Su A.C.T.A, S.O.P.A e P.I.P.A., i tre acronimi più diffusi del web

di Gabriele Frongia

Tutto comincia, almeno per il grande pubblico, quando Megavideo e Megaupload vengono posti sotto sequestro da un’operazione congiunta di F.B.I., Dipartimento di Giustizia e I.P.R.(Intellectual Propriety Rights) durante la quale viene arrestato il fondatore del sito di file sharing più famoso in rete, Kim Schmitz, accusato di pirateria informatica a scopo di lucro.
Quello che è successo con il dominio megaupload.com, in realtà, non dipende da nessuna delle tre leggi sopracitate poichénessuna di esse è ancora entrata in vigore.
È stata un’operazione mirata e solitaria, ma che crea, almeno per il governo degli Stati Uniti d’America, un precedente legislativo pericoloso. Ed è proprio questo precedente che ha causato un’autonoma sospensione del servizio di centinaia di altri siti di file sharing come Novamov, Videoweed, Fileserve, Plutarko e così via.
Nei tanti articoli che si sono susseguiti in questi giorni, sulla rete, sui giornali e in televisione, è mancata, a mio modo di vedere, un’analisi critica di quanto implicitamente affermato da questa operazione. Per questo motivo scelgo di non entrare nel dibattito, abusato, tra chi sostiene che la pirateria sia un diritto costituzionale e tra chi pensa che il nome Silvia, dato alla propria figlia, debba essere tutelato dai diritti d’autore.

Trovo più interessante soffermarmi sul dato di fatto: la responsabilità penale e civile per l’infrazione delle leggi sui diritti d’autore ricade non più sui singoli utenti che immettono in rete materiale protetto, ma su colui che permette la condivisione di tali file offrendo un servizio di file sharing. In poche parole è come se venisse arrestato tutto il CEO di Eastpak perché gli zaini da loro prodotti sono utilizzati anche per spacciare droga. Ed è partendo da questo che A.C.T.A. (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), P.I.P.A.(Protect IP Act) e S.O.P.A. (Stop Online Piracy Act) diventano possibilità legislative inquietanti. Se l’azione isolata intrapresa contro Megaupload porta ad una corresponsabilità di chi ha ideato il servizio, queste tre leggi, toccando aspetti differenti, allargano a dismisura questa responsabilità: ogni singolo server, provider, azienda o nodo di rete che fornisca spazio di archiviazione o che permetta la circolazione di file protetti, o chiunque decida di acquistare uno spazio pubblicitario su uno di questi siti, diventa responsabile. Se prima all’Eastpak veniva arrestato solo il CEO, con queste leggi è come se arrestassero anche i rivenditori ufficiali, i negozianti che li rendono reperibili e, cosa ancora più assurda, i trasportatori (camionisti, marinai, piloti di aerei).
Sostanzialmente questa responsabilizzazione generale porta a rendere impossibile non il file sharing di contenuti che infrangono un copyright (i modi per delocalizzare un servizio di questo genere e renderlo non perseguibile legalmente sono tanti e facili da attuare), ma arreca danno sopratutto a chi utilizza questo tipo di servizio per lavoro o chi lo ha utilizzato per fare la storia della rete, come Wikipedia, Youtube o Google. Questo accade perché i rischi di ospitare file caricati da privati o semplicemente reindirizzare a certi link diventa, per società più o meno grandi accomunate da una sede legale occidentale, troppo rischioso. Per esempio su Youtube viene caricata approssimativamente un’ora di contenuto video/audio ogni secondo, rendendo impensabile qualsiasi tipo di controllo costante sulla totalità dei file messi a disposizione del fruitore ultimo. Insomma chi deve portare i libri a scuola rimane senza zaino.
Questa prima parte di conseguenze legislative, per essere precisi, riguarda maggiormente P.IP.A. e S.O.P.A. Ma è leggendo il testo di A.C.T.A. che si comprende a fondo quanto danno possa arrecare una legge per tutelare le major discografiche e cinematografiche. L’A.C.T.A.* , per come si presenta, è in grado di arrecare danni enormi alla libertà d’espressione: essa, infatti, prevede un controllo costante su tutti i servizi di DNS e delle società che offrono accesso a internet, portando alla reperibilità totale, fisica e in termini di dati di navigazione, di qualsiasi utente.
La forza di internet, quella più profonda, rimane l’anonimato, come ci hanno insegnato le proteste nordafricane sbocciate l’anno scorso, la contestazione russa che tutt’ora prosegue e tanti altri casi. Tutti sono accomunati, infatti, dall’aver ricevuto protezione della rete, che ha permesso la circolazione libera del sapere riducendo i rischi che tale diffusione in certe situazioni può comportare.
Insomma ci sono posti e situazioni dove sono più pericolosi i libri e, senza zaino in cui nasconderli, è difficile farli conoscere ad un tuo amico dall’altra parte della città.
Esaurire un argomento come questo è quasi impossibile e per questo ho solo riportato le implicazioni per me più interessanti di una serie di avvenimenti la cui portata è ancora imprevedibile. *A.C.T.A. è un disegno di legge per un accordo commerciale plurilaterale che coinvolge circa 40 stati come USA, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone e 27 paesi dell’Unione Europea. Accordo firmato il 26 gennaio 2012 a Tokyo da tutti i rappresentanti.
Il passo successivo, intorno a giugno, sarà quello della rettifica parlamentare di ogni stato aderente.

