Il recto ed il verso dell’adolescenza: recensione a “Pugni” di Pietro Grossi

di Camilla Panichi

Immagine: François Truffaut, “Jules et Jim”, 1962

Pietro Grossi è nato nel 1978 a Firenze. Esordisce nel 2000 con il romanzo Touché (Pagliai Editore), ma il libro che lo afferma come scrittore è Pugni (Sellerio, 2006), finalista del premio Viareggio e del premio Strega nonché vincitore del premio Piero Chiara e del premio Ceppo di Pistoia. Del 2007 è il suo secondo romanzo, L’acchito, edito sempre per Sellerio. Il suo ultimo lavoro è il romanzo Incanto edito Mondadori nel 2011. 404: file not found incontrerà l’autore lunedì 5 marzo presso la biblioteca comunale di Colle di Val d’Elsa, Siena.
Pugni è una raccolta di tre racconti, ciascuno dei quali è costruito su una coppia di personaggi. Il primo, Boxe, narra la storia di due adolescenti, la Capra e il Ballerino, entrambi pugili, la cui fama che li precede si fa quasi mito: la Capra combatte a testa bassa, come l’animale da cui prende il soprannome, è taciturno, schivo e imbattuto. Il Ballerino è veloce sulle gambe e con un destro secco e preciso, ma non combatte mai. I due pugili, appartenenti a condizioni sociali diverse, ignari l’uno della vita dell’altro non si incontrano-scontrano fin quando la Capra non decide di sfidare il Ballerino per stabilire il primato tra i due. Questo gesto viene caricato di senso e vissuto dalla voce narrante ‒ quella del Ballerino ‒ come il momento in cui uscire dalla dimensione della leggenda («Ero una specie di leggenda. Si parlava di me in tutte le palestre» p.21) ed entrare in quella della realtà. È proprio su questo passaggio che si concentra l’attenzione dell’autore; un passaggio che è anche quello dell’adolescenza alla vita adulta e che in un certo senso ha i tratti dell’irreversibilità:

Ogni tanto ti accadono cose che ti cambiano la vita. E hai voglia poi di tornare indietro e dire no, mi piaceva più prima. […] Il mondo cambiò. D’un tratto là fuori c’era qualcuno capace di battermi, o qualcuno che comunque se la poteva senz’altro giocare.

L’intero racconto crea un climax, il cui apice è raggiunto nella narrazione dell’incontro e quindi dal combattimento tra i due protagonisti. Tutta la parte che lo precede sembra un lungo allenamento destinato alla preparazione di quel momento; vengono descritte con precisione le giornate trascorse in palestra tra il sudore e i sacchi, l’allenamento, i passaggi tecnici: «Schiva. Sinistro destro sinistro. Sinistro. Gira». Atteso dal pubblico come l’evento dell’anno, il combattimento, più che risolversi come una resa dei conti si presenta come vera e propria iniziazione alla vita attraverso la lotta, contro un nemico, che in fin dei conti non è poi così diverso da noi:

Mi resi conto d’un tratto che eravamo della stessa razza, due ragazzetti sfigati emarginati che lottavano per la vita, per quel brandello quadrato e sporco di realtà in cui le cose andavano come dovevano andare e tutto si rimetteva insieme. E d’un tratto una parte di me capì che nessuno dei due avrebbe potuto vincere, che entrambi non avevamo che da perdere.

Anche nel secondo racconto, Cavalli, viene narrato il momento in cui due ragazzi fanno ingresso nella vita adulta. Stavolta i protagonisti sono due fratelli, Daniel e Natan, molto uniti e molto diversi tra loro («Daniel invidiò suo fratello per il suo coraggio […] e suo fratello avrebbe sempre invidiato lui per la sua volontà» p.93). Ma le loro strade si separano nel momento in cui il padre, per dare loro una occupazione e distoglierli dall’abitudine di passare le giornate nei campi o a rubare liquori dalla cantina di una vecchia signora, decide di regalare a ciascun figlio un cavallo. L’ingresso di questi animali-compagni nella vita dei due ragazzi determina una svolta, un cambiamento profondo nei modi di rapportarsi alla realtà, e diventa una occasione per narrare come due individui, per giunta fratelli e che partono da una condizione identica, decidono di sfruttare le loro possibilità. Da un lato c’è il figlio ‘responsabile’ e sedentario (Daniel) che decide di coltivare la passione del cavallo tirando su un allevamento, dall’altro lato la figura del figlio scapestrato (Natan) che coglie nel cavallo la possibilità di superare le frontiere delle proprie colline entro le quali ha sempre vissuto e di raggiungere la città per condurre una vita lasciva tra prostitute, alcool e giochi di carte. Non c’è alcun giudizio di valore nelle parole del narratore onnisciente riguardo le diverse possibilità di declinare il proprio destino, anzi:

