Il dominio dell’invisibile. Su Le benevole di Jonathan Littell

di Antonio Coiro

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Lucio Fontana, “Concetto spaziale, Attese”, 1959

Le benevole, uscito in Francia nel 2006, narra delle vicende di guerra sul fronte orientale negli anni tra il 1941 e il 1945, attraverso lo sguardo e l’esperienza di Maximilien Aue, ufficiale delle SS. Uno degli aspetti più interessanti del romanzo di Littell (nordamericano che scrive in francese) è certamente la ricchezza mimetica dei contenuti. La realtà, nel romanzo, è materialmente e umanamente ricca: di oggetti, di personaggi, di incontri, di cene, di dialoghi, di nomi propri, di sigle. C’è una sovrabbondanza di eventi, situazioni e scenari che solo in parte si può ascrivere allo stato di eccezione rappresentato dalla guerra. Questa estrema e avvolgente ricchezza contenutistica è raggiunta da Littell attraverso precise strategie testuali che non è il caso, qui, di indagare. Di certo se Le benevole, dal punto di vista della fenomenologia della lettura, risulta quasi un romanzo-esperienza è anche e soprattutto per la forte immanenza dei suoi contenuti.

Al di sopra di questo livello di visibilità materiale, si erge nelle trame del testo un vero e proprio mondo invisibile, molto simile a quello che anima i romanzi di Kafka[1]. Se il dominio dell’invisibile costruito dallo scrittore ceco è irraggiungibile e avvolto dal mistero, con forti valenze mitico-simboliche, quello del romanzo di Littell è rappresentato in tutta la sua plastica capillarità e coincide molto spesso con la declinazione di un tema centrale: la macchina burocratica nazionalsocialista. Il motivo delle mansioni, delle competenze, dei processi decisionali è nel romanzo una presenza costante e significativa. Le riunioni logistiche e i giochi di potere, le catene decisionali e le pratiche burocratiche sono una parte così consistente della narrazione che Aue, iniziando l’ennesima puntuale descrizione degli iter burocratici che precedevano le azioni tedesche, si interrompe improvvisamente e si rivolge direttamente al lettore: «Il 9 aprile… ah, ma a che pro raccontare giorno per giorno tutti questi particolari? Quante pagine ho già accumulato su queste peripezie burocratiche prive di interesse?» (753). In questa interpellazione diretta del lettore, che va avanti per diverse pagine, l’accenno alle «peripezie burocratiche» non è affatto casuale: è, nel romanzo, uno dei rari episodi in cui quello che “autore implicito” si palesa con una certa trasparenza, indicando una delle chiavi di lettura centrali del testo. Aue declina nel testo il tema della burocrazia persecutoria dell’apparato tedesco secondo tre motivi principali: i giochi di potere, le riunioni logistico-amministrative, la cultura delle cifre. Queste tre categorie si intrecciano costantemente e spesso sfumano una nell’altra. La burocrazia nel romanzo appartiene al piano dell’invisibile ma condiziona in maniera decisiva l’azione dei personaggi, fornendo loro dei veri e propri modelli d’azione, è presenza costante nello sviluppo narrativo e non costituisce quasi mai spunto di riflessione per Aue (come altri temi, dall’ideologia nazionalsocialista all’etica) ma è sempre data da questi come per scontata. Fa in un certo senso parte dell’ontologia dell’universo finzionale.

Uno dei personaggi centrali del romanzo è certamente Thomas, brillante amico di Max ma diversissimo per temperamento da lui. Non a caso, ogni volta che Aue narra di Thomas, pur lasciando trasparire il profondo affetto che lo lega all’amico, non manca mai di marcare le differenze che lo separano da lui. L’amico infatti è il tipico carrierista: carismatico, scaltro, cinico, sempre nel luogo giusto al momento giusto. È insomma un abile ufficiale, destinato ad una carriera di successo perché dotato di un requisito fondamentale: ha un fiuto unico nel muoversi nei «barocchi rituali gerarchici» delle alte sfere dei funzionari nazisti per ottenere promozioni e privilegi. Non sono casuali infatti i puntuali accenni del narratore alle condizioni materiali di Thomas: durante l’assedio di Berlino vive in un palazzo antico di prestigio mentre tutta la città sta per crollare, al ristorante gli vengono serviti cibi e vini introvabili in tempi di razionamento bellico, ottiene promozioni e riconoscimenti in serie nonostante non agisca mai come un eroe o un soldato coraggioso. Addirittura quando viene ferito mantiene un aplomb e una risolutezza irreali. Aue invece, affetto da quella sorta di «romanticismo burocratico» che gli viene additata ad un certo punto, idealista e assoluto, per quasi tutto il romanzo mostra serie titubanze a mediare con l’ambiente circostante fatto di gerarchie, sottili valzer di promozioni e medaglie, cene diplomatiche e processi decisionali. Thomas perciò è un personaggio perfettamente antitetico ad Aue e il suo senso in quanto personaggio è da cercare anche nel marcare questa precisa differenza.

