Storie di ordinaria provincia. Iosonouncane e la nuova epica della canzone italiana

di Olga Campofreda

L’Italia del cappuccino e cornetto, delle uscite serali, delle televisioni sparate al massimo del volume, ma soprattutto l’Italia degli individui in silenzio. La non comunicazione degli uomini che affonda nell’ipercomunicazione degli oggetti. Tutte queste cose e troppe altre sono finite nel disco di Jacopo Incani, in arte Iosonouncane, un disco che porta un nome grottesco e minaccioso insieme, La Macarena su Roma, con quel retrogusto militante di fascismo a braccetto con la maledizione kitsch.nazional popolare, che sa tanto di polvere nascosta sotto il tappeto di una stanza che si millanta rassettata. Il disco è uscito già da un po’, il catalogo dell’etichetta Trovarobato segna la data 2010. Ma il punto è proprio questo: il progetto di Iosonouncane resta tanto più impresso quanto è vero che esordire oggi significa anche essere già superato domani. E invece no. Non succede in tal caso. La Macarena su Roma è un album che non è ancora scaduto, anzi. Si tratta proprio di uno di quelli a lunga conservazione. Forse perchè le sue tracce, proprio canzoni non sono.
Jacopo Incani ha creato un nuovo modo di fare il cantastorie e l’ha imparato prestando orecchio ai bombardamenti mediatici a cui siamo stati sottoposti almeno da un decennio, laddove le intercettazioni telefoniche riportate dai giornalisti e i jingle televisivi riecheggiati in streaming sono diventati il nuovo rumore di fondo dell’habitat dell’homo sapiens sapiens. Brandelli acustici di un’Italia cucita a carne cruda, in modo grossolano, vivo: il mostro. Per ricavare alla fine l’immagine cadavere di un paese infantile, smarrito ed inquietante come solo il cadavere vivente del mostro di Frankestein.
Si tratta di musica, ma anche di un esperimento di arte contemporanea. E sono sicura che anche la letteratura c’entra, lì, da qualche parte. E quindi ecco un’intervista necessaria all’artista da giovane.

1) Mi è venuta voglia di recensire il tuo disco solo adesso, anche se ho assistito tre volte ai tuoi live e l’album non è più tra le ultime uscite. Però l’ultima volta che ti ho ascoltato, a Roma, alla Locanda Atlantide, è successa una cosa: cantavi proprio “La Macarena su Roma” e ad un certo punto mi sono voltata verso un mio amico e gli ho detto “Raymond Carver”. Non mi era mai capitato di individuare un parallelismo così netto tra due realtà artistiche- musica e letteratura- che ultimamente non sembravano avere più nulla da dirsi, impegnate più che altro a ridefinire se stesse. Ma questa è un’altra storia. La cosa importante è che le tue canzoni, come i racconti dell’americano Raymond Carver, parlano di cose che sono sotto gli occhi di tutti, così consuete che non si vedono, eppure urgenti e disperate. Ogni forma d’arte è poi principalmente l’impossibilità di tacere sulle cose. Ricordi il momento esatto in cui l’urgenza di scrivere i tuoi testi è diventata incontenibile? Qual è stato il primo testo che hai buttato giù e cosa stava succedendo nel frattempo, intorno?
Si, lo ricordo nitidamente. Era il primo anno di liceo, avrò avuto 14 o 15 anni. Fu una cosa improvvisa. Fino a quel momento avevo sempre ascoltato musica in modo distratto, disinteressato. Mi piaceva canticchiare facendo dell’altro. E canticchiavo l’ultimo Neffa hip hop, gli Articolo31, i Litfiba. Cose bruttissime. Poi tutto cambiò grazie ad una canzone che mia sorella, più piccina ma ben più sveglia di me, mi fece sentire. Si ruppero degli argini. Dal giorno dopo iniziai ad appuntare un sacco di frasi su una vecchia agenda. Pochi mesi dopo avevo già una chitarra acustica scalcinata e qualche brandello di “canzone”. Il primo pezzo che scrissi e strutturai completamente aveva il testo in inglese. Una roba ridicola, scritta in modo estremamente elementare e cantata con un accento scandaloso. Un’ingenuità che durò il tempo di una canzone. Si chiamava Homesick mad”. Una porcheria che probabilmente canticchierebbero comunque in tanti, anche oggi. La ricordo ancora. Una robbetta brit-pop.

2) Più che musica, la tua è un’operazione di arte contemporanea, perché tratti il suono come un oggetto, lo tagli e lo incolli confusamente, riduci a rumore di fondo quello che ci spacciano per informazione e amplifichi invece le frustrazioni interiori che animano i protagonisti che si raccontano. In base a cosa selezioni i frammenti di puntate televisive che mandi costantemente in loop nelle canzoni?
In base al loro senso. In alcuni casi completano i testi, “parlano” in prima persona. Altre volte fanno da contraltare alle mie parole, interagiamo.

3) La televisione sembra rappresentare il male assoluto, il luogo dove finisce a marcire la cultura. Dove risiede oggi la cultura, secondo te? E soprattutto: i nostri coetanei ne sentono il bisogno?
La televisione non è il male assoluto e non lo è nemmeno nelle mie canzoni. Quando ho scritto quei pezzi non avevo alcuna intenzione di indicare un male assoluto (anche perché non credo esista). Credo che per la cultura sia sempre pericoloso avere una residenza.

4) Ho letto della tua esperienza di lavoro in un call center. Puoi raccontarmi di più a riguardo?
Un’esperienza che mi ha arricchito tantissimo ma che spero di non rifare.

5) I ritratti che si intravedono nei tuoi testi riportano principalmente testimonianze di vita di provincia. Nonostante internet e le grandi potenzialità del 2.0, credi che ancora il provinciale e il provincialismo costituiscano realtà a parte?E a parte rispetto a cosa?Perchè, se ci pensi, l’Italia non è altro che una grande provincia interrotta raramente da una grande città buttata a caso, a fare da oasi.
Verissimo, anche se le città non le definirei oasi ma fogne in quasi la totalità dei casi. I miei pezzi non parlano della provincia, ma di un modello sociale che nelle città si sublima e che alla provincia si cerca di adattare con ogni forzatura, spesso fino ad assumere forme tragiche o grottesche.

6) Ripensando ai tuoi testi, da quella famosa sera alla Locanda Atlantide, ho notato anche che rispetto ad altri cantori della provincia, come per esempio potevano essere gli 883, i tuoi testi sembrano la versione arrabbiata, indignata, incattivita, di una generazione compresa tra i venti e i trent’anni profondamente diversa da quella che invece usciva dagli anni Ottanta. Che cos’è successo nel mezzo?
Non so sinceramente risponderti. Non so quale sia la mia generazione e non voglio nemmeno saperlo.

7)Ci pensi mai alla bella utopia di cambiare lo stato delle cose?Pensi di poterci riuscire con le tue canzoni?
Non ci penso perché sono fondamentalmente pessimista e nichilista. So che una canzone incide sul gusto delle persone e quindi sul loro orizzonte mentale, etico, spirituale. Non è poco. Alla fine credo nelle scelte individuali e quotidiane, nella coerenza, nella fantasia.

8) Abbiamo ancora bisogno di maestri?
Certo. Ma abbiamo soprattutto un gran bisogno di allievi.

9) Di cosa è urgente parlare in questo momento?
In questo momento urge tacere e tentare strade mai battute.

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