Serie televisive che non assomigliano a romanzi

In occasione dell’incontro del 3 maggio Nuovi linguaggi #1: le serie televisive, primo del ciclo Costruire storie: nuovi linguaggi e nuove pratiche di narrazione, pubblichiamo alcune delle riflessioni più interessanti sul tema, apparse in rete su blog e riviste. La grande attenzione che alcuni tra scrittori, blogger e studiosi stanno dimostrando verso l’evoluzione della serialità televisiva in questi ultimi anni dimostra quanto lo scenario televisivo e  i nuovi modi della serialità abbiano prodotto testi notevolissimi per impatto e profondità, da studiare e discutere mostrandone affinità e divergenze con la pratica, solo apparentemente lontana, del romanzo. Questo pezzo di  Nicola Lagioia, già apparso su minima&moralia, propone una visione differente del fenomeno delle serie televisive. Se Francesco Pacifico tentava un confronto tra The Wire e Gomorra, Lagioia rifiuta le reazioni più entusiastiche nei confronti della “rivoluzione seriale” criticando chi, anche affermando la fine della letteratura, vede nelle nuove serie americane il futuro della narrativa tout court.”

Soltanto un mondo che cerca nella fuga dalla realtà il proprio stabile rifugio può scambiare dell’ottimo intrattenimento per una forma d’arte. Così, dopo un avventuroso articolo del «New York Times» che celebrava  The Sopranos paragonando l’inventiva del suo autore a quelle di Dickens e addirittura Shakespeare, anche nella festosa cassa di risonanza di cantonate altrui che è l’Italia (ultimo Aldo Grasso, ma in buona compagnia) ha cominciato a farsi largo l’idea: le nuove serie tv americane avrebbero sostituito la letteratura nel compito che essa ha svolto negli ultimi due secoli, visto che Mad Men o Six Feet Under funzionerebbero secondo schemi narrativi simili a quelli che muovono romanzi come Illusioni perdute o Guerra e Pace.

È vero che, paragonate alla sconsolante produzione nostrana, le serie made in Usa sono avanti anni luce, ed è vero che la tv garantisce una popolarità preclusa alla letteratura (e tuttavia pensare che Betty Draper di Mad Men possa lasciare nell’immaginario un solco più profondo di Emma Bovary significa davvero coltivare un’illusione), ma eccitarsi intorno alla constatazione che i flash-forward di Lost sono all’altezza di quelli di Tolstoj significa soltanto ammettere che qualcuno fa bene ciò che qualcun altro faceva egregiamente un secolo e mezzo fa. Può un mondo radicalmente mutato venire racontato da forme ottocentesche, seppure aggiornate molto bene? Più difficile allora sostenere che queste serie, sempre che abbiano appreso la lezione di Balzac, siano riuscite a ridurre la distanza che ancora le separa da Proust, da Cortázar, da Faulkner, da Sebald, da Bolaño e dai non pochi scrittori che negli ultimi decenni hanno davvero spostato il confine di ciò che è raccontabile. In realtà ­– sofisticate e finalmente mature forme di intrattenimento – non hanno neanche ridotto la distanza che le separa dalla serie che ancora tutte le contiene: quel Twin Peaks di David Lynch che per coraggio, forza, innovatività, genio (al costo magari di qualche  difetto) rappresentò un vero atto fondativo.

Soltanto un mondo molto spaventato può giocarsela talmente in difensiva da portare l’epigonalità a livelli di assoluta perfezione. Più che agli indici di borsa toccherà allora ai nuovi Lynch e Kubrick: compariranno prima o poi su uno schermo con qualcosa che non avevamo mai visto e, scaraventandoci giù dalle poltrone con domande che non ci eravamo ancora fatti – forti di un mondo che torna a consentirgli un simile coraggio – verranno a dirci che la crisi è finita.

2 Comments Add yours

  1. scrittoriprecari ha detto:

    A me sembra che qua si mescolino un po’ troppe cose: serialità, televisione, cinema, letteratura, romanzo… Lagioia sta parlando di strutture narrative (della loro funzione “popular”), di forma o di estetica tout court? Mi sembrano insomma delle vecchie polemiche (vecchie ormai di più di un secolo) tra difensori dell’immagine e tutori della parola…
    Simone

    1. Concordo. Probabilmente il mimare quella vecchia polemica è voluto, ma il ragionamento non mi convince
      Marco

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