Le benevole è un romanzo denso di riunioni, incontri diplomatici, rapporti amministrativi. Littell include nella narrazione tutto quel corpus di congressi, meeting, riunioni di programmazione, incontri istituzionali che nelle narrazioni belliche di solito vengono eclissati dall’azione. Nel romanzo invece sono inserite nel tessuto narrativo in tutto il loro grigiore, in tutta la loro assenza di dramma, con l’intero complesso di discussioni, dibattiti, cariche, sigle, processi decisionali e personaggi storici colti nella loro quotidiana attività professionale. La stessa attività di Aue nel complesso di Auschwitz viene resa soprattutto attraverso una dimensione pragmatica: Max narra delle sue lotte per aumentare il carico calorico nella dieta quotidiana dei detenuti del campo, parla di conflitti di potere, ordini contraddittori, summit logistici per aumentare la produttività. Se per i detenuti ogni giorno passato ad Auschwitz è il possibile giorno della loro morte, per Aue e gli altri funzionari è solo «un’altra sporca giornata di lavoro» (82).

In un universo in tal modo burocratizzato la divisione funzionale del lavoro crea una distanza disumanizzante tra tutti coloro che contribuiscono ad un’azione e il risultato finale di questa azione. Le statistiche così diventano l’unica forma di conoscenza dell’azione collettiva, non è un caso che Aue si renda conto dello scandaloso risultato finale delle operazioni cui ha contribuito solo leggendo, nero su bianco, un asettico numero. E non è un caso che ancora Aue narri un episodio in cui viene richiamato da un suo superiore che nutriva alcuni sospetti sulla possibile manipolazione delle cifre delle esecuzioni del Kommando. Viene insinuata nel romanzo una vera e propria cultura delle cifre. Le statistiche sono uno dei più potenti effetti di distacco [2] che nel processo burocratico separano il mittente dell’ordine dal risultato finale. Attraverso le cifre, i grafici, le medie numeriche si valuta esclusivamente il successo o l’insuccesso di un’operazione, nulla dicono quei numeri dello scopo finale, dei costi umani dell’operazione. Così, come nella straordinaria serie tv americana The Wire[3] l’azione di polizia in una metropoli mira innanzitutto ad abbassare la media mensile di omicidi indipendentemente dal modo in cui questo avviene, le operazioni cui partecipa Aue mirano solo a riempire i rapporti statistici da consegnare al proprio superiore, a sua volta vincolato al raggiungimento di obiettivi numerici verso il proprio superiore in grado. Si crea così una catena burocratica con una logica interna perfettamente razionale, in cui ognuno, agendo per «le proprie ragioni», usa l’antisemitismo come «uno strumento» per fare carriera.

Aue sembra delineare così una perfetta mappatura dell’orrore: dall’azione combinata di più volontà, disposte lungo una linea verticale di controllo per cui si è davvero responsabili della propria azione solo di fronte al proprio superiore e non di fronte agli effetti creati, attraverso l’esercizio di una razionalità burocratica puramente strumentale, si genera una geometrica operazione di genocidio in cui ogni carnefice trova il suo spazio di responsabilità solo nell’ambito tecnico (eseguire bene il proprio lavoro) e non nel campo etico. Quello che descrive Littell attraverso Aue è un universo fitto di mediazioni, in cui al piano stridente del reale si sovrappone un invisibile piano di opacità nel quale, come nella disamina di Kafka da parte di Doležel, «il dominio invisibile opera come un’istituzione sociale, mentre gli abitanti del dominio visibile devono affrontarlo come individui isolati».[4]

Nell’universo di Littell però è del tutto assente la dimensione allegorica dei romanzi di Kafka: è tutto descritto con la fredda luce della storiografia. Le benevole è un romanzo autoptico in cui il velo manicheo delle categorie etiche viene sollevato per mostrare la ricca e frastagliata geografia dell’orrore. Quello che prende corpo nel romanzo è il costante e reciproco inseguimento dei due piani, quello del reale e quello della burocrazia, il loro continuo movimento parallelo per il quale un ordine volutamente vago genera un’incidenza consistente nella realtà e viceversa. Si genera così un corto circuito del reale in cui «più aumentava la portata delle azioni, più diventava difficile controllarne le ricadute» (97). È dal vischioso attrito dei due piani che scaturisce la violenza, sembra dirci Littell: da «tutte quelle persone e tutte quelle istituzioni […] che si addossavano anche la colpa a vicenda» (754), dall’obbedienza che «è il coltello che sgozza la volontà dell’uomo» (218).

