Bonsai #17: Alessandro Raveggi, “La trasfigurazione degli animali in bestie”

di Marco Mongelli

“Racconta che quello che è
stato qui era idealmente prima
di loro, nei secoli dei secoli, ripeti,
tra secoli di secoli, ripetigli,
che noi l’avevamo già desiderato
da un pezzo”

Il quarto lavoro del fiorentino Alessandro Raveggi, La trasfigurazione degli animali in bestie (Transeuropa, 2011), è un libro molto particolare. Come tutte le pubblicazioni della collana “Inaudita”, alla plaquette di versi (o di prosa, in altri casi) si lega un cd musicale che ne condiziona la lettura in maniera peculiare. Questo libro presenta, inoltre, una doppia versione di ciascuna poesia, ovvero un testo in spagnolo posto a fronte. Diviso in tre sezioni, nominate come tre divinità azteche, le poesie raccontano la conquista del Messico ad opera dell’Occidente durante il Rinascimento. La voce narrante si costituisce nel suo rivolgersi in modo autorevole e smaliziato ai conquistadores, seguendo via via il loro percorso di distruzione e rifondazione e configurandoli così come i veri “ricevente” dell’opera. Dando continuamente l’impressione di un libretto d’istruzioni per il perfetto Vincitore (che sia soldato o prete poco importa), la raccolta risulta omogeneamente scandita, compatta e coesa: a questa sensazione contribuisce senz’altro il tribalismo digitale (e minimale) degli A Smile for Timbuctu, gruppo toscano già impostosi all’estero, che con questo concept album maturo e potente arricchisce di senso la scrittura, creando un felice cortocircuito multimediale.Più che un poemetto allegorico l’operazione di Raveggi sembra quella classicamente letteraria della trasfigurazione. L’evento storico, tragico e inumano (le marche di animalità e bestialità percorrono tutte le poesie) è ridetto in maniera allucinata, ma perentoria, impregnando la materia di simboli e miti, di rituali e sacrifici. La narrazione in versi scandisce cronologicamente le tappe della conquista.

La prima parte, intitolata Huitzilopochtli, comincia pertanto con il necessario viaggio per mare e il conseguente arrivo in terra straniera. Qui, con inganni e seduzioni il conquistatore deve prendere possesso dello spazio e plasmare il territorio a proprio vantaggio, studiando la geografia con l’aiuto dei nativi; successivamente deve instaurare il commercio e tirare su “le croci al neon”, far sentire gli indigeni a casa loro attraverso fini operazioni di retorica e propaganda. In questo modo la conquista (e con essa il libro che la sintetizza) può passare alla seconda fase, “all’educazione della cucciolaglia”. Mictlantecuhtli, la seconda parte, è una lunga apostrofe che lega tutte le poesie della sezione senza soluzione di continuità. Essa mira, letteralmente, a istruire l’europeo sul massacro da compiere: tranciamenti, sbudellamenti e decapitazioni sono vivificati con immagini nette e chirurgiche ma mai orrorifiche o splatter. Tutta la sequela di macelleria umana è accompagnata da godimento e serietà, e soprattutto va inserita in una più ampia strategia di autorappresentazione: il bianco è un ragioniere e un redentore.La terza e ultima parte, intitolata Tlazolteotl, conclude il percorso di conquista attraverso la “trasfigurazione” vera e propria. La parola è presa direttamente da un bianco, che racconta di come lui e i suoi sodali siano stati attaccati “culturalmente” dagli indigeni, coi loro rituali animaleschi e incomprensibili e di come difficile sia stato resistere al tentativo di assimilazione. Il finale, per bocca del narratore precedente, ri-sottolinea l’importanza dell’appropriazione di ogni spazio, mentale e culturale, dell’indigeno. L’occupazione deve riguardare anche il tempo, passato e futuro, perché obliata la memoria e la speranza, non ci sia altra cosa che il rimastichio infinito dell’avvenuto.
Il modo imperativo attraverso cui tutte le poesie strutturano la propria voce è consustanziale alla messa in scena della ferocia, che non è drammatizzata, ma detta e ridetta con immagine oscure e vaticinanti e un simbolismo esotico che alla potenza della storia aggiungono un controcanto inquietante e davvero “inaudito”.

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