Una cosa vera. Recensione a “Dove eravate tutti” di Paolo Di Paolo

di Silvia Costantino

Dove eravate tutti è il terzo e più famoso romanzo di Paolo di Paolo, dopo Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi (Feltrinelli, 2007) e Raccontami la notte in cui sono nato (Feltrinelli, 2008). La frase del titolo, sospesa a metà tra una domanda senza punto interrogativo e piana affermazione, riguarda i venti anni di vita dell’autore – che sono anche vent’anni di vita dei suoi conoscenti e vent’anni di vita della Repubblica italiana. Il romanzo sembrerebbe presupporre una fusione tra privato e pubblico, la stessa che sta emergendo sempre più frequentemente nei romanzieri contemporanei: non solo c’è tutta una collana, la Contromano, che di questa fusione ha fatto bandiera, ma quasi tutte le case editrici importanti in Italia ormai hanno pubblicato il proprio “romanzo-manifesto di questi ultimi anni”. Tentativi di spiegare i traumi e i non traumi della contemporaneità, degli anni zero, continuano ad emergere, in prove più o meno famose e più o meno significative. Il libro di Di Paolo ha avuto una discreta risonanza nel panorama letterario italiano: fortemente sostenuto da Antonio Tabucchi, ha ricevuto numerose recensioni positive nella stampa a grande diffusione ed è stato considerato, merito forse anche della giovane età dell’autore, una delle uscite più considerevoli dell’anno appena trascorso.

Dentro il declino civile di un paese, così risuona l’essere giovani contro l’età adulta, contro l’assenza, contro il silenzio. […] Paolo di Paolo esprime una volontà di memoria che racconta e spiazza, insegue la lucidità della coscienza e mette ordine nella confusione di questi anni provando finalmente a darle un nome.
(P. Di Paolo, “Dove eravate tutti”, Milano, Feltrinelli, 2011, bandella destra).

Il protagonista del romanzo, Italo Tramontana, è un giovane studente universitario alle prese con una tesi magistrale in Storia. Studia alla Sapienza e vuole scrivere del berlusconismo, di ciò che è accaduto dalla sua nascita in poi. Ha da sempre accumulato pagine di giornale, che compaiono nel romanzo come parte integrante della narrazione, e ambisce a una ricostruzione ravvicinata della propria storia come appunto storia di tutti. Il libro è organizzato in tre ‘faldoni’, dei quali il primo funge da prologo ad una narrazione vera e propria, raccontando gli antefatti e facendo entrare in scena tutti i personaggi: il padre, insegnante in pensione, aspirante scrittore, uomo soggetto a una crisi nervosa che lo spingerà ad investire il suo ex studente più odiato; la madre, che dopo una serie di problemi legati al marito decide di lasciare la famiglia per andare a Berlino ‘a prendersi una pausa’; la sorella, innamorata di quello stesso Thomas Marangoni investito dal padre; la bambina Scirocco, amore infantile di Italo e persa appena dopo le scuole elementari. Tutte le storie, nel primo faldone, si fondono quasi perfettamente con una narrazione più ampia, che riguarda gli avvenimenti storico-politici più o meno dal 1993 a oggi. L’assassinio di Borsellino, l’arresto di Totò Riina, la morte di Fellini e, ovviamente, la discesa in campo di Silvio Berlusconi.

Poi, passavano quindici anni.
Qualcosa era cambiato, dal 1993. Molte, moltissime cose, forse troppe, erano rimaste le stesse. Io non ero più in quinta elementare, tanto per cominciare. […]
Eppure, alzando gli occhi, guardandomi intorno, da cosa era possibile dedurre di non essere ancora nel cuore del terribile ’93? adesso, con la morte di nonno, a maggior ragione, sembrava di essere risospinti indietro: nella voragine del passato.
L’Italia aveva tutta l’aria di essersi addormentata in quell’anno. Nonno fermo, la nazione pure. La corruzione. La mafia. La Lega. Silvio Berlusconi al centro della scena politica, ora come allora. E sì che nel frattempo parecchie di quelle esperienze che, come si dice, contano, c’erano state.
Ho undici anni. È il mio esame di quinta elementare. Sto per cominciare una penosa esibizione musicale: Yesterday con una pianola. Sudo freddo. Mi blocco. Sol-Fa-Fa. Sento gli occhi di tutti addosso.
Al governo c’è Berlusconi.
[…]
La prima volta? l’esame di maturità? la visita di leva (un attimo prima che fosse abolita)? la laurea cosiddetta triennale?
Governi Berlusconi II, III, IV.
Mi sento costretto a concludere che niente di decisivo nella mia vita fin qui è accaduto senza che ci fosse, da qualche parte, Silvio Berlusconi. Questa non è una cosa bella, né brutta. È una cosa vera. 
(pagg. 26-27)

