C’è del marcio a La Maravillosa

di Primo De Vecchis

Claudia Piñeiro, scrittrice, drammaturga e sceneggiatrice argentina, dopo Le vedove del giovedì (Il saggiatore 2008) e Tua (Feltrinelli 2011) cala un altro asso con il romanzo Betibú (Feltrinelli 2012), tradotto da Pino Cacucci, che si presenta da subito come un’opera di genere, un poliziesco, o meglio un ‘giallo’, come si dice in Italia. Il romanzo inizia infatti con la morte inspiegabile (un suicidio? un omicidio?) del signor Pedro Chazarreta, impegnato in un’attività (poco ortodossa) di recupero crediti, che viene trovato sgozzato nella sua villa all’interno del Country Club La Maravillosa, un luogo esclusivo a nord di Buenos Aires, protetto da una ferrea vigilanza privata. Chazarreta era vedovo, essendo morta la moglie Gloria Echagüe tre anni prima in circostanze altrettanto misteriose, nella stessa villa sontuosa di loro proprietà. All’epoca il caso era rimasto irrisolto, ma il pubblico televisivo e i lettori affamati di cronaca nera avevano sospettato del marito (come accade in questi casi). A indagare su tale nuova morte misteriosa viene chiamata una scrittrice, Nurit Iscar, la “dama nera della letteratura argentina” (probabile alter ego della stessa Piñeiro), la quale deve scrivere una serie di articoli per conto del giornale «El Tribuno» (che le paga le onerose spese di alloggio all’interno del Paradiso inquietante del Country Club, tutto prati ben tosati, campi da golf, villette lustre come giocattoli e finti sorrisi). Nurit Iscar è stata soprannominata “Betibú” per la sua vaga somiglianza con il noto personaggio dei cartoon americani degli anni Trenta, Betty Boop: viso tondo, riccioli neri (sempre mossi dalla brezza) e occhi grandi e espressivi.

