Le alghe rosse: un romanzo intimo e collettivo

di Primo De Vecchis


Luciana Catalani, già autrice di una raccolta di racconti, Aurora (2003), e di un romanzo, Il nido nella sabbia (2007), ritorna sulla scena letteraria con un nuovo romanzo, Le alghe rosse (edito sempre dalla Robin Edizioni di Roma). Se nel precedente romanzo convivevano ancora abilità narrativa e passione talora debordante, capitoli di grande densità poetica e passaggi più rapidi e sentimentali, occorre ammettere che stavolta l’autrice pare aver trovato un felice equilibrio, merito forse di un tema dal minor peso autobiografico e dal respiro più generazionale e storico-politico. Siamo negli anni Settanta e l’affresco narrativo segue le vicende di un gruppo di amici che si uniscono per vivere in una Comune, un casale in riva al lago in un’amena località del Lazio. Inizialmente la Comune ospita innumerevoli aderenti, ma dal luglio del 1978, con l’acquisto del casale, il gruppo si assottiglia. Potremmo almeno citare quattro personaggi significativi, Ada Ardenza, Davide Naghis, Diana Argenti ed Olga Petruzzi, i quali si ritrovano insieme dopo circa trent’anni per tirare le somme di un’epoca tempestosa e contraddittoria, nonché per decidere le sorti di quel casale acquistato in comune, quando le utopie di palingenesi sociale riscaldavano i cuori, un’epoca che sembra ormai irrevocabilmente perduta, con il suo carico di sogni (o forse no). Ma vi sono molti altri personaggi secondari non di poco conto, primo fra tutti Sara, proveniente da Amatrice, che abbandona la Comune e sceglie la strada della lotta armata: entrerà a far parte di ‘Guerriglia comunista’, un’organizzazione dedita all’eliminazione degli spacciatori di droga. Sara, personalità marginale nel libro, correrà dritta verso un tragico destino, ma la sua esperienza lascia comunque il segno: questo per dire che le storie parallele sono potenzialmente innumerevoli. Lo stesso avviene per episodi secondari ma significativi, come l’incendio di Radio Città Futura e il tentato omicidio di cinque donne del collettivo delle casalinghe di Radio Donna da parte dei N.A.R.: un fatto di cronaca di quegli anni convulsi ormai dimenticato e che giustamente ritorna in vita (carico di senso) nella ‘finzione’ letteraria.

Vi è un abile ricorso a espedienti cinematografici per evidenziare le alternanze temporali, segno che l’autrice ha saputo far tesoro della propria lunga esperienza come soggettista e sceneggiatrice nel cinema e nella televisione. A un certo punto del romanzo irrompe Ettore Vitro, operatore di ripresa, che ha il compito di filmare ciò che avviene nella casa, per portare a termine una personale inchiesta sul fenomeno delle Comuni: ecco quindi che riemergono dal passato la storia di Diana, ragazza omosessuale scappata via di casa; la storia di Olga e Camillo, l’una cuoca, l’altro scultore del legno, figlio di un facoltoso impresario di pompe funebri, un padre pragmatico e chiaro emblema di una conformistica borghesia rampante; la storia di Davide, genovese, figlio di pescivendoli, un vero ‘proletario’ in mezzo ai ‘signorini’ che hanno deciso di ribellarsi ai padri; la storia di Ada, cresciuta in conflitto con la sorella minore Iria, ballerina, e il padre volitivo, fanatico della caccia. Il tema della Comune degli anni Settanta però non deve essere preso alla lettera: si tratta di un luogo, un magico recinto nel quale fare interagire la chimica dei sentimenti, le affinità e le opposizioni, dal quale fare scaturire felici idee e insanabili contraddizioni. E la storia così sfuma nel simbolo, grazie a uno stile appassionato e preciso, dinamico e sospeso nella meditazione, a tratti quasi impressionistico e corpuscolare; in tal senso il lago diviene uno dei protagonisti, carico di ambiguità, luogo dell’idillio e della morbosità:«Il lago, ormai nero di notte, si era offerto di sorreggere una luna dalla luce giallastra con un dialogo muto, reciprocamente consolatorio, nell’enigma dell’oscurità» (p. 33). E dal lago scaturisce il mistero del titolo:

“Laggiù, guardate si muovono le alghe rosse!” Una zona del lago mostrava e nascondeva una placca vibratile di rosso. […] “Quelle alghe rosse mi danno sempre una grande angoscia. Non posso vederle” sussurrò Ada al biologo. “È il segno di una malattia, cara signora, che è nostro dovere curare. Tutto qui: non ci sono altri misteri” rispose l’altro guardandola stupito (p. 149)

E invece i misteri pullulano e la vicenda cambia pelle come un serpe: da politica si fa esistenziale e poi simbolica.
Ma il nodo centrale resta comunque l’eredità perduta e forse solo in parte recuperabile di quegli anni, quando la contestazione incendiò il mondo: «Presto l’avrebbero capito in tanti. Al diavolo la famiglia, il denaro, il lavoro sotto padrone, il mito della carriera, la vita nelle città di cemento, l’ossessione per la macchina. Questa era la vera rivoluzione. Il cambiamento della società nasceva da qui» (p. 47). Che cosa rimane di quelle vicende giovanili, dei sogni, delle utopie, delle lotte? Qualcuno serba ancora in cuore l’idea di poter cambiare il mondo? Forse sì, ma la prospettiva è mutata. I giovani della media borghesia di allora lottavano contro il conformismo dei padri: il capitalismo ha saputo accogliere tali istanze, le ha assorbite e manipolate secondo la sua logica peculiare, si è rinnovato, e molti ribelli si sono integrati. I giovani della sempre più piccola borghesia di oggi lottano contro la precarietà e la mancanza di futuro: ciò che prima era utopia (la Comune) oggi potrebbe rivelarsi una soluzione se non un ripiego (fuga dalle città, ritorno alle campagne). Alcuni indignati di oggi lottano persino per ottenere ciò che gli arrabbiati di un tempo rifiutavano: un impiego fisso, una casa confortevole, una famiglia serena (insomma i capisaldi del dolce vivere piccolo-borghese). Ma ciò che rimane invariata forse è la carica di indignazione dell’uomo in rivolta, con tutte le sue contraddizioni (Camus insegna).
Probabilmente più di un giovane ha capito che la palingenesi sociale può realizzarsi solo con il cambiamento radicale dei comportamenti del singolo, con la sincronizzazione empatica delle ‘anime’ in un unico organismo universale, con il recupero del senso di comunità e fratellanza, ma a partire dal nostro intimo rapporto con gli altri. E oggi più che mai, mentre il capitalismo occidentale si dibatte in una crisi apparentemente senza via di uscita, sembra scorgersi, in mezzo alla nuova indignazione, una fioca luce di speranza (ma fragile, sempre pronta ad essere spenta dalla furia del possesso e dell’egoismo).

Fotografia tratta  da archiviofoto.unita.it

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