Bonsai #20. Woody Allen, “To Rome with love”

di Flaminia Beneventano

Roma, una città in cui “nascono tante storie”. E’ – con la sua prima battuta (in inglese maccheronico nella versione originale) – lo stesso vigile di Piazza Venezia a dirlo, personaggio che apre la pellicola e che è, allo stesso tempo, il primo dei tanti clichés romani che costellano il film. E di storie Woody Allen ne proporrà quattro, divertenti e imprevedibili, ognuna con le proprie sfaccettature e sviluppi paradossali che rendono questa commedia un trionfo dell’esagerazione comica, pur prendendo spunto da situazioni tipiche, al limite del banale. I topoi su cui si basano gli episodi sono volontariamente tali, scelti come punto di partenza per esilaranti trovate comiche, attraverso le quali il genio del regista newyorkese si esplica nella sua vena più creativa. Lungi dal conferire al film una patina di opaca stanchezza, l’ordinarietà delle situazioni proposte mette anzi in rilievo l’originalità delle soluzioni narrative e degli svolgimenti inattesi.
Per la seconda volta in pochi mesi, dopo Midnight in Paris (dicembre 2011), Woody Allen offre al suo pubblico uno spaccato di vita in una capitale europea: Roma, con il suo splendore, fa da sfondo al mosaico di episodi che costituiscono la trama – anzi, le trame – del film, e rappresenta un punto di incontro per i personaggi. Ad un ulteriore livello di analisi, tuttavia, la città non si rivela soltanto un affascinante teatro per le vicende narrate; quale emblema e centro della cultura italiana per antonomasia, l’ambientazione fornisce al regista una serie di spunti per ironizzare sull’identità italiana e sulle sue peculiarità. Ulteriore enfasi è data dall’arguto confronto con il modo di essere statunitense, anch’esso esasperato nei suoi tratti tipici, che caratterizza la maggior parte dei protagonisti.
La storia d’amore nata tra un giovane romano e una turista americana sfocia dunque in un esilarante incontro-scontro tra le rispettive famiglie; così come l’episodio di Leopoldo Pisanello (Roberto Benigni) – classico “italiano medio” , prevedibile, ordinario – che assurge senza nessun apparente motivo a divo televisivo e mediatico, rappresenta una pungente, nonché ironica, critica all’informazione italiana, al ruolo dei media e delle celebrità di oggi.
Nello svolgersi degli episodi, Woody Allen inserisce anche la citazione cinematografica: il celeberrimo architetto americano (Alec Baldwin) in vacanza a Roma, mentore immaginario del giovane studente Jack (Jesse Eisenberg), sempre pronto a dispensare dritte e consigli sulla vita sentimentale, non è che un alter ego dell’Humphrey Bogart di Play it again, Sam (Herbert Ross, 1972). La citazione diventa quasi un’autocitazione, rievocando un film indossolubilmente legato ad una delle più celebri interpretazioni giovanili dello stesso Allen.
Con un cast eccezionale (tra cui lo stesso regista, tornato sulle scene dopo sei anni di pausa) e un caleidoscopio di scene divertenti e dinamiche, Woody Allen dà vita a alla commedia del cliché e dell’eccesso. Caratterizzata dalla vitalità e dal paradosso comico, e lontana dalla seria compostezza del Woody Allen più introspettivo, la commedia non può che culminare con un’anticonformista messa in scena – da parte di alcuni dei protagonisti – dei Pagliacci di Leoncavallo.
Si tratta di un film ameno, il cui punto di forza è l’apoteosi del comico parodico, rinforzato proprio dallo scarto rispetto alla tipicità delle situazioni proposte.

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