Bonsai #15. HBO, “Enlightened”

di Marco Mongelli

“I’m just tired of being alone”
(Tyler)

Enlightened è una serie televisiva americana andata in onda l’autunno scorso su HBO per dieci puntate, scritta e prodotta da Mike White (che nella serie interpreta Tyler) e da Laura Dern (Amy Jellicoe).
Nonostante gli ascolti tutt’altro che esaltanti, due nominations ai Golden Globe e una più che discreta critica degli addetti ai lavori hanno convinto la HBO a rinnovarla per una seconda stagione.

Protagonista e centro di tutta la vicenda è Amy Jellicoe. Ex manager di successo di una multinazionale dei cosmetici che, dopo un divorzio e una crisi di nervi sul posto di lavoro, molla tutto per intraprendere una terapia di gruppo alle Hawaii. Da lì tornerà serena ed entusiasta di ricominciare la sua vecchia vita, ma, dopo aver preso a vivere dalla scettica e solitaria madre (interpretata magistralmente da Diane Ladd – curiosamente vera madre di Laura Dern) dovrà scontrarsi con le difficoltà del mondo reale, inconciliabile con l’idillio di amore e pace della filosofia spiritualistica e new-age che l’aveva “guarita”. Nel corso delle dieci puntate (della durata di non più di trenta minuti l’una) Amy capirà quanto è difficile non solo cambiare il mondo o le persone vicino a lei, ma soprattutto se stessa. II percorso di auto-perfezionamento che intraprende è condotto in maniera genuina e radicale, senza infingimenti o scorciatoie, ed è per questo soggetto a cadute e a tragicomiche deviazioni. Tornare nella sua vecchia azienda, con un lavoro diverso e poco gratificante, le darà però la possibilità di scoprire il devastante impatto ambientale e umano ci cui la sua compagnia è complice, trasformandola via via da paladina delle donne indifese e degli immigrati, a protettrice della madre terra e difensore dei diritti dei lavoratori.

Il merito della serie sta nel riuscire a tenere l’unico filo della narrazione, scarna e unidirezionata, con humour e leggerezza grottesca, senza perdere in (auto)ironia e profondità melanconica. In una Los Angeles tutta particolare, soleggiata e paradisiaca, con villette a schiera silenziose e nessun traffico o disordine, si muovono le passioni troppo umane della protagonista, del suo tossico ex-marito e dei vecchi e nuovi colleghi, ipocriti e arrivisti o disadattati e fragilissimi. Anche qui, dunque, come nei casi più emblematici e famosi di The Wire, Mad Men, Treme, The Killing o Justified (con le loro Baltimore, Manhattan, New Orleans, Seattle o Harlan) lo spazio urbano, proprio nella sua apparenza di quinta teatrale, immobile e sempre uguale, svolge un ruolo centrale nel dare forma alle relazioni inter-personali, perché suggeriesce e canalizza il sentimento di inquietudine latente in quell’anestetica perfezione.

A un’iniziale lentezza, la serie sa far seguire un’intimità inaspettata, rovesciando le bizzarrie da rinascita zen nei traumi che le sottendono, e mostrandoci in modo senz’altro atipico e per questo toccante i movimenti immediati che muovono le persone fra di loro: il bisogno di essere amati e la paura di rimanere soli.

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