I mean Monk

di Andrea Santacroce


Ricorrono oggi trent’anni dalla morte di Thelonious Monk (Rocky Mount, 10 ottobre 1917 – Weehawken, 17 febbraio 1982), gigante intramontabile del jazz, pianista e compositore di originalità assoluta, la cui biografia è uscita in Italia nel gennaio 2012 qui. Questa è una occasione per condividere con i lettori l’incredulità che deriva, nel bene e nel male, dall’ascolto della sua musica; un viaggio nella sua vita misteriosa e la proposizione di alcuni aneddoti.
Pianista dal talento precoce (a tredici anni aveva già vinto molte competizioni amatoriali), iniziò a suonare professionalmente nei rent parties, a Harlem. A diciannove anni frequentava il Minton’s Playhouse, dove suonavano personaggi come Gillespie e Parker e dove era in fase di sviluppo quel tipo di jazz che successivamente sarà denominato bebop. Ad ogni modo Monk, che allora suonava a tratti in uno stile proveniente dallo stride e simile a quello di Teddy Wilson, non condivideva le idee dei futuri riformatori del jazz, ancora troppo legati a schemi armonici convenzionali sebbene complicati (molti pezzi bebop dell’epoca si basano su progressioni armoniche di canzoni popolari e sull’invenzione di nuove melodie spesso improvvisate e successivamente ritrascritte, come Ko-Ko di Charlie Parker che riprende Cherokee e la fa sua).