19 commenti Aggiungi il tuo

  1. Dorotea ha detto:

    «In poche parole è come se venisse arrestato tutto il CEO di Eastpak perché gli zaini da loro prodotti sono utilizzati anche per spacciare droga»

    Ma non è la stessa cosa. Offrire un servizio di sharing equivale per esempio a ristampare libri già stampati da altre case editrici, senza poi preoccuparsi di venderli. E il capo d’accusa era il lucro.

    Si può essere a favore o contro, ma non si può parlare in maniera così approssimativa delle leggi. Si può combattere solo ciò che si conosce nei dettagli.

    1. Gabriele Frongia ha detto:

      Cara Dorotea,

      “Offrire un servizio di sharing equivale per esempio a ristampare libri già stampati da altre case editrici, senza poi preoccuparsi di venderli” mi spiace ma non capisco il tuo esempio, non mi sembra, se non minimamente, riferibile al file sharing. Quando parlo di file sharing parlo di piattaforme che permettono a diversi utenti, facenti parte di un gruppo di lavoro, di scambiarsi file di dimensioni proibitive per qualsiasi server mail. Così nasce l’idea di mettere a disposizione server che provvedono all’archiviazione di numerosi file, diventando un disco rigido virtuale. Molte delle innovazioni significative che abbiamo cominciato a vedere (sono ancora una piccola parte) e che vedremo nei prossimi anni, sono legate, se non proprio figlie, di questa idea. Nessun tipo di servizio Cloud potrebbe esistere ed evolversi senza i suoi antenati.

      Quando mi ricordi che “E il capo d’accusa era il lucro”, siamo d’accordo, ma un’altra volta non capisco cosa vuoi dire. Nell’articolo scrivo: “Kim Schmitz, accusato di pirateria informatica a scopo di lucro.” vuoi dire che il capo d’accusa non ha niente a che vedere con la pirateria informatica ma che è legato al solo lucro? Non capisco.

      E, mi dispiace, ma non capisco neanche bene dove sono stato approssimativo nel parlare “delle leggi”.

  2. Dorotea ha detto:

    Il file sharing comporta la duplicazione dei files. Quando i files condivisi sono merci coperte da diritto d’autore si tratta di un reato. A meno di non cambiare la legge sul diritto d’autore, ma allora bisogna distruggere anche case editrici ecc. A me sembra che il movimento anti ACTA per ora si limiti a ululare proteste senza provare nemmeno un po’ a studiare il problema. Finché i movimenti di protesta rimangono a questo livello di pressappochismo sarà difficile vederci qualcosa di più del folklore post-situazionista.

    L’articolo mi sembra approssimativo perché non prova nemmeno un po’ a spiegare attraverso quale artificio giuridico ACTA PIPA e SOPA provano a definire il reato di pirateria. Si parla solo molto vagamente di “possibilità legislative inquietanti” e si portano esempi mal scelti.

    1. Dorotea il file sharing è un servizio che riguarda ogni tipo di file, non solo quello protetto dal copyright.
      Mettere in questione la legge sul diritto d’autore, contestarla preferendogli il copyleft, ad esempio, non vuol dire mettere in questione l’esistenza delle case editrici (o di quelle discografiche o cinematografiche), come hai grossolanamente affermato, ma rivendicare un altro modo di accesso alla conoscenza.
      Sul resto risponderà l’autore dell’articolo.

