Bonsai #14. Woody Allen, “Midnight in Paris”

di Flaminia Beneventano

Settantasei anni, e un genio che ancora non finisce di stupire. Il 2 dicembre 2011, giorno successivo al suo compleanno, esce infatti nelle sale italiane il nuovo film di Woody Allen, Midnight in Paris, che affascina pubblico e critica.
Come suggerito nel titolo, vera protagonista della pellicola è Parigi, della quale vedute e scorci monopolizzano le prime scene, sulle note di Cole Porter, preludio delle atmosfere surreali che permeano l’intera trama. Con questo esordio, il regista strizza l’occhio all’inizio di Manhattan (capolavoro del 1979) in cui la coivolgente Rapsodia in Blu di Gershwin accompagnava la macchina da presa nelle sue superbe inquadrature newyorkesi, mentre la voce fuoricampo del protagonista recitava un’apoteosi della propria città. Questa volta Place Vendome, gli Champs Elysées, i boulevards che fin dai primi minuti trascinano lo spettatore nel vortice della magia della Ville Lumière sono dipinti nel loro splendore eterno.
Attraverso gli occhi del protagonista – Gil, nostalgico regista e aspirante romanziere americano (Owen Wilson) in vacanza in Francia – si svela al pubblico un’ulteriore Parigi, alternativa a quella venduta ai turisti sulle cartoline, che prende miracolosamente vita ogni sera dopo la mezzanotte. Si tratta della Parigi anni ’20, sfavillante di Charleston, delle sue luci e dei suoi colori; una Parigi popolata degli intellettuali del primo Novecento, in cui gli avanguardisti discutono di cubismo e di jazz, in cui i Fitzgerald (proprio loro, Scott e Zelda!) sono anfitrioni di sfavillanti ricevimenti e in cui si organizzano rendez-vous in onore di Jean Cocteau. Come in una galleria di ritratti, Gil si trova immerso in una parata di volti di artisti, sorseggia vino in compagnia di Hemingway discutendo di libri e di guerra, viene intrattenuto dalla sagace compagnia di un brillante Dalì (Adrien Brody) e ascolta incredulo Picasso illustrare la sua ultima opera; infine approda addirittura a casa di Gertrude Stein (Kathy Bates), fulcro della cultura letteraria dell’epoca, e sogno di ogni aspirante scrittore. In questa società cangiante e sfaccettata, affianco all’arte non può mancare una nota romantica, impersonata dall’affascinante Adriana (Marion Cotillard), contraltare onirico di Inez (Rachel Mc Adams), reale fidanzata del protagonista concreta, pragmatica e sprezzantemente critica nei confronti dei sogni e della spiritualità artistica di Gil.
Allo stesso Gil, malinconico sognatore, viene attribuita – nelle prime scene – la concezione della nostalgia come negazione, negazione di un presente infelice, e lui sarà l’unico a fuggirne attraverso questa spirale di epoche storiche, di cornici concentriche, fatta di tuffi nel passato che Woody Allen raffigura tramite un sapiente gioco di scatole cinesi. Nessuna epoca è senza uscita: ognuna nasconde una via di fuga tramite la quale si sprofonda in un mondo altro, di sogno, del proprio sogno e del proprio desiderio. Nel film sono labili i confini dello spazio e del tempo, e in questo modo Allen consente ai suoi protagonisti di sovrapporre un piano immaginario a quello della propria realtà, e a sostituire ogni epoca con un’agognata età dell’oro. Non a caso, quando lo spaesato Gil si rivolgerà agli abitanti del nuovo mondo in cui si trova chiedendo spiegazioni sullo strano fenomeno che lo coinvolge, gli unici a non stupirsi e a trovare una risposta per l’accaduto saranno proprio gli artisti surrealisti. “Non c’è niente di strano” gli risponderanno Dalì e Man Ray, “tu abiti due mondi”.
Un cast brillante, insieme con i produttori e gli assistenti alla regia che da sempre avorano con il regista newyorkese, contribuiscono a fare di questo film un vero gioiello. Le stesse note di Cole Porter che aprono il film (Let’s do it, let’s fall in love, suo primo successo a Broadway nel 1928) accompagnano spettatore e protagonista durante l’intero viaggio onirico nel passato, regalando alle atmosfere un’ulteriore suggestione. Chi però dovesse pensare che il film rispecchi il mondo in cui lo stesso Woody sceglierebbe di ‘cadere’, dovrà presto ricredersi. Il regista ha infatti dichiarato: “Per quanto mi riguarda, se mi proietto nelle epoche passate, immagino di andare dal dentista, dove non esiste ancora l’aria condizionata e non posso beneficiare della novocaina. Non ci riuscirei, non c’è altra epoca in cui vorrei vivere che questa!”.

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10 Comments Add yours

  1. marcobusetta ha detto:

    Film gradevole, bella fotografia. i cliché alleniani scattano come trappole un pochino consunte per quanto prevedibili. però tutto sommato non male. un vero omaggio a parigi e bravi gli attori

  2. pessima ha detto:

    A me non ha del tutto convinto. Bella la fotografia, sì, molto belle le immagini di apertura, ma poi mi pare che la storia non riesca a decollare del tutto, rimanga un po’ statica e si ripeta, tutto sommato. Anche le battute del film sono abbastanza prevedibili. In più il doppiaggio italiano crea un personaggio, quello di Gil, che sembra il fratellino più piccolo di Woody e non so se queste fossero le intenzioni del regista. Quanto al “messaggio”: ci fermiamo ad un banale “il presente non va mai bene a nessuno”? Avevamo bisogno di un costoso e sponsorizzato- non poco- film?