Monk era una personalità veramente singolare: in ambiente musicale come generalmente nella vita era considerato per come veniva percepito, ossia un tipo strambo, inavvicinabile, ermetico, tutte caratteristiche che contribuirono a garantirgli tra i jazzmen il soprannome di “Mad Monk”. Era capace di rimanere muto per intere settimane come di rimanere sveglio per quattro giorni di fila quando seguiva il filo della sua ispirazione ancora informe. Ai proprietari della casa discografica Blue Note, allora attenta all’avanguardia del jazz, parve giusto non ignorare ulteriormente un simile personaggio, e nel 1947 gli offrirono un contratto – sodalizio che durò fino al 1952. Le prime registrazioni, edite a partire dal 1948, suscitarono molte perplessità. Ma tanta incomprensione non può sorprendere: quella musica densa e rude, spigolosa e cupa, dove balenavano di tanto in tanto sinistri bagliori, inquietante e tesa, strideva con le serene atmosfere dei maestri del cool jazz che stava andando di moda. Eppure Round Midnight, uno dei primi brani composti e incisi da Monk, è ad oggi uno dei classici più suonati (e più difficili da suonare) del jazz, tanto che nel ’55 fu portato in auge da Miles Davis – un altro gigante del jazz – che si era innamorato letteralmente (pardòn, musicalmente) di questo pezzo dal tema di difficile espressione e dall’armonia strana, tanto da andare a lezione dalla stesso Monk.
Tra le sue prime composizioni vanno segnalate pure Evidence, dove sposta il tempo remandogli contro, Epistrophy mirabile esempio della sua retorica musicale e della sua capacità di armonizzare le dissonanze, e Misterioso, blues in fa maggiore con un tema caratterizzato da un arpeggio ipnotico.
Per comprendere meglio il ‘musicista’ Thelonious Monk, bisogna comprendere bene anche la ‘persona’ Thelonious Monk, conoscere anche quei piccoli episodi bizzarri caratteristici della sua vita che possono aiutarci a delinearne un profilo psicologico, immaginando di trasmigrare magari in uno dei suoi amati copricapi, stargli sulla testa disincarnati, inumani, ancor più indifferenti di lui. Monk era un tipo sui generis – è un fatto comprovato – con la sua personale sensibilità e col suo personale modo d’esserci.
In mezzo ai numerosi sedicenti conoscitori e malintenditori di Monk per fortuna c’era anche chi afferrava davvero ciò che stava facendo con la sua musica. Si trattava di condividere dei sentimenti, stati d’animo, lasciarsi attraversare e scuotere nei propri abissi interiori da quei suoni sinistri e imprevedibili, da quel pianismo apparentemente sbilenco e maldestro; l’angoscia e l’ironia esistenzialista monkish stava in questo viaggio incomunicabile, nel vicolo cieco di questa introspezione che avveniva mentre si ascoltava, nell’errare ricercato delle sue note.
La facciata di Monk era imperscrutabile, imperturbabile. Bisognava varcare la soglia di quell’imponente golem nero, scoperchiargli la testa per vederci dentro, per capire come facesse a reggersi in piedi. La critica lo considerava – superficialmente – più come compositore che come musicista, ritenendo il suo pianismo troppo istintivo e primitivo, ai limiti del dilettantismo. In realtà concepire la musica di Monk avulsa dai suoi stilemi è un’operazione insensata, perché nasce condizionata dal suo singolare modo di suonare il piano. Come suggerito da Gunther Schuller (che ha seguito con estrema attenzione la vicenda musicale monkiana) la sua eterodossa tecnica strumentale consistente nel percuotere i tasti con le dita tese, piatte, non arcuate come prescrivono le buone regole, potrebbe ascrivere la sua predilezione per certe dissonanze a una relativa difficoltà nell’eseguire alcuni ampi intervalli come le ottave, così come la genesi delle molte “avoid notes” utilizzate nella sua musica deriverebbero probabilmente da incidenti di percorso, esser state quindi razionalizzate e sapientemente sistemate dallo stesso Monk fino a diventare tratti distintivi e seducenti del suo particolare linguaggio musicale.
Martin Williams ha osservato ciò che principalmente contava nella sua arte, ossia la concezione ritmica: l’impiego mirato degli spostamenti d’accento, dei ritardi, degli anticipi, l’uso espressivo degli spazi, dei silenzi, l’incontenibile impeto ritmico, lo swing, determinavano infatti un aspetto fondamentale della sua discorsività musicale. D’altro canto il sistematico rifiuto dell’ovvio tipico di Monk sorprende l’ascoltatore anche nelle trame armoniche e melodiche: non si limitava a seguire la consueta procedura d’improvvisazione sugli accordi del tema base nemmeno quando affrontava gli standards (come Tea for two, Body and Soul, I should care), ma ne ricostruiva piuttosto la struttura armonica e ne traeva linee melodiche trasversali, suggestive parafrasi delle originali.
L’opinione che Monk fosse un pianista rozzo e primitivo fu respinta anche dai musicisti, come John Coltrane (con cui ebbe una felice collaborazione nel 1957), Steve Lacy (che militò nel complesso del pianista nel 1960 e successivamente diresse un gruppo il cui repertorio era basato su composizioni da lui firmate), Bill Evans, che comprendevano e ammiravano la sua logica rigorosa e l’ardita ricercatezza di molte delle sue soluzioni. Trane, in una intervista a Dowbeat del 1960, affermò che lavorare con Monk gli permise di stare vicino a un architetto musicale della più alta classe. Monk era dunque un monolite piombato a New York da Rocky Mount, mastodontico, massiccio, inscalfibile, irremovibile. Ma non ci si deve far trarre in inganno dall’apparenza: egli non era indifferente al mondo reale, delle cose tangibili, quanto a quello virtuale e fluttuante della comunicazione e dell’informazione. In una delle rare interviste da lui concesse, dichiarò ancor di più la sua indifferenza per il dir-sopra, il dire-a-riguardo, piuttosto che per i fatti e gli avvenimenti in sé:

«Io non vedo la maggior parte delle cose che scrivono su di me. Non leggo i giornali, non leggo le riviste. Naturalmente m’interessa cosa succede nel mondo, ma non m’interessa cosa gli altri scrivono. Non permetto che quelle cose mi disturbino, la gente scrive un sacco di sciocchezze. Io non voglio altro che quello che sto facendo: mi piace suonare. Tutto il resto va sempre bene. D’altra parte non ho l’aria di essere preoccupato, vero? Non parlo molto perché non è sempre possibile dire a tutti quel che si pensa. Delle volte neppure noi sappiamo cosa stiamo pensando».

Chi passa molto tempo preso in sé stesso a pensare, a indagare i limiti del proprio essere, l’esperienza del corpo vissuto, per quanto possa mostrarsi risoluto, fonda la sua logica su un costante dubbio metodico. Monk faceva solo quel che sapeva e poteva fare, in maniera molto schietta e onesta: la sua musica.

Ecco alcuni brani di Monk:

Straight, No Chaser

Blue Monk

Skippy

I Mean You

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