“Fare circo è ricevere amore incondizionato”. Appunti sull’esperienza di Circomondo

di Silvia Costantino

Il sei, il sette e l’otto gennaio la Fortezza medicea di Siena ha accolto lunghissime file di persone da ospitare sotto il blu scuro di un tendone da circo, spettacolo inconsueto per la città del Palio: abbastanza da suscitare curiosità nei bambini e un discreto interesse negli adulti. Il circo a Siena, durante le feste, un ottimo modo per svagarsi (“bambine e bambini, grandi e piccini!”, come recitava lo spot pubblicitario), fare qualcosa di particolare. Un circo a ingresso libero, per giunta. Perfetto.

O' Festivàl

E tuttavia, diversi genitori, al termine dello spettacolo, si sono lamentati con l’organizzazione perché la messa in scena non era adatta a un pubblico infantile. In effetti non deve essere stato facile spiegare alla prole perché un bambino rannicchiato sul pavimento si facesse sommergere da sacchi della spazzatura lanciati da due trampolieri nerovestiti, i quali nel frattempo si urlavano a vicenda “Emilia Romagna!” “Campania!” “Veneto!” “Campania!”; ancora più difficile sarà stato far capire ai bambini che le palline da giocoliere lanciate con forza da un ragazzo con la pelle scura da mediorientale rappresentavano pallottole o spiegare le date che, in sottofondo, spiegavano gli anni salienti della storia della Palestina. Troppo attratti dalla parola “circo”, forse, questi benintenzionati genitori si saranno lasciati sfuggire l’aggettivo che la accostava: non di clown e grandi acrobati era composta la compagnia, ma da ragazzini che parlavano lingue diverse, avevano facce, colori e storie diverse.

Questo è stato Circomondo, il primo festival internazionale del circo sociale, promosso e organizzato da Carretera Central, associazione di volontariato e cooperazione internazionale di Siena, insieme ad Arci Provinciale Siena: la sua facciata esterna si riflette in questi tre spettacoli, nei quali, alla incredibile máquina saltadora composta interamente da un dodicenne di Rio de Janeiro e alle schermaglie amorose sospese in aria di Leonela e Ariel si alternavano quadri serissimi, in cui “Cappotto di legno” di Lucariello faceva da contrappunto alla rappresentazione della vita di un ragazzino napoletano.

Leonela e Ariel

Carlo è solo sulla scena, porta una maglietta azzurra come i suoi occhi e tiene in mano un pallone. Saluta qualcuno che è distante, lo invita a venire a giocare, ma nessuno accetta, e Carlo resta da solo, a palleggiare seduto a terra. Dalle quinte laterali emergono due figure nere, lunghe, uno porta una maschera da Medico della peste: camminando a scatti, si posizionano a fianco del bambino, reggono una sbarra di legno su cui lui fa qualche acrobazia da trapezista, prima di lasciarsi andare a terra. E rimanervi, mentre i due neri scompaiono e, quando ritornano, hanno ali nere svolazzanti e lanciano a terra i famosi sacchi della spazzatura. Più avanti, verso il termine dello spettacolo, uno dei due becchini tornerà in scena con un naso rosso, per svegliare Carlo e portarlo via con lui.

Cappotto di legno

Il rosso del naso ritorna nelle magliette di Leonardo e Leticia. Entrambi alti, magri, i due fratelli di Rio si muovono con incredibile naturalezza. Si arrampicano sui teli bianchi come se non avvertissero il peso del loro corpo, se li avvolgono attorno e si lasciano cadere, componendo figure in perfetta sincronia. Al termine di ogni figura, Leticia sorride al pubblico, un sorriso professionale, da vera artista: “adesso potete applaudire”.

Leonardo e Leticia

Come si può notare dai due esempi riportati, non tutte le compagnie lavorano allo stesso modo. C’è chi punta principalmente sulla questione educativa, e dai ragazzi non si aspetta l’eccellenza artistica né la ricerca; e c’è chi tenta di portare l’arte nelle zone a rischio, usandola come un collante. È una differenza importante, che si ritrova nei nomi: facendo un esempio italiano, la scuola di Maria Teresa Cesaroni è a tutti gli effetti una scuola di “Piccolo circo”, e la sua direttrice tiene molto a definirsi, appunto, direttrice artistica, laddove invece Giovanni Savino gestisce una “cooperativa sociale onlus”. A volte la discrasia si nota, ma più negli adulti che nei bambini, i quali finiscono tutti per percepire il circo come una passione (“è come la sete”, secondo Leonela), e tutti tendono a migliorarsi costantemente, con o senza sogni di gloria.