Ad affiancare la scrittrice nelle indagini si uniscono due giornalisti, uno giovane e inesperto (troppo legato alle nuove tecnologie digitali, poco avvezzo alla strada, come invece accadeva ai cronisti di nera di un tempo) e un altro più anziano e navigato, Jaime Brena, che conosce i trucchi del mestiere (informatori, indagini investigative, ecc.) ma che non è molto avvezzo a sfruttare i vantaggi che possono offrire le nuove tecnologie, soprattutto per il reperimento delle informazioni: insomma una coppia complementare che darà in seguito i suoi frutti. I tre segugi collegheranno i due presunti delitti ad altri precedentemente avvenuti (scambiati per meri incidenti) e riesumeranno un oscuro passato, ma non mi è dato ovviamente svelare ulteriori dettagli della trama congegnata come un thriller alla De Palma.
Ciò che mi preme sottolineare invece è l’abilità della scrittrice argentina nell’adoperare un genere ben codificato, con i suoi trucchi e le sue invarianti formali, rassicuranti e avvincenti, per costruire discorsi ulteriori e più ‘impegnati’. Uno dei temi cocenti è di sicuro la materia dell’informazione attuale, nell’era di Internet e dei social network (vengono citati tutti, da twitter a youtube). Un tempo si era soliti leggere un solo giornale o guardarsi il solito tg, oggi invece il lettore è avido di confrontare le informazioni in modo più attivo, non solo attingendo a diversi giornali (sia cartacei sia online) ma a diverse fonti (motori di ricerca, blog, social network, ecc.): la sintesi di questi lacerti informativi è l’idea che noi ci facciamo di ciò che sta accadendo, sempre più fluida e dinamica, eraclitèa, molteplice, al tempo stesso fragile, in alcuni casi falsificabile, ma pur sempre alternativa alle veline dei media mainstream. Non mancano poi sottili allusioni all’impreparazione di molti giornalisti (precarizzati) di grandi testate, che spesso non solo non sanno più maneggiare le fonti con sicurezza, ma talora nemmeno la grammatica. Secondo Brena, l’anziano che si rivolge al giovane cronista, oggi nessun giornalista potrebbe somigliare per esempio a Rodolfo Walsh, autore dell’inchiesta Operazione massacro (La Nuova Frontiera 2011), il quale fu sequestrato e ucciso dai militari nel ’78 dopo che ebbe pubblicato una lettera aperta alla giunta militare, dove denunciava i crimini del regime da poco andato al potere con un golpe: «E sai perché? Perché Walsh, prima che un giornalista, prima che uno scrittore, prima di qualsiasi altra cosa, era un rivoluzionario, e ormai il giornalismo non ha niente a che vedere con la rivoluzione» (pp. 135-36).
Il secondo tema da evidenziare è più legato al contesto argentino e latinoamericano in genere. I conflitti tra la stampa governata dai poteri forti del Paese e il governo che si fa carico delle istanze popolari (ma con piglio demagogico). Probabile l’allusione ai contrasti tra i giornali «Clarín» «La Nación» e i Kirchner (in primo luogo Néstor, il Presidente, recentemente scomparso). Ma anche la divaricazione tra ceti ricchi e ceti medio-poveri, che cercano di conquistarsi nuove posizioni: più in generale il contrasto tra gli abusi del privato, che dispone di ingente liquidità finanziaria, nei confronti del pubblico, per troppo tempo logorato dalla mancanza di risorse: «Signore, non può parcheggiare qui. Va bene, ora mi sposto, dice l’autista. E perché? chiede Nurit, dando una pacca sulla spalla all’autista per ordinargli di non muoversi da lì. Perché non si può parcheggiare davanti all’entrata del Country, risponde il guardiano. Non vedo nessun cartello stradale nazionale né provinciale di divieto di sosta. Sono le disposizioni del Country, signora. L’autista sospira. Il Country non può disporre di ciò che non gli appartiene, questa è una strada pubblica, signore. Sono gli ordini dall’alto, insiste il guardiano. Dall’alto dove? chiede lei. Dall’alto, ripete il guardiano. Lei guarda il cielo. Lassù ci sono le nuvole, dice. Delle autorità del Country, chiarisce il tipo» (p. 88). In tal senso i super ricchi rinchiusi nella prigione-fortezza dorata del Country Club (con tutti i comfort del caso, che non allontanano però lo sconforto) e assediati dai ceti meno abbienti (c’è il caso di una donna delle pulizie che ha rubato una forma di formaggio da una casa e per questo le viene precluso l’ingresso, pur non essendo stata sporta denuncia: pp. 119-21) sono una metafora delle società latinoamericane, per troppo tempo abbandonate al loro destino di neoliberismo selvaggio e aggiustamenti strutturali e che solo negli ultimi tempi stanno cercando di recuperare l’apparato di tutele statali prima smantellate, non senza difficoltà e contraddizioni (i semplici sussidi possono aiutare i poveri a rientrare nel mercato del lavoro dal quale sono stati esclusi?). Questi e altri temi vengono affrontati con abilità narrativa attraverso la piattaforma del ‘giallo’, incline al noir, che sembra essere adatto per descrivere tali realtà storico-sociali. Non sempre qualità e leggibilità sono incompatibili, anzi; Nurit Iscar così risponde a una conduttrice televisiva che le chiede se la disturba essere un’autrice di bestseller: «Per il momento lei non si sentiva un’autrice di bestseller ma lo erano diventati alcuni dei libri che aveva scritto; no, non la disturbava affatto, anche Saramago, Cortázar, Piglia, Murakami e Bolaño avevano pubblicato libri poi diventati bestseller pur rappresentando forme di letteratura e lettori ben diversi» (p. 53).
Penso anche ad altri felici esempi di qualità e scorrevolezza, dove il genere popolare si accompagna alla denuncia sociale, in particolare dei sistemi repressivi degli anni Settanta: il noir Il segreto dei suoi occhi di Eduardo A. Sacheri (Rizzoli 2010), dal quale è stato tratto un film diretto da Juan José Campanella e vincitore di un Oscar, e il romanzo 77 di Guillermo Saccomanno (Marco Tropea Editore 2010), vincitore del Premio Dashiell Hammett.

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