Diario di una mutazione. Una recensione a “Quelli che però è lo stesso” di Silvia Dai Pra’

di Camilla Panichi

Contromano Laterza è una delle collane di narrativa italiana attualmente più interessanti, perché accoglie “oggetti narrativi non identificati”: dalla Palermo di Giorgio Vasta all’Hotel a zero stelle di Tommaso Pincio, dalla Firenze di Vanni Santoni alla periferia di Roma di Silvia Dai Pra’.

Quelli che però è lo stesso è il reportage di una trentenne precaria che per un anno insegna in un istituto professionale a Ostia Nord. Il libro, diviso in tre parti, una per ogni trimestre, colpisce per il forte contrasto tra il peso dei contenuti e la concisione, la levità e la semplicità dello stile. È attraverso questa prosa lineare che Dai Pra’ mette al centro della propria narrazione un tema spesso secondario e marginale nella narrativa e che invece meriterebbe più attenzione: il tema della scuola, vista da chi la vive e non come luogo di passaggio, con le sue problematiche interne ed esterne. Perché la scuola, quella pubblica, è un problema reale, che riguarda tutti, non solo nella misura in cui tutti se ne è fatta più o meno esperienza. Ma anche soprattutto perché la scuola è il luogo dove ogni individuo trascorre un terzo della propria vita: è (o dovrebbe essere) un luogo di formazione, crescita e  contatto sociale. E si conceda il beneficio del condizionale espresso tra parentesi, poiché la scuola si è molto allontanata dal principio di istituzione solida e formativa e la scommessa di Dai Pra’ sembra proprio voler narrare, dall’interno, questa mutazione.
Per alcuni aspetti Quelli che però è lo stesso è assimilabile a un’altra narrazione incentrata sulla scuola, che descrive il progressivo smantellamento dell’istituzione scolastica. Si tratta del film di Laurent  Cantet, Entre les Murs (La classe, 2008): l’esperienza dell’insegnamento come ricezione reciproca declinata nella comune difficoltà, resa esplicita dal contesto scolastico, a entrare in contatto con realtà sociali complesse e stratificate come le banlieues parigine o la periferia di Roma nel caso di Dai Pra’. Ciò che li distingue è l’inevitabile geografia delle narrazioni. Ma c’è qualcosa di tutto italiano in Dai Pra’, parabola di commozione, rabbia e frustrazione, come si legge nell’incipit:

Sono finita qui a mondare i peccati del mio fallimento. Diploma con sessanta sessantesimi, laurea con cento dieci e lode, dottorato di ricerca con borsa vinto a venticinque anni, un anno di studio a Copenhagen, un anno a Parigi, due lingue straniere scritte e parlate, diverse pubblicazioni ‒ e il risultato è stata la prima convocazione in provveditorato, una mattina in cui settembre spargeva su Roma una luce ancora estiva, straziante…

Quella narrata non è soltanto l’esperienza di una donna frustrata alle prese con un rapporto fallito, le aspirazioni di scrittrice, le velleità, che si trova a fare controvoglia lo stesso lavoro della madre; è soprattutto la fredda e diretta presa di coscienza dello stato presente della scuola e di chi la popola: sclerosi dei percorsi formativi, insegnanti demotivati e, salvo qualche eccezione, alunni completamente disinteressati. E sono loro i veri protagonisti. Adolescenti sbandati provenienti da famiglie scapestrate e mai presenti, ragazzi volgari, spesso violenti, alieni alla convenzionale comunicazione verbale, tutti presenza fisica e capelli e tatuaggi, tutti uguali nei lori pantaloni stretti, nelle unghie ricostruite; omologati nei piercing che li attraversano da parte a parte come la musica che si mandano nelle orecchie (da Vasco Rossi a Zetazeroalfa). Ragazzi di periferia il cui unico sistema di valori è il buonismo pass-partout appreso da qualche programma pomeridiano della televisione generalista; ragazzi diffidenti, omofobi e razzisti, portabandiera di un culto del fascismo solo apparentemente consunto e passato. Perché Quelli che però è lo stesso, quelli per cui non vale la pena, sono i ragazzi che il narratore incontra in un anno di transizione e con i quali non avrà più contatti, eppure sono lì con le loro vite di adolescenti, gli amori, le gelosie, ‘li amici miei’: sono quell’Italia esclusa, periferica per definizione, un’Italia che c’è ma che viene ignorata.

