Pinterest e Aby Warburg: così lontani, così vicini

Terzo post di preparazione agli incontri del 16 e 17 in collaborazione con Lavoro Culturale: si parla di Pinterest e Aby Warburg. La riflessione è di Giovanna Tinunin ed è già apparsa qui.

Inizi

Bevendo il caffè, spiego al @signorHulot cos’è e a cosa serve Pinterest. Quando accenno alla classificazione per board di immagini che sono tenute insieme da un titolo e la cui classificazione dipende unicamente da chi le colleziona e che quindi ci vede qualcosa di unificante, mi accorgo che dall’altra parte mi fissa uno sguardo dubbioso. “Come l’Atlante di Aby Warburg?”, mi sento chiedere. Dalla mia memoria universitaria sopita emerge un ricordo e improvvisamente mi rendo conto perché le board di Pinterest mi sono suonate subito così famigliari per metodo e natura. La chiave sta in una parola: Mnemosyne.
Cos’è Mnemosyne? E, soprattutto, chi era Warburg?

“Mnemosyne: una sequenza di immagini per osservare dal punto di vista culturale e scientifico la coniazione espressiva anticheggiante nella rappresentazione della vita internamente ed esteriormente mossa all’epoca del Rinascimento europeo.”1

Se vi pare che non c’entri nulla con Pinterest, guardate qua:

Aby M. Warburg, «Mnemosyne-Atlas», Nr. 45, 1924
Iniziato da Warburg nel 1928, l’Atlante della memoria (in greco, Mnemosyne significa appunto memoria) finirà col comprendere un migliaio di immagini distribuite, nella versione finale del 1929 (anno in cui Warburg morì) su 60 pannelli di tela nera, di cui rimangono una quarantina soltanto. Stando agli appunti di lavoro e alla documentazione disponibile, appare evidente che le selezioni avvenivano su base tematica e che seguivano la riproposizione (per somiglianza o antinomia) – attraverso i secoli – di tutta una serie di temi stilistici classici. La rete era ancora molto di là da venire e le immagini (pagine di libri, fotografie, ritagli di giornale, annunci pubblicitari, ecc.) venivano appuntate da Warburg sui pannelli come in una sorta di collage.
Aby M. Warburg, «Mnemosyne-Atlas», tavole su Rembrandt, 1926
Ma chi era questo signore? Fondatore dell’Istituto che porta il suo nome, Warburg era un personaggio strano. Figlio di una ricchissima famiglia di banchieri di Amburgo, era uno che aveva le idee chiare. A 13 anni, barattò la primogenitura non per il biblico piatto di lenticchie, ma per la possibilità di comprare tutti i libri che desiderava fino alla fine dei suoi giorni. Investigatore infaticabile dell’antichità classica, della pittura rinascimentale e dell’astrologia, è il teorico di quella che è stata definita una “scienza senza nome”, all’incrocio tra storia dell’arte, filosofia, ricerca storiografica e passione maniacale per i dettagli stilistici. Viaggiò molto, interessandosi fra l’altro ai rituali degli indiani pueblos e trascorse periodi in varie case di cura (venendo assistito, fra l’altro, dallo psichiatra filosofo Binswanger). Proprio per dimostrare di essere guarito, una volta tenne una conferenza ai pazienti della clinica di Kreuzlingen, in  cui raccontò delle sue scorribande in Arizona e Nuovo Messico e del “rituale del serpente”, cui aveva assistito di persona.
Torniamo all’Atlante.
Interessato a raccontare, attraverso le sue ricerche e le sue raccolte di documenti, la “psicologia dell’espressione umana”, Warburg arriva con Mnemosyne, atlante di forme e stili cristallizzati in configurazioni mobili di immagini, alla messa a punto di un paradossale sistema di pensiero per immagini. Come scrive Claudia Cieri Via nell’introduzione a Warburg della Laterza, “Il carattere sperimentale della ricerca di Warburg si coglie attraverso l’uso delle strutture visive che esprimono e veicolano concetti per attraversamenti diacronici, analisi sincroniche e associazioni di immagini e di concetti.”2
Nel lavoro che trova la sua rappresentazione nell’Atlante, il tempo assume un carattere relativo e lo stesso avviene per il valore estetico dell’opera, che è sempre presente, ma scivola sullo sfondo della riflessione critica. A Warburg non interessa l’opera d’arte, ma l’immagine in sé e in questo sta la sua grande modernità. Ciò che conta non sono le vicinanze temporali o culturali, ma i particolari, i frammenti, i dettagli, che si parlano con una lingua sottile e misteriosa. Parole e immagini diventano interscambiabili. Così, nel grande atlante per immagini, capita di imbattersi in affiches pubblicitarie, in fotografie di giocatrici di golf giapponesi o del celebre incontro tra Mussolini e Pio XI in occasione della firma dei Patti Lateranensi, oltre che – ovviamente – in riproduzioni di opere d’arte di ogni epoca, dall’antichità al Rinascimento, fino a Rembrandt e a Monet. In questo modo, Warburg cercava di rendere evidenti le tensioni e gli spostamenti energetici ed emotivi di un’epoca.
Saltando di board in board
Una delle cose che mi colpisce di più di Pinterest è la ri-classificazione continua che subiscono le immagini. Una volta appuntate in una categoria, iniziano un viaggio che le può portare a condividere categorie di senso completamente diverse.
Per esempio, guardate quanto sono diversi i contenitori per questa immagine scattata ad Alain Delon in Piazza San Marco a Venezia, nel 1962.
 
