’università e della scuola pubblica in Italia oggi. Dalle tue pagine emerge che gli artefici di quest’assedio sono principalmente due: l’immaginario aziendale dell’istruzione e un’idea mitico-salvifica dell’innovazione. Cosa si sta perdendo della struttura della formazione? Cosa è a rischio?

 La metafora di Gotham City, che io uso nel descrivere l’evoluzione possibile delle università in Italia, implica un disegno di ingegneria sociale: vogliamo costruire democrazie vivaci e partecipate o autoritarismi tecno-consumistici? Questo è il punto. Dall’attuale ministro dell’istruzione e della ricerca sentiamo ammirate e edificanti parole sul maestro nell’antica società giapponese. I modelli sociali cui le politiche scolastiche guardano sembrano però essere quelli di Cina e Corea del sud. L’eredità culturale occidentale, la stessa che ha nella critica del testo e nel dubbio metodico i suoi momenti genealogici, è ignorata: troppo poco corporate?

 3) Nel libro è costantemente presente l’assunzione di un valore civile e sociale delle humanities. Qual è la peculiarità, da un punto di vista cognitivo, di una formazione umanistica? In che modo genera cittadini realmente migliori?

Nell’origine di qualcosa come le Humanities è iscritta la pratica di una filologia critica e interrogativa, in definitiva politica: l’analisi del testo dal punto di vista del non-detto e del preterintenzionale, del brusio che si raccoglie tra le linee; e la discussione critica dell’autorità testuale. Aggiungerei: la partecipazione civile come entelechia, norma di ‘fioritura’ e compimento individuale; e un’istanza di responsabilità e cura che eccede la nozione settecentesca di felicità.

4) Non credi sia ambiguo ereditare, anche implicitamente, l’opposizione humanities/discipline scientifiche che viene da un modello che si intende respingere (ingegneristico–manageriale)? Non è forse in tutti gli ambiti che la componente critico ermeneutica, aperta e dialogica, viene messa in discussione in favore di una puramente tecnico-competenziale?

Non è solo ambiguo, è proprio sbagliato. L’opposizione è tra discipline applicative, che oggi hanno pretese di esclusività, e discipline il cui riferimento è la ricerca. Trovo persino che un archivio in larga parte letterario, storico-artistico, filosofico, archeologico sia oggi penosamente inadeguato. Andiamo verso competenze versatili e politecniche. La differenza cade, a mio parere, tra discipline che insegnano a praticare l’emozione dell’avventura e della scoperta e discipline che attribuiscono al mercato o a un modello di mercato, non alla mente, il compito di delimitare il possibile. Questo è intollerabile.

5) In quasi tutti gli interventi che riflettono specificamente sulla questione della riforma dell’istituzione universitaria sottolinei la sostanziale contiguità della posizione conservatrice e tecnocratica con quella antagonista e rinunciataria di Sergio Bologna e altri. Perché secondo te il mutualismo de-istituzionalizzato proposto dal sociologo è fallace e improduttivo sul lungo periodo e non rappresenta un’alternativa credibile al modello commissariale?

L’università italiana trascura oggi de facto di assolvere ai compiti costituzionali di avanzamento della ricerca e tutela della persona: nessun dubbio in proposito. Al tempo stesso ritengo che affermazioni come quelle di Bologna svalutino eccessivamente l’importanza di iniziative interne di resistenza individuale e microcomunitaria: la sua è una prospettiva macro, da sociologo (o da economista), finisce dunque per rivelarsi autoritaria. Conferisce affliggente ineluttabilità a circostanze storiche e sociali determinate. Le asserzioni apodittiche risultano distruttive: diffondono rassegnazione o incoraggiano autolesionistico livore in luogo di combattività, risolutezza e tenacia. Non abbiamo bisogno che questo accada.

 6) Alla luce di tutte le considerazioni come si articola nei fatti la radicale “terza via”, alternativa sia a quella “neoguelfa” sia a quella, per così dire “aventiniana”, di chi vuole rinunciare all’istituzione universitaria tout court?

 Questa è la domanda cui esito di più a rispondere: non voglio apparire come chi ha la risposta pronta nella tasca. Comunque. Sono a favore di una ricostruzione delle carriere accademiche su basi esclusive di produttività scientifica e attitudine didattica, senza considerazione di anzianità, affiliazione o grado. Nessun potere politico oggi in Italia ha la lungimiranza, il coraggio, la gaiezza eversiva per qualcosa del genere: tuttavia la sola che restituirebbe credibilità all’istituzione e opportunità ai molti. L’opzione praticabile nel breve termine mi sembra quella, se la ricerca è davvero la nostra necessità, di porsi dignitosamente e con feroce inventività in condizione di resistere (dico resistere: non sopravvivere a stento) e partecipare a quella che per Rudi Dutschke era una “lunga marcia attraverso le istituzioni”. Che significa, da punti di vista operativi? Potremmo provare a creare un’adeguata pressione argomentativa e sociale. Potremmo persino immaginare di “occupare” temporaneamente, ad esempio, con modalità pacifiche e costruttive: non per perpetuare saccheggio e dequalificazione, in altre parole, ma per imporre per una volta regole di trasparenza democratica, beneficio comunitario, diffusione del sapere, pari opportunità e riconoscimento sociale delle capacità di tutti e di ciascuno.

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