      Marco Mongelli

    2. Gabriele Frongia ha detto:

      Cara Doretea,
      Prima di cominciare ad entrare nel merito delle varie leggi, nel mio articolo, ho specificato che non desideravo entrare nel merito della questione dei diritti d’autore e di quanto la pirateria sia lecita o meno. Nell’articolo cerco solamente di evidenziare quanto, questi tentativi legislativi, possano danneggiare e modificare la rete per come la conosciamo oggi.

      Quando parlo del caso di megaupload.com, l’unico caso concreto che ci possiamo permettere di analizzare, la mia intenzione non è assolutamente quella di giustificare chi utilizza la pirateria a scopo di lucro. L’esempio del CEO dell’eastpak, per quanto debole a tuo dire, cerca solo di fare riflettere sull’assurdità di un procedimento legale. Procedimento che responsabilizza, non chi fa un uso criminoso di un servizio, ma colui che mette a disposizione un servizio. In questo caso specifico il servizio è quello del file sharing (richiamandomi alla risposta Marco Mongelli evito di ripetere cosa esso significhi e a cose esso serve), immaginalo come un contenitore di dati dove utenti di tutto il mondo possono salvare i propri file e renderli condivisibili ad altri amici/colleghi tramite un link segreto. Se ricordi, megaupload non possedeva alcun tipo di motore di ricerca interno e, per raggiungere i file, occorreva un link specifico (da qui i numerosi blog/catalogo) non il nome del file.
      L’esempio dell’eastpak mi sembrava calzante ed esemplificativo. Megaupload offriva uno spazio X a un utente Y, quello che l’utente Y poteva caricare su quello spazio X non poteva essere soggetto a controllo diretto per due ragioni: le leggi sulla privacy che ne impediscono l’accesso e l’enorme quantitativo di dati caricati ogni ora (vedi esempio di youtube). Se sostituisci a megaupload eastpak e lo spazio X passa da virtuale a fisico, l’esempio dello zaino, a mio modo di vedere regge.

      Mi scuso per la mia prolissità, ma proseguo.

      Il fatto che io cerchi di dare una lettura ne pro ne contro la pirateria informatica credo possa confonderti(vi?).
      Mi spiego meglio. ACTA SOPA e PIPA sono tre leggi tra loro simili, accomunate, a mio modo di vedere, da un pressappochismo pericoloso. Esse cercano in modo goffo di coprire un buco legislativo legato ai diritti d’autore. Al di la di quello che dicono le leggi, al di la proprio del loro “artificio giuridico” (che vedo ti interessa particolarmente, e mi piacerebbe condividessi con me (noi) queste tue conoscenze, magri scrivendo proprio un articolo. Per rendere così la protesta anti ACTA meno folcloristica e post-situazionista), mi ripeto, ho solo cercato di valutare quanto esse, nel loro insieme e nelle loro parti comuni, possano andare a distruggere, non un sistema di diffusione di file protetti da diritti d’autore, ma siti come wikipedia, youtube, google e via dicendo. ovvero mi interessano i danni “collaterali” di un’azione legale violenta ma sopratutto poco ponderata, sulla rete.
      Le motivazioni, di quanto affermo in questo commento e nell’articolo, sono presenti e non sono rappresentate dall’esempio, tanto famigerato, dell’eastpak, che serve solo da collante riassuntivo di un problema che per chi non ha una conoscenza profonda della rete e della sua terminologia specifica è indubbiamente di non facile comprensione.

      Spero di essere stato chiaro, per qualsiasi altra perplessità, dubbio o critica, sono a disposizione.

      Cordialmente,

      Gabriele

  3. isabella ha detto:

    L’articolista Gabriele Frongia pare abbia condiviso troppe volte la frase ” Non capisco”. Rimandato.

    1. Gabriele Frongia ha detto:

      Cara Isabella,
      Per restare nel leitmotiv, non capisco il tuo commento.

      Rimandata cordialmente,

      Gabriele

  4. Dorotea ha detto:

    Marco,
    certo, il file sharing riguarda ogni tipo di file, ma attraverso questi servizi vengono duplicati files che sono coperti dall’attuale legislazione sul diritto d’autore, tra cui film, libri (in versione pdf), ecc. ecc. Ed è solo questa la ragione degli interventi legislativi di cui si parla.
    Il copyleft non mi sembra risolva nulla da questo punto di vista, almeno n non per libri o musica e nessuna grande casa editrice e discografica potrà mai accettarlo.
    Il problema è tecnicamente e giuridicamente abbastanza interessante e a mio avviso servirebbe uno sguardo meno ossessionato da improbabili apocalissi.

