Tradurre le immagini: La poesia, la retorica e l’oblìo. Alcune riflessioni su Gabbie per nuvole, quaderno di traduzioni di Roberto Deidier

di Olga Campofreda

Quando ho paura di morire prima
Ch’io scriva tutto quel che m’urge dentro,
Prima che pile di libri, in caratteri,
Come granai conservino il raccolto;
Quando osservo di notte fra le stelle
Addensarsi i segni di un’alta fiaba
E penso che non riuscirò a tracciare
Quelle ombre con la magia della sorte;
Quando sento, mia creatura di un’ ora,
che non potrò più fermarmi a guardarti,
Né godere della forza incantata
Di spensierato amore; sulla sponda
Del mondo resto solo e penso a quando
Nel nulla amore e fama annegheranno.

Siediti qui accanto. Ascolta. Che cosa vedi? C’è un uomo solo e la paura del tempo che passa veloce. Un uomo solo, il silenzio della sua paura, il battito minaccioso del tempo che passa. Quell’uomo sono io e tutti gli uomini. Sei tu.
Si tratta di un esperimento che ha la potenza di una rivelazione: prendi una poesia, non chiederti dove e quando, leggila senza sapere altro. La poesia parla sempre e soltanto di una cosa, che è l’Uomo, che sono gli uomini, che sei anche tu. E io.
Ma vedremmo ugualmente tutto questo se leggessimo questo testo di Keats alla luce di tutte le critiche e le analisi filologiche e retoriche che ne sono state fatte? Tutto ciò che sappiamo rischia di essere un ostacolo alla vista. La conoscenza, alle volte, è un vetro troppo scuro.
È questo il gioco paradossale della raccolta di traduzioni di Roberto Deidier, Gabbie per nuvole, uscita di recente nella collana di poesia di Empiria; un quaderno che raccoglie insieme versi di Keats, Auden, Stevenson, Haskel, Hardy e altri poeti senza che di questi si sappia altro eccetto il nome. Poesie che, tenute insieme, tessono la forma di un’autobiografia, la formazione di un poeta,  Deidier, che ha imparato a dialogare con i classici non solo in quanto maestri, ma compagni, soprattutto. Un quaderno di traduzioni in senso stretto e assolutamente universale, perché gioca con l’evocazione di immagini che appartengono al cuore archetipico del soggetto e che, trasmigrate da una lingua all’altra, non sono tacciabili di tradimento: in questa raccolta di poesie il peso maggiore è dato da un’assenza; è la poesia originale che manca ed è presente nella sola potenza dell’immagine, restituita da una lingua diversa, straniera-la nostra e quella di Deidier- ben consapevole di appartenere ad altro tempo ed altro luogo.

La poesia è un fantasma. Paradossale pure il fatto che proprio un poeta affidi la potenza del significato all’immagine, più che alla parola stessa; ma la poesia e la filologia non sono mai state totalmente sovrapponibili: entrambe amano la parola in modo diverso, e se è vero che la filologia è una scienza, un metodo, un’applicazione, la poesia è sacerdozio, magia. Ecco cosa ci si deve aspettare da un quaderno di traduzioni curato da un poeta.

“Ogni volta che mi trovo a entrare in un territorio non mio- scrive Deidier nella premessa- sono diviso tra due sensazioni, quella dell’ospite e quella dell’esule. […] Sono condizioni opposte, ma entrambe stimolanti per chiunque abbia fatto della parola una ragione di vita. Quando questo territorio coincide con la poesia, infatti, siamo sempre invitati: invitati a uscire da noi stessi, anzitutto. Forse ci si ritrova come degli ospiti spaesati, o esuli che si sentono a loro agio in modo in prevedibile”.

La poesia diventa immediatamente un luogo dove si resta soli insieme, ed ogni dolore individuale è condiviso. In un tempo infinito- avrebbe detto Borges- ciascun uomo è tutti gli uomini. Se è impossibile vivere tanto a lungo per assistere a questa continua rigenerazione dell’individuo, è possibile però leggerne le tracce attraverso le immagini che i poeti ci hanno trasmesso.
Gabbie per nuvole insegna la chiave di lettura del poeta, ben diversa da quella del filologo: la religiosità del sentimento poetico significa dimenticare la poesia, perché possa esserci ancora poesia. Roberto Deidier lo scrive in chiusura della galleria di immagini raccolte in questo album di parole di carta, ma forse avrebbe dovuto scriverlo sull’uscio del libro, prima che il lettore possa imbattersi nell’incontro con Keats, che apre le fila a tutti gli altri poeti della compagnia.
Il primo strumento della poesia- la retorica- con l’andare del tempo è divenuto la sua nemesi:“Sembra davvero che la maschera della retorica sia divenuta alibi sufficiente a garantire da sé lo spessore di una poesia: spessore che invece non può prescindere da una realtà di vissuto, se a un poeta non è dato mentire.”
Adesso torna a sederti qui accanto. Ascolta. Facciamo un gioco.

Dove porta questo viaggio, invidia amara
Di chi guarda dal molo, sotto una cattiva stella,
Come scorrono i monti per calme, lente vogate
E i gabbiani trascurano i voti? Promettete una vita più giusta? […]

Lo riconosci?
Questo è Auden. Ma sei anche tu, e sono io. Non so quando, forse sempre. Basta imparare a guardare la prima volta tutto.

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