“Da Ocean Beach al Golden Gate”: recensione a “Caffè Trieste. Colazione con Lawrence Ferlinghetti””

di Claudia Crocco

Caffè Trieste. Colazione con Lawrence Ferlinghetti  (Perrone, Roma, 2011) è, innanzitutto, un libro sul viaggio. Il primo è quello, reale, che l’autrice Olga Campofreda ha compiuto nell’estate 2009, subito dopo essersi laureata: da Napoli a San Francisco, da sola, vagando attraverso la città dove “le cose accadono e basta. E tu devi solo lasciarle accadere” (p. 80). L’obiettivo di Olga, nella vita reale e nella finzione narrativa, era quello di intervistare dal vivo Lawrence Ferlinghetti, e l’incontro con lui rappresenta effettivamente il punto di climax del racconto. Al tempo stesso, non ne costituisce la parte principale.
Prima di incontrare il poeta più importante della beat generation, infatti, la narratrice-protagonista attraversa la città, i suoi luoghi simbolo, i suoi caffè: come “Caffè Trieste”, luogo reale dove ancora si incontrano Jack Hirschman e svariati poeti. Inizia così il suo secondo viaggio, che si potrebbe definire un attraversamento di alcuni miti che circondano San Francisco, e che hanno segnato la vita di Olga stessa: i poeti degli anni Cinquanta e Sessanta, le avventure on the road, ma anche i grandi gruppi rock che hanno animato la città. Nel libro (di cui l’autrice è anche protagonista) sono rappresentati svariati frammenti di queste realtà: in alcuni casi sono ormai residui, detriti, fotografie ormai sbiadite; altre volte, invece, si tratta di poeti ed artisti viventi, che vivono ancora come in un romanzo di Kerouac (Hirschman e tutti i poeti descritti intorno a lui, ad esempio). Come il protagonista dell’ultimo film di Woody Allen, anche Olga esplora una città, le sue strade, i suoi quartieri, facendosi guidare dal fascino della sua immagine mitica del passato, attraversandone luoghi che sembrano trasportarla in altre epoche. In questo caso, però, alla descrizione dell’attesa e alla tensione per la scoperta corrisponde un movimento parallelo, che agisce in senso opposto e decostruisce il mito alla radice.

Olga Campofreda non è soltanto una studentessa emozionata dalla vista di quel poeta incontrato per la prima volta “in una mattina assolata”, come ama raccontare quando le chiedono quando ha iniziato ad interessarsi ad una certa poesia americana. L’entusiasmo quasi ingenuo, che la spinge ad indirizzare i regali di laurea di zie e parenti verso quel biglietto aereo per San Francisco, lascia alcune tracce nella scrittura: nell’abuso di frasi nominali (“Una vita intera. E c’è troppa luce per un’ombra. Troppa luce.,” p. 80), nell’uso un po’ ridondante delle maiuscole per personificare enti astratti ( ‘il Tempo’, ‘la Poesia’); in alcune scene in cui è cercato  forzatamente l’idillio con l’ambiente naturale; nell’enfasi e nel pathos di alcune descrizioni dei poeti.
Olga-personaggio, però, ha anche dei momenti di consapevolezza estrema,  e di decostruzione del mito che Olga-autrice ha creato: da qui nascono le parti migliori del libro, i dialoghi più originali. Come quando cammina a piedi per nove ore, per andare da Ocean Beach al Golden Gate, e poi incontra “Super Mario”, che tifa per i Giants  e guida un pick-up giallo canarino:

“Quindi sei venuta a cercare i Beat […] E credi davvero che loro abbiano fatto tutto quello che hanno scritto? Credi davvero – prosegue – che anche solo il più folle di loro abbia avuto il coraggio di farsi nove ore di cammino sotto questo sole senza mai fermarsi?
– Non lo so – rispondo – Forse non ho bisogno di saperlo. Preferisco immaginare che sia vero, nella misura in cui tutto questo mi riesce a spiegare meglio il mondo. Ci ho pensato un po’ oggi e ne ho ricavato che davvero, non mi interessa conoscere l’autenticità delle loro rivelazioni. Quanto di vero abbiano messo nei loro versi. Sono vere tutte le cose che a partire dai loro versi sono arrivate a me. Credo sia questa, la cosa più importante.
– Sai che Jack Kerouac non aveva neanche la patente? – dice Super Mario, senza distogliere gli occhi dalla strada. La discesa è ripida, una alla volta, più rade poi più compatte, si affiancano boutique dalle vetrine di colori pastello.
– E sai anche che tutto il viaggio che racconta in On the road è stato finanziato a suon di paghette dalla madre? La madre è quella che lui nel romanzo chiama zia. Non le ha mai passato un dollaro di quanto le doveva, per quanto le fosse devoto come solo un cattolico sa essere, nei confron- ti delle madri.
– Lo so bene – rispondo – ma Jack non ha mai promesso nulla ai suoi lettori. Si tratta di un racconto di un amico, il suo. Come le poesie di tutti gli altri, in quella cricca. Se possono ispirare grandi sogni, per come la vedo, hanno già saldato qualsiasi debito in partenza.