Fu subito chiaro a tutti che i cavalli avrebbero portato i due fratelli in luoghi diversi. È inutile stare a raccontarci che siamo tutti uguali, ognuno sfrutta il mondo a modo suo, per arrivare suo malgrado dove gli spetta. C’è chi il coltello lo usa per uccidere e chi per affettarsi una mela. Lo stesso coltello, e tutto ciò che c’è nel mezzo, è il mondo diverso per ognuno di noi.

Quel mondo è per ognuno di noi la cosa più importante e più particolare, fin quando non si scontra con altri mondi altrettanto importanti e particolari. E così sarà per Natan, il figlio libero e disubbidiente, che è costretto a misurare la differenza delle proprie scelte sulla brutta cicatrice che il fratello si è procurato in una rissa per questioni di cavalli. È in quel momento che Natan percepisce la distanza da Daniel, la vita adulta in cui il fratello è entrato responsabilmente e a proprio rischio e capisce la velleità delle proprie scelte nelle dure parole che gli rivolge il fratello nel loro ultimo incontro: «Lascia stare, Natan, non è la tua storia».
Il terzo e ultimo racconto, Scimmia, benché sempre costruito su una coppia di personaggi, si differenzia dai primi due sia per l’argomento quasi surreale sia perché ad essere narrato non è più il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, bensì l’adolescenza che rivive a tratti nel ricordo di chi, cresciuto, guarda al passato con una certa diffidenza:

Nico si chiese se Miriam stesse pensando a quando lo aveva sbattuto fuori di casa prendendolo a bastonate con un manico di scopa oppure a quando aveva categoricamente vietato a Piero di vederlo.

Al centro della vicenda vi sono Nico, che ha raggiunto una posizione sociale: lavora nel cinema, vive a Roma ha una compagna e Piero, che dopo aver viaggiato molto e progettato un avvenire ancora più dinamico, d’improvviso regredisce a uno stadio primitivo e animale iniziando a comportarsi come una scimmia. Quando i due amici si incontrano ogni tentativo di comunicazione è impossibile: la metamorfosi ha completamente privato Piero del principio di realtà: non c’è dialogo, se non quello stabilito dai segni. Per qualche minuto Nico gioca con Piero costruendo figure con i gusci di pistacchio, poi sconcertato da tanta insensatezza si allontana dall’amico ormai irriconoscibile. Questo passaggio segna un ulteriore e più pesante distacco: quello da un passato le cui tinte oscure affiorano talvolta nei pensieri di Nico provocando una interruzione indesiderata nell’esistenza di tutti i giorni:

Là in fondo, da qualche parte, c’erano Miriam e Piero e quella valanga di cose non dette che bruciavano come tizzoni. Nico si voltò e prese a camminare giù lungo la strada. […] La sera avrebbe forse cucinato un piatto di pasta veloce, poi avrebbe staccato il telefono e avrebbe messo su un bel film, poi sarebbe andato a letto provando a non pensarci.

Come il Bellerino e la Capra, Daniel e Natan, anche Nico e Piero vengono presentati come una sorta di doppio; i legami che vengono narrati da questi tre racconti (i nemici sul ring, i due fratelli, i due amici) rappresentano in certo senso il recto e il verso di una stessa identità che cerca di affermarsi e di trovare un posto nel mondo. Ci sono personaggi che riescono a realizzarsi ‒ il Ballerino, Daniel e Nico ‒ e personaggi che si perdono inevitabilmente (la Capra, che continuerà a vincere ogni incontro pur sapendo di non essere lui il più forte, Natan e Piero). Ma questa distinzione è solo di superficie: se è vero che, come si legge nelle parole di Nico, «in fin dei conti ognuno è ciò che è» (p.160), è anche vero che il confine che separa questi personaggi, apparentemente così diversi tra loro, vacilla continuamente tra successo e fallimento, resistenza e abbandono, vittoria e sconfitta, al punto di annullarsi:

 Eravamo là d’un tratto vicini senza guantoni, ormai vinti e vincitori, senza più armi per combattere e una vita da riprendere in mano, entrambi alle prese con ciò che gli rimaneva.

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