L’identità del migrante: su “La doppia assenza” di Abdelmalek Sayad

di Sonia Marzullo

Abbiamo studiato l’integrazione in matematica, a scuola. Abbiamo imparato gli integrali, la funzione esponenziale. È la curva asintotica che possiamo tracciare all’infinito e che non toccherà mai l’ascissa. L’integrazione è così, bisogna correrle dietro ma più ti avvicini più ti ricordano che non è affatto quella.

“Reato di clandestinità”, “invasione”, “assalto”.
Dall’altro lato “ospite”, “accoglienza”, “integrazione”,”tolleranza”: termini di un vocabolario mediatico di cui ci siamo appropriati, legati ad una lettura etnocentrica, unilaterale della realtà.
Questo, fra gli altri, l’oggetto di studio di Abdelmalek Sayad (1933-1998), sociologo algerino (ed allievo di Pierre Bourdieu) i cui studi si sono concentrati intorno al fenomeno delle migrazioni, in particolare sulla lunga e complessa emigrazione algerina verso la Francia, di cui fu protagonista in prima persona.
La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato è un saggio uscito in Italia nel 2002 per Cortina Editore, in cui sono raccolte una serie di testimonianze dirette e di riflessioni scritte tra il 1975 e il 1996; il lavoro, causa malattia e decesso di Sayad, è stato ultimato da Pierre Bourdieu (che ne ha curato anche la prefazione) a cui lo legava un’amicizia di lunga data, nata negli anni ’50 presso l’Università di Algeri, dove avvennero i primi incontri.


Per mezzo di centinaia di testimonianze e lavori operati sul campo, Sayad, pur partendo dal particolare e circoscritto fenomeno dell’emigrazione algerina, riesce ad avviare una riflessione più ampia e complessa, che diviene paradigma di ogni migrazione di massa che si origini da una società prevalentemente rurale e si rivolga verso una società urbana e industriale. Nel libro sono messe in evidenza alcune costanti economiche, sociali e politiche che sarebbero comuni a tutto il fenomeno migratorio nella propria interezza. Queste costanti formerebbero l’oggettivazione del cosiddetto “pensiero di stato”, forma di pensiero che riflette le strutture dello stato tramite le proprie strutture mentali; le categorie attraverso cui pensiamo l’immigrazione sono infatti categorie nazionali.  Esse hanno il compito di separare nettamente, di demarcare i confini che separano i “nazionali” dai “non-nazionali” (gli immigrati, appunto); lo stato nazionale infatti, secondo il punto di vista di Sayad, deve delimitarsi per definirsi. E dunque per esistere, per delimitarsi, deve discriminare, tracciare una linea tra “noi” (chi possiede la nazionalità del paese) e gli “altri” (chi non possiede tale nazionalità); questi ultimi “esistono” per lo stato ospitante solo a livello materiale, strumentale. E’ così che l’identità del migrante si configura solo ed esclusivamente attraverso gli occhi del paese di immigrazione: identità che forse sarebbe più esatto definire come “non-identità”; essa si costituisce infatti come un’eterna privazione: il migrante è un “non-nazionale”, è altro rispetto al tutto, è un non-soggetto sociale.
È come se il soggetto subisse una sorta di “spersonalizzazione”: l’individuo si configura come una “non-persona”, – così il migrante viene definito da Alessandro Dal Lago, professore di Sociologia dei processi culturali presso l’università di Genova, in “Non persone”. Per Dal Lago una “non-persona” è “un essere umano cui vengono revocate – di fatto o di diritto, implicitamente o esplicitamente – la qualifica di persona e le relative attribuzioni”.[1] La categoria dei migranti è quella che più si presta a tale definizione, ad essi infatti ci si riferisce solo per negazione (i migranti sono non-europei, non-cittadini), mai per l’affermazione di una caratteristica intrinseca alla loro persona; un migrante non-è.

