Bonsai # 16. Michel Hazanavicius, “The Artist”

di Camilla Panichi

Please be silent behind the screen sono le parole che leggiamo nelle prima scena dell’ultimo lavoro di Michel Hazanavicius, The Artist. Queste parole non sono semplicemente un invito, ma rappresentano una vera e propria dichiarazione di poetica. Il silenzio, o meglio il silenzio della parola, è il grande protagonista di questo film muto girato in bianco e nero, vero e proprio omaggio al cinema degli anni Venti e al cinema dell’ultimo Chaplin ‘muto’ di Luci della città (1931) e Tempi moderni (1936). Straordinaria la colonna sonora di Ludovic Bource che per un’ora e quaranta minuti riempie la scena e accompagna la trama. Ma la musica non è il solo espediente che Hazanavicius impiega per riempire il vuoto sonoro che oggi può sembrare una scelta anacronistica: il gesto assume un valore assoluto, il linguaggio del corpo, la mimica facciale (insistenti le inquadrature sulle labbra: bocche che ridono, che dicono, che gridano), le gambe tornite che si muovono a ritmo di tip tap sono motore stesso dell’azione a tal punto che in una scena saranno proprio le gambe che ballano a creare l’incontro tra i due protagonisti.

The Artist è la storia di una stella del cinema muto George Valentin (interpretato dal comico e caratterista Jean Dujardin) e della sua caduta. Ma è anche la storia della versatilità e della fugacità del successo, e soprattutto è la storia di un orgoglio incapace di accettare il mutamento. Siamo nel 1929 anno dell’avvento del sonoro e del crollo della borsa di Wall Street. La storia della caduta di Valentin è sì parallela a quella del crollo del sistema economico e finanziario americano, ma l’accostamento oltre che temporale rimane solo simbolico. Mentre Valentin ‒ icona di una vecchia maniera di fare cinema, di una forma di produzione d’arte superata, insomma di un ‘vecchio mondo’ ‒ crolla, attorno a lui, a dispetto della crisi, sorge un nuovo mondo, un nuovo spazio vitale, che è lo spazio del parlato, del sonoro, uno spazio che riluce nelle paillettes e nel sorriso di Peppy Miller (Bérénice Bejo), nuova diva del cinema sonoro che prenderà il posto di Valentin sugli schermi, sui cartelloni e nel riconoscimento del pubblico.
Ciò a cui si assiste non è soltanto la sostituzione di un volto su un cartellone o sulla prima pagina dei giornali, ma è la progressiva perdita di presa sulla realtà di un uomo, la crisi dinnanzi al mutamento profondo della propria forma di vita che è mutamento e sostituzione di un intero sistema di produzione dell’arte e di una maniera di fare cinema. E proprio nella narrazione di questo struggente passaggio dal vecchio al nuovo, passaggio tanto sconvolgente quanto necessario, consistono il fascino e la grandezza di The Artist.

2 Comments Add yours

  1. federica ha detto:

    E’ giusto il riferimento all’ultimo muto degli anni ’30 perché The Artist non ha nulla a che fare, tecnicamente, col cinema degli anni ’20 (luci, scenografie, velocità dei fotogrammi, trucco). Non sono d’accordo invece sul vederci una storia esistenziale, la narrazione di una vita travolta dall’irrompere del nuovo. Mi spiego: Sunset Boulevard ha una storia molto simile, ma con esiti ben diversi. Wilder dirige attori del muto (la Swanson, Stroheim) e il suo è lo sguardo impietoso di chi vede in loro dei sopravvissuti loro malgrado, con vette di cinismo e crudeltà memorabili (Stroheim che diresse la Swanson nel 1926, nel film è ridotto a suo maggiordomo, l’ex diva della Paramount ad un fantasma patetico). E questo fu davvero il destino di quasi tutti gli attori del muto, pochissimi riuscirono a continuare la loro carriera dopo il 1927. Quello che vedo in The Artist è una rievocazione nostalgica che dà luogo a un film vivace, ricco di gag, con una trama facile da seguire. Ma non vedo grandezza in questo. Ci vedo lo sguardo benevolo dell’artista postmoderno sul passato, che se utilizza quei materiali (le citazioni si sprecano: Citizen Kane, Singin’ in the rain, Valentin che imita John Gilbert,… ) lo fa però in maniera edulcorata (penso al finale consolatorio, all’intreccio ripreso da musical hollywoodiani, e all’uso delle tecniche del muto adeguato al gusto dello spettatore di oggi). Senza mancare di giustizia, la mia impressione è quella di un film che non resterà. La visione è certo piacevolissima e gli attori notevoli, ma manca la sostanza. Lo vedo come un esperimento che si stempera in una screwball comedy abbastanza convenzionale, un gradevole esercizio di stile, ma niente a confronto di certi capolavori di quell’epoca a cui il regista vuol fare omaggio.

  2. matteoloschiavo ha detto:

    Condivido la lettura e rimando ad un’analisi di The Artist sul nostro blog Appuntidilavoro.wordpress.com.
    Buona lettura e buon lavoro!

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