Il primo faldone, tuttavia, è anche quello che meglio riesce in questa operazione di ‘fusione’ di pubblico e privato. Il secondo, infatti, pur accostando alla narrazione le copie delle pagine dei giornali riportanti le notizie più importanti, non riesce ad evitare che queste ultime facciano più da ‘cornice’, e aggancio ad un discorso che vira decisamente verso il privato, senza che gli avvenimenti descritti entrino davvero in relazione con la vita di Italo Tramontana. Del resto, come afferma il protagonista, gli avvenimenti storici e politici non sono né cose brutte né cose belle, sono cose vere: il che non implica in nessun modo un coinvolgimento personale, ma al massimo un parallelismo, una sorta di andamento generale del ‘destino’ che vale sia per i grandi eventi sia per quelli piccolissimi.

Mi sono messo a pensare alle motivazioni complesse che precedono qualunque evento. L’iceberg che si stacca dall’Antartide. Mio padre che investe Marangoni Thomas. Mi sono messo a pensare ai dieci anni che separano la storia della Ross Ice Shelf e quella del B9B. A come passano dieci anni in Antartide – con tutto quel silenzio. Uno pensa: cosa potrà mai accadere, da quelle parti. E invece una serie inarrestabile e muta di micro-cambiamenti produce esiti sproporzionati. Le cose, a quel punto, non possono che spezzarsi. E l’equilibrio delle correnti, per forza, si altera.
Questo era successo in Antartide e anche dentro casa mia.
(pag. 31)

Il terzo faldone, infine, sembra smentire completamente lo scopo per il quale gli stessi raccoglitori, e dunque lo stesso romanzo, erano nati. Scompaiono completamente gli articoli di giornale, scompare in generale la ricerca della narrazione complessa e complessiva, in favore di una ridimensionata fuga berlinese dal sapore vagamente filmico. In maniera alquanto romanzesca, infatti, a Berlino le trame si riallacciano, cosicché il protagonista può riportare a casa la madre, rimettersi in contatto con la sua ossessione infantile – la bambina Scirocco, creduta a Berlino per un equivoco dovuto a Facebook -, indagare su Marangoni Thomas casualmente in gita scolastica e scoprire cos’è che aveva realmente provocato il crollo del padre, e ricostruire una situazione di generale serenità anche a casa, a Roma. Recuperare, almeno così si intende, un ‘senso delle cose’ che sia a sé stante, non dipendente da una volontà di memoria e comprensione destinata a rimanere irrisolta.

In Dove eravate tutti (Feltrinelli) Paolo Di Paolo dà forma a un testo che sembra funzionare come la ghiera della messa a fuoco di una macchina fotografica manuale. Ogni pagina, ogni episodio, è parte del tentativo di muovere da una visione opaca a una più chiara costringendo il tempo a un nitore insostenibile, tanto che la consapevolezza che la propria origine coincida con la mortificazione italiana risulta scardinante. Di Paolo sceglie di affrontare l’umiliazione sociale del suo Italo Tramontana con uno stupore calmo, con una lingua mite e assorta che fa di questa attitudine sguardo e strategia, persino epistemologia.
(G. Vasta, “La narrativa dell’umiliazione”, 06 dicembre 2011, minima&moralia)

Paolo di Paolo, in effetti, scrive un romanzo gradevole, con un protagonista accattivante perché comune; i capitoli sono brevi e di impatto e, pur non essendo necessariamente collegati l’uno all’altro mantengono il filo della narrazione, alternando un tono divertente e ironico a momenti più introspettivi, talvolta commoventi. Ma il fuoco, alla fine, si perde. A conclusione del libro, Italo Tramontana avvia una storia con la ragazza Scirocco, e rinuncia alla tesi «non su Berlusconi ma su un’idea di politica, sull’Italia di questi anni» in favore di una tesi più ‘normale’, di quelle che si fanno «per laurearsi», usando le parole del relatore di Italo. La nevicata del 2011, la prima grande neve su Roma dopo tanti anni, offre il pretesto per inserire una nuova pagina di giornale, e lascia al lettore l’idea che tutto possa concludersi così, con la coltre bianca che inizia a ricoprire passato, presente, e futuro, lasciando ognuno al suo, personalissimo, destino.

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