Quello che rimane al singolo è la ricerca della violenza pura o la drammatica constatazione dell’irriducibile «prossimità» (Lévinas) della vittima. Aue compie entrambi questi percorsi. Nel primo caso cerca, romanticamente, un duello con un collega ufficiale, reo di averlo diffamato. In un universo di mediazioni però anche il conflitto frontale viene sabotato da forze esterne, ogni spazio di azione è disperatamente contaminato: il superiore di Aue e Turek, l’ufficiale-nemico, scopre la faccenda e impedisce ai due di affrontarsi, gettando Aue nello sconforto: «Avevo l’impressione di essere perseguitato da una maledizione: così, qualunque cosa facessi, ogni azione pura mi sarebbe stata preclusa» (279, corsivo mio). Nel secondo caso invece Aue, di fronte alla sofferenza dei detenuti, non può non constatare l’inalienabile presenza dell’Altro:

Se i tremendi massacri dell’Est provavano qualcosa, è proprio paradossalmente, la spaventosa, inalterabile solidarietà umana. Per quanto brutalizzati e avvezzi fossero, nessuno dei nostri uomini poteva uccidere una donna ebrea senza pensare alla propria moglie, sorella o madre, o poteva uccidere un bambino ebreo senza vedere i propri figli davanti a sé nella fossa. Le loro reazioni, la loro violenza, il loro alcolismo, le loro depressioni nervose, i suicidi, la mia stessa tristezza, tutto ciò dimostrava che l’altro esiste, esiste in quanto altro, in quanto umano, e che nessuna volontà, nessuna ideologia, nessuna dose di stupidità e di alcol può spezzare questo legame, tenue ma indistruttibile. È un fatto, e non un’opinione. (144)


[1] Cfr. L. Doležel, Un mito moderno, in F. Moretti (acd), Il romanzo V. Lezioni, Einaudi, Torino 2003, pp. 471-476.

[2] Z. Bauman, Modernità e Olocausto, Il Mulino, Bologna 1992 (ed. or. 1989), pp. 144-145.

[3] In The Wire, non a caso, ricorrono spesso episodi di manipolazioni delle statistiche, simili a quello citato nel romanzo di Littell: http://www.youtube.com/watch?v=_ogxZxu6cjM

[4] L. Doležel, Un mito moderno, cit., p. 475.

6 Comments Add yours

  1. El_Pinta ha detto:

    Forse non capisco bene cosa intende l’autore quando dice che nel romanzo di Littell manca una dimensione allegorica, che io invece ritrovo specialmente nella parti dedicate al rapporto di Aue con la famiglia che raggiungono nil culmine nel sogno/delirio del protagonista in seguito alla ferita riportata a Stalingrado.
    In ogni caso, l’aspetto veramente interessante da un punto di vista teorico del romanzo di Littell è proprio ” il costante e reciproco inseguimento dei due piani, quello del reale e quello della burocrazia, il loro continuo movimento parallelo per il quale un ordine volutamente vago genera un’incidenza consistente nella realtà e viceversa”
    Ovvero il fatto che venga mostrato come il reale sia sempre, immancabilmente, preso in una rete di rappresentazioni che di fatto lo costituiscono e lo rendono tale…il Reale è, dice Zizek, quel nocciolo duro di realtà che non può essere compreso se non tramite la sua finzionalizzazione…questo con buona pace del nuovo teatrino filosofico a cui piace contrapporre al Postmoderno un supposto Nuovo Realismo composto di fatti certi e verificabile in base a un’istanza di verità…

  2. Antonio Coiro ha detto:

    Sono d’accordo: nelle Benevole la dimensione allegorica è quasi sempre presente. Il titolo stesso ne è la dimostrazione. Per non parlare di alcuni personaggi: i due poliziotti che tormentano Aue fino all’ultima parola del romanzo sono figure più allegoriche che realistiche. Gli stessi sogni di Aue sono spesso costruiti con un allegorismo quasi meccanicistico.
    L’unico piano che non riporta tracce di costruzioni allegoriche è proprio quello delle istituzioni e della burocrazia. Rappresentato sempre in tutta la sua macchinosa “materialità-immateriale” (scusa il bisticcio). Se nei romanzi di Kafka i personaggi sono sempre presi in un groviglio di forze invisibili, misteriose, nelle Benevole si sa quasi sempre alla perfezione chi è il mandante dell’ultimo ordine, chi ha il grado più alto quando si svolge un Aktion.

  3. El_Pinta ha detto:

    A ecco, vedi, ero io che non avevo capito, grazie!