    Gabriele,
    «Procedimento che responsabilizza, non chi fa un uso criminoso di un servizio, ma colui che mette a disposizione un servizio»
    Non vedo dove sia il problema. E’ giusto che sia così. Una volta definito il crimine, è ovvio che chi mette a disposizione i mezzi per compierlo va colpito. Volevo solo dire questo: o si prova a lavorare sulla definizione del crimine (la violazione del diritto d’autore) oppure tutte le proteste anti-ACTA resteranno carnevali di periferia.

  5. Gabriele Frongia ha detto:

    Dorotea, provo a spiegarmi un’ultima volta.

    Il problema, nel responsabilizzare colui che fornisce il servizio sta nel fatto che, quel servizio, nel caso specifico megaupload, non offre un servizio atto specificatamente alla pirateria informatica (le ragioni di questa affermazione le ho accennate nell’articolo e riprese più ampiamente nel mio secondo commento). Estendendo il tuo ragionamento, “Una volta definito il crimine, è ovvio che chi mette a disposizione i mezzi per compierlo va colpito”, ad uno spazio/servizio fisico e non virtuale possiamo giungere a delle affermazioni di corresponsabilità al limite della follia.
    Ma restando nell’ambito dell’informatica, le conseguenze palesate nell’articolo, che vengono da te tacciate di essere apocalittiche, sono quanto di più logico possa accadere. Io non posso sapere quanto tu conosca i meccanismi che regolano il fragile equilibrio della rete (anche perché, e mi spiace dirlo, alle tue innumerevoli critiche non è mai seguita un’argomentazione, o un obiezione che entrasse nel merito di quanto trattato nel mio articolo. Dare giudizi di insieme e approssimativi non rende ne dinamica ne proficua la discussione e rende veramente complicato rispondere) ma, giusto per ricordartelo (o, nel caso, spiegartelo) devi tenere a mente che l’ammontare dello spazio online per archiviazione di dati privati messo a disposizione da aziende è incommensurabile. Ti basti pensare che fanno parte di questa categoria tutti i client mail (gmail, yahoo, libero, msn, hotmail, ecc…) tutti i blog, tutti i servizi di file sharing, tutti i servizi che permettono la visualizzazione di un contenuto in streaming( Vimeo, YouTube, ecc…), tutti i sistemi Cloud, tutti i social network e tutti i motori di ricerca (google, yahoo, bing, ecc..). Ti chiedo: credi veramente che la parte di utenti che utilizza questi servizi per la violazione dei diritti d’autore sia così cospicua e preponderante da fornire una ragionevole certezza nell’equazione (Spazio di archiviazione dati on line) = (favoreggiamento e responsabilità diretta della violazione dei diritti d’autore) ?

    “Volevo solo dire questo: o si prova a lavorare sulla definizione del crimine (la violazione del diritto d’autore) oppure tutte le proteste anti-ACTA resteranno carnevali di periferia.”

    Penso solo che questa tua conclusione ti porti enormemente fuori strada, almeno per quanto riguarda l’intento di ciò che ho scritto. Ho scelto di non volermi occupare dei problemi relativi alle leggi sui diritti d’autore. Ho scelto, tuttavia, di valutare l’operato degli organi preposti. Una volta sudiate le leggi, mi sono semplicemente limitato a riportare quanto esse siano goffe e piene di lacune. Penso di non avere le capacità ne giuridiche ne informatiche per azzardare un analisi dettagliata, specifica e risolutoria di questo problema. Ciò non toglie che le operazioni intraprese finora siano lapalissianamente errate, proprio perché nel tentativo di risolvere un problema di media portata si rischia, per come stanno ora le cose, di compromettere alcuni dei muri portanti sia della rete in sé sia dell’evoluzione informatico-tecnologica.