Verrebbe voglia di chiamarli Ragazzi di vita, non solo perché Pasolini è la figura letteraria e umana (come era inevitabile che fosse, essendo la vicenda ambientata a dieci minuti di macchina dall’Idroscalo) più presente nel libro, ma per la loro fisionomia, per l’innocenza con cui assumono la posa di un sistema nel quale si muovono inconsapevolmente e che li sfrutta:

E poi, sono stanca, i barbari mi hanno deluso, e mi è pure toccato portarli in gita in un luogo che detesto ‒ odio le scene emblematiche, ma, se proprio mi tocca, preferivo vivere quella dei delinquenti in gita che scrivono LAZIO MERDA sui muri di Montecitorio, piuttosto che trascinarmi dietro trenta Enrico di Cuore che si prestano a servire e riverire un potere superiore, un’entità astratta, una repubblica i cui meccanismi studiano nell’ora di Cittadinanza e Costituzione, nuova materia che il governo gli ha donato insieme al privilegio di essere trentacinque per ogni classe.

Anche quei pochi interessati, quei pochi per cui la pressoré Silvia Dai Prà-Da i Pra- del Prà dice sempre che vale la pena andare avanti, non bastano. Non ci sono salvati né redenti, non ci sono svolte improvvise, non c’è educazione, perché nulla è più possibile; il loro destino è scritto sulle magliette che indossano o sull’inchiostro che è penetrato nell’epidermide: Monella vagabonda; MEMENTO AUDERE SEMPER. Non c’è redenzione ai confini di Roma, che sembrano i confini del mondo.
Nel segno di questa assenza, Dai Pra’ attraverso la scuola afferma, senza enfasi o retorica, il fallimento di un intero sistema sociale e politico.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Marcello Nobili ha detto:

    Recensione superficiale e di stile inutilmente “drammatico”. Ad esempio, se è vero che Pasolini con i suoi _Ragazzi di vita_ resta presente come “ipotesto” inevitabile dell’autrice (per via della sua formazione culturale e della sua provenienza geografica), sia la prospettiva della voce narrante sia gli scopi e lo svolgimento stesso della narrazione se ne discostano come piú non si potrebbe. E`vero, però, che in essa non si riscontra enfasi, se eccettuiamo certe pagine in cui i gusti politici dell’autrice erompono in esclamazioni, a dire il vero, superficiali e, in definitiva, infelici, che io avrei lasciato fuori dal libro. Un difetto comune alle tante recensioni al libro di Silvia è questo, che si vuol vedere in esso ciò che non c’è, ad esempio “riflessioni sul fallimento della scuola italiana”, o “una vibrante denuncia”: si dimentica che questa è, in definitiva, la cronaca, giustamente non troppo infiocchettata del suo PRIMO ANNO di insegnamento.

  2. Gentile Marcello Nobili
    nessuno in questa sede ha parlato di “vibrante denuncia”; non è ciò che si richiede al testo e non è ciò che il testo si pone come obiettivo. Il giudizio critico negativo o positivo che si dà a un testo non dipende soltanto dal valore oggettivo dei questo, dipende anche da ciò che un lettore chiede a quel testo. Non esiste un modo univoco di leggere i testi, esiste il mio giudizio, come il suo.
    La differenza sta tra la miopia e la cecità.

    C. Panichi

    1. valeriusmartialis ha detto:

      Gen.ma Signora Panichi,

      Esistono modi utili e modi inutili di leggere un testo. E non confondiamo il giudizio con l’impressione! Il giudizio, si suole ripetere (anche fuor di luogo), è un parere formulato su basi solide, su prove, che, quanto meno, non si propone di essere semplicemente effimero. Sulla Sua penultima affermazione potrei buttar giú un noioso papier; ma, purtroppo, non faccio il critico letterario di professione, sicché mi limito a dire che non ho mai affermato che esiste un solo modo di leggere un’opera (purché sia letteratura).
      La Sua _sententia_ finale, invece, gradirei me la spiegasse piú diffusamente, perché, se intendessimo l’ultima frase come il seguito concettuale della penultima, ne verrebbe fuori niente meno che un insulto. Ma sono sicuro che mi sbaglio.Non vorrei che avesse preso il mio giudizio un po’ _ad personam_.

  3. Marcello Nobili ha detto:

    Non ho capito da dove è venuto fuori questo “valeriusmartialis”, ma sono sempre io. Chiedo scusa.

  4. Gentile Marcello Nobili
    con l’ultima frase mi riferivo alle possibilità di lettura di un testo, che sono molteplici e mai univoche. Il mio giudizio riguardo al testo di Silvia Dai Pra’ l’ho espresso sopra; riguardo all’impressione, credo che sia totalmente soggettiva, per cui dalla mia lettura possono essere emersi degli aspetti, dalla sua altri. Sarebbe costruttivo alla riflessione se approfondisse le ragioni del perché considera questo libro solo una cronaca.

    Spero di aver chiarito l’equivoco.

    C.P.

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