Un altro momento interessante è il terzultimo capitolo, “Poeti da bancone”, in cui è raccontata la serata che precede l’incontro con Ferlinghetti. La prima parte è molto simile al resto del libro: Olga è stata invitata da Hirschman alla festa di compleanno di una delle frequentatrici del Caffè Trieste, Aggie, e descrive vari protagonisti della serata, giovani e meno giovani artisti e poeti. La scena è rappresentata dal punto di vista dell’autrice-protagonista, che domina in tutto il romanzo; in questo caso la mimesi delle sue percezioni, che si fanno gradualmente sempre più annebbiate dall’alcool, è usata molto efficacemente per costruire un’atmosfera leggermente ovattata e sospesa. La spensieratezza dei poeti intorno a lei diventa quella di San Francisco, di un’America che appare mitica in quanto senza tempo, con una continua commistione fra atmosfere passate e presenti. Alla fine della serata, però, Olga è riaccompagnata a casa da Neeli Cherkovski, poeta e biografo di Bukowski, altro artista che si scopre far parte della mitografia personale dell’autrice. Durante il tragitto in macchina i due parlano molto, e Olga alla fine rivela non solo la comprensibile ansia, ma anche il vero e proprio timore dell’incontro con Ferlinghetti: e questo è dovuto alla paura del confronto diretto con il mito, alla consapevolezza del fatto che l’immagine costruita non potrà corrispondere alla la persona reale che incontrerà.
Cosa produrrà l’incontro? Cosa produce il confronto fra la realtà e la sua rappresentazione letteraria ed idealizzata?  Il dialogo con Cherkovski rappresenta uno dei momenti migliori del libro, in cui la questione centrale è lasciata aperta, tutto può ancora succedere. Caffè Trieste sarebbe potuto finire così, lasciando il lettore in dubbio sull’intervista con il poeta, senza attribuire all’incontro un ruolo decisivo. Invece l’autrice riporta fedelmente alcuni estratti dell’intervista, che costituiscono il penultimo capitolo del romanzo; segue la descrizione della sua partenza da San Francisco, (con il particolare delle lacrime versate in taxi per il distacco dalla città, non privo di pathos). Infine, l’ultimo capitolo riporta alcune pagine dal diario di Cristoforo Colombo e da quello di un altro viaggiatore del Cinquecento, Bartolomeo de las Casas. Attraverso la figura di Colombo, l’autrice ha dichiarato di aver voluto rappresentare “un processo mentale”, che unirebbe le due dimensioni del viaggio: nel caso di Colombo la toponomastica immaginaria pensata per le Indie non poteva coincidere con i paesaggi americani, e allo stesso modo il paesaggio mentale e mitizzato di Olga-personaggio non può coincidere con la San Francisco reale.
Caffè Trieste è la prima opera importante di una scrittrice ancora giovane, e già impegnata nella scrittura di un nuovo romanzo. Gli aspetti più interessanti sono la descrizione di alcune atmosfere di San Francisco; il parallelo istituito fra viaggio, realtà e rappresentazione. Tuttavia lo stile talvolta è troppo enfatico; la problematizzazione del mito non riesce ad incidere completamente sulla narrazione. La sua forza, più che la descrizione del senso del viaggio e della ricerca poetica, sono i micro-racconti interni, i fili di una narrazione appena iniziata, che – forse – avrà modo di continuare.

“– Hai paura di demolirne il mito? Non te la prendere. I miti sono come l’ombra sulla porta. Sembrano enormi fin- ché la sagoma è lontana, diventano più piccoli man mano che ti si fanno più vicini. Scompare quando il corpo ti tocca.”

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