  6. Dorotea ha detto:

    Gabriele,

    innanzitutto grazie per la risposta e la pazienza. Su quello che dici ho qualche obiezione.
    1- Tutta la legislazione a cui ti riferisci nasce, soprattutto, per tutelare il diritto d’autore leso di grandi gruppi (discografici, editoriali, cinematografici ecc.). E’ possibile parlarne senza tenere conto del problema del diritto d’autore, ma mi sembra mancare il punto centrale
    2- Sono d’accordo che lo spazio della rete comporti logiche diverse da quelle proprie ad altri supporti. Ma mi sembra che questo sia il punto che anche i movimenti anti-ACTA non riescano a capire. Di fatto l’etere è uno spazio giuridicamente inassimilabile a terra o mare. Da una parte gli stati, per ovvi ragioni, stanno cercando di urbanizzarlo e di introdurre forme di proprietà pensate per oggetti “terrestri”. D’altra parte c’è chi vorrebbe farne uno spazio aperto, anomico, senza diritto, lo spazio classico della pirateria, il mare. Ma mi sembra che entrambe le posizioni siano un po’ miopi. Mi posso sbagliare, ma a me sembra che non basti lamentarsi dell’ingenuità degli stati. Se non si risolve la questione che ha generato questo tipo di legislazione è inutile lamentarsi.
    3- Quanto al rischio « per come stanno ora le cose, di compromettere alcuni dei muri portanti sia della rete in sé sia dell’evoluzione informatico-tecnologica» a me sembra che sia un po’ esagerato. Nessuno distruggerà i sistemi di messaggerie o di Cloud.

    1. Lorenzo Mecozzi ha detto:

      Scusami, Dorotea, ma ti ostini a non considerare gli assunti da cui muove l’articolo. (1) Non è non si voglia tenere conto della pirateria: non si vuole parlare della legittimità o meno della condivisione di file protetti dal diritto d’autore; non è che si stia negando che ci sia un problema a riguardo: si sostengono delle tesi una volta assodato il fatto che dei reati sono stati commessi. Detto questo, ossia posto che il problema della pirateria esiste arriva il momento di riflettere sulle norme che tentano di arginarla (punto 2): l’articolo sostiene non tanto che la rete debba essere una zona priva di regole, dove i pirati la fanno da padroni, non sostiene nemmeno che non sia giusto applicare leggi “terrestri” alla rete. Il punto dell’articolo è proprio il dimostrare come le leggi siano nuove e inapplicabili alla realtà offline, mentre mostrano una peculiarità sospetta rispetto ad alcuni fenomeni della rete (=i sistemi di archiviazione, che coinvolgono sia social network, sia motori di ricerca, sia archivi di informazioni). (3)Queste leggi appaiono, in maniera sospetta, non solo assecondare le logiche delle major discografiche (e qui si ritornerebbe al discorso sul diritto d’autore ed è un discorso che mi sembra che tu affronti in maniera approssimativa: la proprietà intellettuale ha una data di nascita storica, ed avrà una data di morte, che alle major piaccia o no), ma anche possibilmente pericolose per tutta una serie di servizi che hanno permesso negli ultimi anni, negli ultimi mesi, possibilità infinite per quanto riguarda un’informazione libera e non direttamente controllabile dai governi (non dagli Stati, attenta!). Quelle leggi mettono in discussione la legittimità di youtube, dove ognuno di noi può accedere a video fondamentali per la conoscenza del mondo in cui viviamo, giusto per fare un esempi.
      Anche nell’ottica più a favore del diritto d’autore è possibile muovere le stesse accuse a quelle leggi. Questo è il problema che vuole mettere in luce l’articolo.

    2. Gabriele Frongia ha detto:

      Dorotea,
      provo a riprendere i tuoi ultimi due interventi punto per punto, magari ci aiuta aa assodare dei concetti.

      Parto, in ordine cronologico, dal tuo penultimo intervento, al quale ha già risposto Lorenzo.

      “1- Tutta la legislazione a cui ti riferisci nasce, soprattutto, per tutelare il diritto d’autore leso di grandi gruppi (discografici, editoriali, cinematografici ecc.). E’ possibile parlarne senza tenere conto del problema del diritto d’autore, ma mi sembra mancare il punto centrale”

      Su questo punto posso essere parzialmente concorde. Parzialmente perché non credo che il diritto d’autore leso sia effettivamente IL punto centrale, se vuoi, può essere una causa, ma non forzatamente il problema da cui muovere qualsiasi tipo di analisi.
      Partire dal presupposto che esiste un problema sui diritti d’autore, innegabile, e scegliere di non analizzare in se quel problema ma piuttosto concentrarsi su quello a cui sta portando, legislativamente parlando, è stata la mia scelta.

      “2- Sono d’accordo che lo spazio della rete comporti logiche diverse da quelle proprie ad altri supporti. Ma mi sembra che questo sia il punto che anche i movimenti anti-ACTA non riescano a capire. Di fatto l’etere è uno spazio giuridicamente inassimilabile a terra o mare. Da una parte gli stati, per ovvi ragioni, stanno cercando di urbanizzarlo e di introdurre forme di proprietà pensate per oggetti “terrestri”. D’altra parte c’è chi vorrebbe farne uno spazio aperto, anomico, senza diritto, lo spazio classico della pirateria, il mare. Ma mi sembra che entrambe le posizioni siano un po’ miopi. Mi posso sbagliare, ma a me sembra che non basti lamentarsi dell’ingenuità degli stati. Se non si risolve la questione che ha generato questo tipo di legislazione è inutile lamentarsi.”