La scelta delle arti circensi come modalità di recupero dei minori a rischio è un esperimento abbastanza recente. La sua utilità è chiarissima nelle parole di Giovanni Savino, educatore sociale e accompagnatore della delegazione di “Il tappeto di Iqbal” (Barra, Napoli): quando un ragazzo sale per la prima volta sui trampoli ha poi bisogno di un aiuto, e deve in quel momento concedere tutta la sua fiducia a chi è lì e si offre di aiutarlo.


Un contatto visivo e tattile che poi si cercherà di mantenere, trasformandolo in una relazione stabile. Strappare i ragazzi alla malavita organizzata, alla strada, alla droga; aiutarli a superare periodi difficili è lo scopo di questi “circhi”, nei quali si imparano la disciplina e il rispetto della legalità e si impara ad avere fiducia in se stessi, nelle proprie azioni e nel proprio corpo.

Non vogliamo re-inserirli, vogliamo anzi che la loro marginalità contribuisca ad arricchire il tessuto sociale, devono solo apprendere un linguaggio che gli permetta di farlo e il circo, come la danza, il teatro o altro, sono uno strumento che gli consente di relazionarsi con il mondo degli adulti con un’esperienza diversa. E alla società chiediamo di venire ed ascoltarli, percepirli in modo diverso da come hanno fatto finora.
Intervista a Michel Lafortune, direttore del dipartimento del Cirque du Monde, pubblicata su Juggling Magazine n. 38, marzo 2008

Oltre ad essere una pratica terapeutica per i ragazzi, dunque, il circo serve anche a comunicare con l’esterno. Come tutte le arti sceniche, per comunicare al pubblico non serve parlare la stessa lingua: l’esempio più pregnante in questo caso è il “Palestinian social circus” guidato da Shadi Zmorrod, che cerca, con i propri limitati mezzi di diffondere la storia del proprio Paese. Un pezzo di carta con scritto Palestina che viene stracciato in scena mentre le voci dei ragazzi scandiscono date che forse non abbastanza persone conoscono; capriole e contorsioni che mostrano la difficoltà di camminare per strada a Birzeit (Ahmad, uno dei due ragazzi della delegazione, ha raccontato dello strano effetto che fa esibirsi in un luogo al cui esterno risuonano gli spari).

Palestina

Il festival non si esauriva solo negli eventi del circo: il cineforum serale ha presentato film sui diritti dell’infanzia o sulle esperienze di clownterapia (Voci dal buio; Clownin’ Kabul; All the invisible children), ogni giorno si sono tenuti workshop e dibattiti, presentazioni di libri e installazioni artistiche; ogni mattina laboratori ludici per bambini.

Il Paper Cirkus di Carlotta Parisi

Ma soprattutto è stato un laboratorio permanente di esperienza diretta. Scambiarsi le proprie esperienze, parlare – o provarci – in quattro lingue diverse, condividere, girare Siena con una pallina “contact” sulla testa: la solidarietà, la partecipazione attiva, la comprensione passano anche da qui.
Ai genitori malcontenti di cui sopra si rinnova l’invito a non alzarsi prima della fine dello spettacolo, a rimanere fino in fondo per vedere il video con le voci e le storie di tutti i ragazzi, ad attraversare il parquet coperto di coriandoli bianchi per scambiare due parole con loro.

Hanno partecipato delegazioni da
Barra, Napoli (Il tappeto di Iqbal)
Birzeit, Ramallah (The palestinian social circus)
Buenos Aires (Circo social del Sur)
Rio de Janeiro (Crescer e viver )
Scampia, Napoli (Circo Corsaro)

(le foto sono di chi ha scritto l’articolo. Una scelta più ampia si trova qui)

2 Comments Add yours

  1. Roberto Bernabò ha detto:

    Carissimi amici , nel ringraziarvi del link, vi ne lascio anche uno all’analisi del film “Voci dal buio” di Giuseppe Carrisi, che ho scritto.

    http://www.cinemavistodame.com/2009/08/11/voci-dal-buio-di-giuseppe-carrisi-analisi/

    Rob.

  2. giovanni ha detto:

    Appunti pieni d’amore…grazie
    branko iqbal

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