A ogni nuovo utente che se ne “appropria” inserendola nella propria board, l’immagine assume un significato nuovo, come un quadro che ci trasmette messaggi diversi se lo vediamo all’interno di un percorso espositivo piuttosto che di un altro. E pensare che quelle selezionate nell’immagine qui sopra sono solo le prime 10 “reinterpretazioni”…
In pratica, tutto dipende dall’osservatore e dal suo punto di osservazione. L’operazione di sensemaking è del tutto soggettiva. Non c’è un’immagine originaria, ma quelle che vediamo non sono semplicemente copie. Solo riattribuzioni di senso, immagini immerse in un flusso temporale.
Ed ecco cosa scrive sempre Cieri Via: “L’eredità del passato si proietta dunque sul presente tramite il processo della memoria selettiva attivato dal soggetto. L’immagine si carica di significato nel momento in cui l’osservatore, nell’impatto visivo, ne coglie l’eredità e quindi il suo senso specifico.”3
Oppure, come dichiarò anni fa in un’intervista l’artista Bill Viola, che investiga il rapporto fra tempo e immagine, “…noi siamo databases viventi di immagini – collezionisti (il grassetto è mio) di immagini – e una volta che le immagini sono entrate in noi, esse non cessano di trasformarsi e di crescere.”4
La prossimità fra la modalità di interazione con e fruizione delle immagini che propone Pinterest e il metodo con cui Warburg cercava di districarsi fra secoli di immagini iconografiche mi impressiona molto e mi chiedo se anche le gallery di immagini che Pinterest propone senza distinzione di provenienza geografica, temporale o culturale non ci parlino anch’esse di quegli spostamenti energetici ed emotivi di un’epoca che toglievano il sonno al buon Aby. Trovare una connessione con queste immagini, comprendere il segreto del loro passaggio e della loro trasmissione, vuol forse dire provare a raccontare un mondo globale attraverso la rappresentazione che dà di se stesso sulla rete, il luogo dove “vivono” quelle che Warburg avrebbe forse definito “storie di fantasmi per adulti”.
P.S. Scopro, dopo aver finito di scrivere il post, che il collegamento fra Pinterest e Warburg lo si trova anche QUI.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Ivano Porpora ha detto:

    Articolo notevole, che fa onore a chi lo ha steso. Non conoscevo Warburg né Mnemosyne. Il post mi ha però ricordato il motivo per cui il palinsesto si chiama così – anche in questo caso, intrecci semantici.

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