      In nessun modo io sto lamentando un’ingenuità degli stati, anzi, l’opposto. L’attenuante dell’ingenuità non ha senso alcuno. Purtroppo è, nel migliore dei casi, una noncuranza. Inutile dire che la tua frase, “Se non si risolve la questione che ha generato questo tipo di legislazione è inutile lamentarsi.”, abbia una serie di implicazioni, ancora una volta, abnormi. Se esiste un problema, per quanto importante e fondamentale possa essere (e ci tengo a precisare, non mi sembra questo il caso), la produzione legislativa che lo va a limitare, regolamentare e eventualmente ad annullare, non può e non deve andare a ledere dei diritti. Per farti un esempio a mio modo di vedere, sarebbe ingiusto vietare la comunicazione in video chat per eliminare il problema (molto più serio) dell’adescamento pedo-pornografico. Credo che in questo caso (specifico che non sto parlando ne di ACTA ne di SOPA e ne di PIPA, ma solo dell’azione giuridica contro megaupload) si stia facendo la stessa cosa; vietare un servizio ampio, diffuso e utilizzato nei modi e con gli scopi più diversi, per evitare solo uno dei possibili utilizzi.

      “3- Quanto al rischio « per come stanno ora le cose, di compromettere alcuni dei muri portanti sia della rete in sé sia dell’evoluzione informatico-tecnologica» a me sembra che sia un po’ esagerato. Nessuno distruggerà i sistemi di messaggerie o di Cloud.”

      Per quanto riguarda questo punto, posso solo invitarti ad armarti di pazienza, analizzare da sola le leggi (ci sono i link nell’articolo) e ripassare (o studiare) un po’ come funzionano i sistemi di Cloud, di messaggeria, youtube, ecc…
      Se vuoi posso provare a spiegartelo, ma solo, se partiamo dal presupposto che non ne conosci il funzionamento.

      Mi prendo una piccola pausa e riprendo con il tuo secondo commento.

      Gabriele

  7. Dorotea ha detto:

    Caro Lorenzo,

    non è che mi ostino a non considerare gli assunti da cui l’articolo muove. Li sto criticando. Quanto sto provando a dire è che quegli assunti mi sembrano sbagliati.

    1. «ll punto dell’articolo è proprio il dimostrare come le leggi siano nuove e inapplicabili alla realtà offline»
    Se questo è il punto l’articolo è evidentemente sbagliato. Le nuove normative hanno portato alla chiusura di tutti quei portali dove si scambiava “illegalmente” files protetti da diritto d’autore (Megaupload, Library.nu etc) ma non ha portato alla chiusura dei sistemi di mail o di youtube come paventa l’autore.
    2. Il modo in cui Youtube funziona in Germania (si possono vedere solo filmati live o prodotti da privati, tutti gli altri video sono bloccati o rimossi) dimostra di come le leggi sul diritto d’autore possano funzionare piuttosto bene (purtroppo) anche sulla rete

    3.« la proprietà intellettuale ha una data di nascita storica, ed avrà una data di morte, che alle major piaccia o no»
    Sai, anche del cristianesimo si vaticina la morte da secoli, eppure sta ancora lì. I fantasmi non muoiono mai. E del resto non nascono, appaiono. Fuor di metafora: non credo che basti essere certi della morte della proprietà intellettuale. Finché sarà possibile e con tutti i mezzi possibili le majors faranno di tutto per prolungarne l’esistenza. Anche via flebo.

    4.«non direttamente controllabile dai governi (non dagli Stati, attenta!)»
    Scusa ma non capisco…

    5. «Quelle leggi mettono in discussione la legittimità di youtube, dove ognuno di noi può accedere a video fondamentali per la conoscenza del mondo in cui viviamo, giusto per fare un esempi»
    Lascio da parte la questione che su youtube si trovino video fondamentali per la conoscenza del mondo in cui viviamo (mah…). Ma ripeto quello che ho scritto sopra: in Germania da mesi ormai su Youtube è visibile solo pochissimo materiale, perché la scure delle major è già arrivata. Eppure mi sembra che i tedeschi continuino a conoscere il mondo bene. E ad usare le mail. E a scambiarsi dati privati…. Ecco, questo intendevo quando parlavo di apocalittica un po’ gratuita.