L’identità del migrante diviene priva di solidità anche per ulteriori fattori: Sayad evidenzia il fatto che nelle indagini che vengono solitamente svolte a proposito dei processi di migrazione, si tende ad offrire di questi solo un quadro parziale, “etnocentrico”, poiché spesso si procede all’analisi e allo studio dell’immigrato – colui che risiede in un paese straniero – e poca attenzione viene invece dedicata al fenomeno dell’emigrazione, alla figura dell’emigrante; è come se l’unica problematica considerata degna di essere affrontata fosse quella dell’adattamento e dell’integrazione con la società d’accoglienza. Ci troviamo, nuovamente, di fronte ad una descrizione di un fenomeno operata in maniera unilaterale, raccontata solo ed esclusivamente attraverso lo sguardo del “dominante”, del “più forte”.
Il migrante diviene il luogo controverso di una “doppia assenza”: egli è al contempo assente sia dalla società d’origine che da quella presso cui risiede; escluso dall’ordine politico e sociale di entrambi i luoghi che ha abitato e che abita, come fosse straniero presso il mondo intero. La società d’origine può infatti accusare l’emigrato di “fuga”, di “rinnegamento”, lasciando nell’individuo un perpetuo tormento, un senso di colpa inestinguibile. Al medesimo tempo però, Sayad individua l’immigrato come atopos, una “persona fuori luogo”, un soggetto non classificabile e privo di un proprio spazio all’interno della società di destinazione. Egli non è né cittadino né straniero, votato all’eterna contraddizione e alla non-appartenenza.
Lo studioso raccoglie una testimonianza che descrive in modo molto efficace questo sentimento di spaesamento; queste parole appartengono ad un immigrato algerino che, fra i tanti, ha abbandonato il proprio paese d’origine per raggiungere la Francia:

Questa è l’emigrazione, questo è vivere da stranieri in un altro paese […] Il nostro elghorba   [l’esilio] è come qualcuno che arriva sempre in ritardo: arriviamo qui, non sappiamo nulla, dobbiamo scoprire tutto, imparare tutto – per coloro che non vogliono restare così come sono arrivati –  siamo in ritardo sugli altri, sui francesi, restiamo sempre indietro. Più avanti, quando [l’emigrato] ritorna al suo villaggio, si rende conto che non ha nulla, che ha perduto il suo tempo.[…] Tutta l’emigrazione, tutti gli emigrati, tutti quanti sono, sono così: […] l’emigrato è l’uomo con due luoghi, con due paesi. Deve metterci un tanto qui e un tanto là. Se non fa così è come se non avesse fatto nulla, non è nulla […].[2]

Il fenomeno della migrazione si rivela dunque nella propria complessità; i protagonisti di questo processo subiscono una doppia esclusione e un doppio isolamento. Lo spazio sociale e culturale che si sono lasciati alle spalle, spesso non è più disposto a donare una nuova accoglienza; il nuovo spazio sociale in cui fanno ingresso è, al limite, disposto ad una “tolleranza”, ma non ad una reale compenetrazione.
Le riflessioni di Sayad hanno il merito di aver decostruito stereotipi e ideologie preconfezionate legate al fenomeno migratorio, mostrando il germe di tutte le attuali considerazioni sul tema e rileggendo in chiave critica tutto il lessico mediatico  di cui anche il nostro paese ha impregnato l’identità del migrante, collocandolo forzatamente al centro di una politica emergenziale, nutrita di immaginari apocalittici da pranzo domenicale, col telecomando come unica arma di difesa contro i moderni assaltatori di fortezze,  predatori di confini cuciti a mano.


[1] A. Dal Lago, Non persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano, 2004, p. 213.

[2] Testimonianza di un algerino immigrato in Francia in A. Sayad,  La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Raffaele Cortina editore, Milano, 2002, p. 84.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. toselli marina ha detto:

    Il migrante parte con aspettative altissime sul paese d’accoglienza poi quando arriva cadono le illusioni , le motivazioni iniziali, occorre ricostruire i rapporti con la famiglia lontana o con i familiari che si ricongiungono. Il periodo è delicato, il transito fra due mondi è un percorso d’iniziazione che non dovrebbe solo essere di dolore , confusione, spaesamento bensì di conquista di un’identità in progress

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