  4. Antonio Coiro ha detto:

    In realtà usavo “allegorico” soprattutto per marcare la differenza da Kafka. Comunque grazie a te.

  5. Dario Belluccio ha detto:

    su invito di flavio Pintarelli, che ha postato l’articolo su google plus, invio il mio commento al riguardo.
    ciao,
    Dario
    ………………..

    Mi pare di avere capito che le Erinni erano, nella mitologia greca, la personificazione (al femminile) della vendetta. Erano le tre sorelle che vivevano negli inferi e stavano a rappresentare il rimorso umano per l’avere commesso fatti particolarmente truculenti. Per calmarle vennero quindi nominate anche “Eumenidi”, quindi “Le benevole”.
    Il testo di Little è davvero straziante in molte parti, in altre la capacità descrittiva fa attorcigliare le viscere.
    Il commento di Antonio Coiro da bene atto di quanto tutto ciò sia portato allo scoperto ne “Le Benevole” attraverso il contrasto con il grigio burocratismo nazista.
    E, però, dalla descrizione di Coiro resta fuori (non so se volutamente o meno) il giustificazionismo che avvolge la figura del protagonista e, con lui, del nazismo.
    Mi pare emerga questa lettura dal libro: chiunque, in un dato momento storico e sociale, risulta essere vittima impotente delle circostanze o, meglio ancora, assume il comportamento che il relativo habitus storico sociale gli cuce addosso. Nello specifico del libro, dunque, chiunque, durante il nazismo, si sarebbe comportato come Maximilian Aue ed avrebbe assecondato i dispositivi di potere in essere pur forzando la propria più intima essenza (guardiamo alla sua omosessualità non dichiarata ed al modo in cui la vive, ad esempio).
    Più di altre questioni (qualcuno mi ha parlato di senso di disgusto, repellenza e cose simili), mi pare che questa sia una considerazione da fare.
    Certo, si può abilmente descrivere narrativamente l’orrore (del nazismo, in specie) con l’orrore. Basti guardare a “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, l’ultimo film scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini. Ma il dato rilevante è quello politico, ciò che viene effettivamente comunicato al lettore/fruitore dell’opera all’esito della sua “consumazione”.
    In questo, per quanto indubbiamente il libro di Little lo abbia letto con una certa voracità (considerando anche quanto è lungo ed a volte volutamente ridondante e ripugnante nella descrizione cavillosa di comportamenti umani ed immagini), mi resta il senso di smarrimento che deriva dalla percezione finale del testo: scritto abilmente a fini esclusivamente commerciali, tanto da non doversi mettere realmente in discussione il dispositivo di potere consustanziale al nazismo.
    Rispetto alla nuova epica italiana, che interpreta la scoperta che un certo filone della letteratura nostrana recente produce dalla cultura pop di fine millennio, dunque, che contestualizza volutamente e politicamente fatti storici, mi pare che Little faccia una operazione di segno opposto. Ma, in realtà, dire (come fa Little) che non c’è scelta in un contesto come quello da lui descritto, significa assumere a sua volta una posizione politica, quella del qualunquismo individualista seppur compassionevole, imperante in tempi di liberismo.
    Il libro magari va letto, come si fa a dire di non leggere un libro, ma tenendo conto che nulla ci scivola addosso solo perchè calato dall’alto.
    La resistenza c’era, eccome, le scelte sono state fatte.

  6. Antonio Coiro ha detto:

    Innanzitutto grazie per l’intervento, argomentato e interessante.
    Il mio articolo voleva mostrare come nel romanzo, a un piano di materialità assoluta e ostentata (a tutti i livelli: dalle scene di iperrealismo quasi splatter alla citazione della marca delle sigarette fumate dai soldati tedeschi), si sovrappone un livello assolutamente invisibile ma sempre presente.
    Non tutti i romanzi, credo, riescono nell’impresa di rappresentare come la realtà sia un impasto così complesso di variabili e livelli. Il mondo narrativo del romanzo è assolutamente stratificato. E proprio per questo non sono d’accordo con l’argomento dei fini commerciali che tu portavi. Non credo sia un romanzo con un’accessibilità innocua e pacifica. E non vedo nemmeno il “giustificazionismo” di Littell verso Aue (che tra l’altro, da non dimenticare, non è un civile ma un militare) o verso il nazismo. Sebbene il piano della burocrazia sia una presenza costante nello sviluppo narrativo, non c’è mai secondo me una corrispondenza meccanica tra un ordine e un’azione, non si instaura mai un rapporto di causalità “nuda” tra i due estremi. Littell è bravissimo a rappresentare lo spazio grigio che si situa tra questi due punti.

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