  8. Lorenzo Mecozzi ha detto:

    Scusami, ma:
    1 – (1. «ll punto dell’articolo è proprio il dimostrare come le leggi siano nuove e inapplicabili alla realtà offline» Se questo è il punto l’articolo è evidentemente sbagliato. Le nuove normative hanno portato alla chiusura di tutti quei portali dove si scambiava “illegalmente” files protetti da diritto d’autore (Megaupload, Library.nu etc) ma non ha portato alla chiusura dei sistemi di mail o di youtube come paventa l’autore.) tra ciò che citi e come rispondi c’è poca consequenzialità. A parte che ti ostini a non considerare il fatto che i portali che sono stati chiusi venivano usati *tra le altre cose* per scambiare files illegalmente, e non solo per quello (per quanto la loro evoluzione li abbia caratterizzati in quel senso); a parte che, come si prende la briga di specificare l’autore dell’articolo, la chiusura di megaupload, “in realtà, non dipende da nessuna delle tre leggi sopracitate poichénessuna di esse è ancora entrata in vigore”; a parte tutto questo io intendevo una cosa precisa con quella frase: le leggi presentate agiscono sfruttando le peculiarità della rete, e non servono per difendere il diritto d’autore in assoluto (visto che le leggi già ci sono), ma per difenderlo *nella/dalla rete*.
    2 – non conosco il modo in cui Youtube funziona in Germania, quindi vorrei capire come sia possibile un controllo così capillare del materiale caricato.
    3 – non sto dicendo che la proprietà intellettuale morirà dopo domani, ma è certo che i modi in cui questa si configura sono destinati a cambiare, per forza di cose. Al di là del fatto che -grazie a dio- il cristianesimo nelle sue manifestazioni confessionali è molto più morto di quanto non fosse quando venivano bruciate le streghe, i due fenomeni sono abbastanza differenti tra loro; nel frattempo, però, è un po’ più difficile sentir dire in giro “quello schiavo a quanto lo vendi”, così, giusto per dire. E comunque, come ho pure specificato, questo è un problema marginale, perché l’articolo è leggibile anche assumendo che la proprietà intellettuale sia un diritto fondamentale dell’uomo.

    4 – I governi sono politici, e portano avanti azioni politiche, sono parziali, gli stati sono istituzioni di diverso tipo. La volontà di portare avanti una politica è dei governi, delle persone che li compongono, delle visioni del mondo che quelle persone incarnano.

    5 – E questo è il punto in cui il fraintendimento è maggiore. “Lascio da parte la questione che su youtube si trovino video fondamentali per la conoscenza del mondo in cui viviamo (mah…).” Prova a ricordarti come era la tua esperienza del mondo prima di Youtube, prima della possibilità di accedere a video (legali!) che mostrano, anche solo rappresentandole, le condizioni di vita di persone lontanissime da te, per non parlare dei video caricati dalle rivolte arabe, dalle manifestazioni, video del G8 di Genova, delle inchieste portate avanti da singoli cittadini o da giornali che le condividono gratuitamente, pensa a tutto il materiale gratuito e legale che forma la tua conoscenza su youtube. “Ma ripeto quello che ho scritto sopra: in Germania da mesi ormai su Youtube è visibile solo pochissimo materiale, perché la scure delle major è già arrivata. Eppure mi sembra che i tedeschi continuino a conoscere il mondo bene. E ad usare le mail. E a scambiarsi dati privati…. Ecco, questo intendevo quando parlavo di apocalittica un po’ gratuita.” Non si tratta solo del materiale “illegale” (che comunque è fondamentale nella formazione di un individuo, e non penso che in Germania facciano a meno di tutte le fonti che offre la rete per quanto riguarda la condivisione di film-canzoni-libri protetti dal diritto d’autore), ma del materiale legale che è presente su archivi che ospitano anche materiale illegale. Le leggi nascono per proteggere i diritti degli autori, ma portano congenita una malformazione che permette loro di attaccare anche quegli spazi che -non loro malgrado, ma neanche con premeditazione- ospitano materiale illegale insieme a materiale legale ma scomodo. Questo è il punto. Si può parlare di visione apocalittica un po’ gratuita, io penso si tratti piuttosto di spirito critico avvezzo a certi comportamenti degli organi deputati a far rispettare l’ordine, imponendolo con la “forza”.

  9. Dorotea ha detto:

    Caro Lorenzo,

    grazie innanzitutto della risposta molto divertente. Vengo ai punti

    1. Spesso le leggi servono soprattutto a creare un certo clima. Teoricamente basterebbero le leggi già vigenti per far chiudere gran parte di quello che esiste su internet, ma sono leggi che nessuno applica. In Italia, ad esempio, se si volesse, si potrebbe arrestare chiunque ospiti un amico senza aver avvertito la Questura, visto che sono ancora in vigore le leggi speciali emanate per il terrorismo degli anni di piombo. L’emanazione di quei decreti è servito a dare un segnale. Una precisazione: library.nu (sito glorioso, di cui non posso che cantare le lodi) serviva solo per scambiarsi file illegalmente, e non altro

    2. Il controllo è possibile. Qualche volta ci vuole qualche giorno, ma non si trova quasi più nulla se non esecuzioni live delle canzoni.

    3. «il cristianesimo nelle sue manifestazioni confessionali è molto più morto di quanto non fosse quando venivano bruciate le streghe»
    Questo è quello che pensa un Europeo. Non ci sono mai stati tanti cristiani al mondo quanto oggi.

    4.Continuo a non capire. Il governo è parte dello Stato e ogni stato moderno si identifica nel suo governo. A meno che non si usino parole in libertà

    5. Basta che i siti stiano attenti, e non succederà nulla. Youtube non è meno potente di una major discografica ormai. A mio avviso non c’è alcun bisogno di allarmarsi così tanto. A me sembra che si tratti di legislazione volta soprattutto a far alzare lo stato di vigilanza. In ogni caso, ed è questo il solo punto interessante dei miei interventi, né gli stati, né gli anti-Acta (né purtroppo i tuoi vaticini, interessanti ma un po’ troppo facili) sono riusciti a mio avviso a fornire una riflessione interessante su come Internet ha modificato e porterà alla mutazione dell’idea stessa di diritto d’autore.

  10. Lorenzo Mecozzi ha detto:

    Ora mi piacerebbe capire cosa ti abbia divertito della mia risposta.
    Detto questo: i miei non vogliono essere vaticini (magari riflessioni facili, ma da come rispondi anche abbastanza fraintendibili: per es. la risposta sul cristianesimo, ovviamente la mia è una risposta occidentalista, resta il fatto che tu puoi abortire, divorziare, e addirittura sostenere che la terra gira intorno al sole; e non ho dati alla mano ma credo che non ci siano stai mai nemmeno tanti atei come oggi), ma soprattutto – e non so fino a quando sarà necessario ripeterlo – non vogliono riflettere sul diritto d’autore o sulla proprietà intellettuale. Le tue riflessioni, interessanti quanto vuoi, affrontano la questione trattata dall’articolo da un’ottica che l’articolo non vuole trattare, se non in parte. La tesi di Gabriele è che le leggi, in parte, assecondando una concezione di diritto d’autore vecchia (destinata a riconfigurarsi, come non lo so, e non mi interessa ai fini della lettura di *questo* articolo), in parte; sfruttino questa tematica per attaccare la rete, territorio ancora in parte fuori dal controllo degli stati (controllo che gli stati, in base alla tripartizione dei poteri, portano avanti attraverso le leggi dei parlamenti e la loro “esecuzione” da parte dei governi politici, eletti, parziali (e con questo spero sia chiara la evidentemente criptica precisazione tra stato-governo)).

  11. Dorotea ha detto:

    Beh, la risposta sul cristianesimo p.e. era molto ironica. Sulla questione:
    1. Sì sì lo so che né tu né Gabriele volevate trattare del diritto d’autore, ma io ho detto appunto questo: non si può trattare di come gli stati tentino di appropriarsi di questo nuovo spazio senza capire in che modo provano a riarticolare giuridicamente la proprietà intellettuale, perché di fatto è questo quello che sta accadendo.
    2. Le leggi non sono Leviatani. Sono voci di quei Leviatani che sono gli stati. Pensare, con un nominalismo un po’ ingenuo, che i governi esprimano solo opinioni parziali perché sono eletti ecc ecc significa solo non voler vedere che si tratta comunque di leviatani che decidono la vita e la morte dello stato intero. Gli stati -e soprattutto i grandi soggetti economici- vogliono appropriarsi di internet, che non potrà restare (con buona pace dei manifestanti) terra di nessuno per soggetti liberamente pascolanti. E non potrà certo sopravvivere nello stato di natura.

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