    1. marcobusetta ha detto:

      be’, messaggi è inutile spremersi per cercarli. a un certo punto il protagonista e la bella aprono virgolette, poco ci manca che guardino in camera. in effetti la cartolinata iniziale non l’ho trovata banale, ed è strano, molto strano, ma mi sa che è colpa di parigi

    2. Flaminia ha detto:

      Il giudizio sul film è personale, e a parte manifestare la mia opinione non posso dire più di tanto. Per quanto riguarda invece il doppiaggio la questione credo riguardi la maggior parte dei recenti film di Woody Allen. Da quando ha smesso di recitare (già da Melinda e Melinda, poi soprattutto negli ultimi, e.g. Basta che funzioni) c’è sempre un personaggio che parla un po’ come lui, balbetta come lui, e ha questo tono di voce. E in quel personaggio (di solito il protagonista) io ci ho sempre visto lui, come se fosse la parte per lui, immaginata per lui che, però, dall’alto della sua venranda età si lascia sostituire da un altro. Quindi non penso sia un elemento da imputare unicamente al doppiaggio, anche perchè ho avuto la stessa impressione anche in Basta che funzioni visto in lingua originale.

  3. francescobratos ha detto:

    1) la suggestiva, illuminante e significativa carrellata iniziale su Parigi è tutta sulle note di “Si tu vois ma mère” di Sidney Bechet, non Cole Porter;
    2) Gil non è un regista ma uno sceneggiatore.

    “… Non conta ma conta.”

    Per il resto concordo. Brava!

    1. Flaminia ha detto:

      Ooooops, anche agli attenti osservatori sfugge sempre qualcosa. Grazie delle precisazioni. Evidentemente il fascino di Cole Porter oltre a Gil ha ammaliato anche me…

  4. Chiara Imp ha detto:

    Midnight in Paris è Parigi vista con gli occhi di un americano di Hollywood che non sa e non vuole liberarsi dei suoi clichés. Ciò che rende il film grazioso è proprio questo consapevole giocare con i luoghi comuni, non tanto quelli su Parigi, ma quelli su Hollywood che guarda Parigi.
    Gli incontri inverosimili, concentrati in pochissimo tempo, i personaggi famosi resi macchiette da sogno, la favola di cenerentola a mezzanotte, la morale finale di accettazione della propria vita, la realizzazione dello scrittore, l’incontro sul ponte Alessandro III e il momento in cui “everything fits” : è pura commedia americana.
    Ed è questo che giustamente non convince lo spettatore, anche se non si può dire che non sia voluto dal regista.

    C’è però una scena che secondo me è geniale, ed è il Woody Allen ironico della sua “age de l’or”. Gil esce dallo splendido fumoso pub in cui ha incontrato Hemingway e si rende conto di non avergli dato appuntamento per il giorno dopo. Torna indietro correndo e al posto del locale trova una lavanderia a gettoni. Ecco, in pochissimi fotogrammi, cosa è Parigi.
    Una città che rimane magica anche nel 2010, piena di McDonald’s e lavanderie a gettoni, un po’ per essenza naturale e atemporale, un po’ perché non riusciamo a smettere di riempirla delle stesse illusioni e degli stessi echi del passato di Woody Allen.

    E poi re-incontrare per caso, sul ponte Alessandro III, di notte, la donna della tua vita, una splendida parigina, bionda, che per di più parla benissimo inglese (a Parigi! l’inglese!) e trova che la città sia più bella sotto la pioggia (una parigina che non si lamenta con voce annoiata di Parigi e del clima e dei turisti!): è la cosa più ostentatamente inverosimile e americana di tutto il film, davvero, è più inverosimile dei viaggi nel tempo.

    1. Flaminia ha detto:

      A me non sembra che nel film ci sia la morale dell’accettazione della propria vita: al contrario, Gil lascia Inez – e si suppone inizi a frequentare la biondina, che vende dischi vintage proprio di Cole Porter e, se vogliamo, è una “Adriana in carne ed ossa”, legata alla Parigi da lui sognata. Adriana stessa sceglie di starsene nella Belle époque, e persino il detective finisce alla corte di Luigi XIV! Nessuno torna alla vita di cui non era soddisfatto.

      Per quanto riguarda la scena della lavanderia a gettoni, io non ci leggo un’ulteriore esaltazione di Parigi, mi è sembrata piuttosto la semplice contrapposizione tra l’esperienza onirica e la realtà alla quale Gil è costretto a tornare. Come diceva lo stesso Woody ne La maledizione dello scorpione di giada, è ” l’orrido sipario della realtà che cala su di noi”.

      Su Parigi vista dagli occhi di un Hollywoodiano è vero, effettivamente è almeno la seconda volta che Woody affronta il tema. Sebbene in maniera molto scherzosa, ci ricordiamo come aveva dipinto in Hollywood Ending i Francesi? Gli unici estimatori di un film diretto da un regista completamente cieco… spettacolare.

  5. Lorenzo Mecozzi ha detto:

    Chiara, hai scritto venti righe di commento per informare tutti che si trattava di una commedia americana (era facile prevederlo visto che si trattava di una commedia americana) :D

  6. Chiara Imp ha detto:

    Mecò, antipatia. :-D Una commedia americana non deve per forza essere piena di clichés. Io volevo solo esprimere un parere, cioè che secondo me si tratta non tanto dei clichés su Parigi come città, ma dei clichés sugli americani a Parigi, e che quanto meno in questo film sono voluti. Questa autoriflessività secondo me salva Midnight in Paris da un giudizio totalmente negativo, visto che per il resto le battute sono parecchio fiacche e la storia o la caratterizzazione dei personaggi ripetono moduli ormai abusatissimi in Allen. Diciamo che rispondevo implicitamente a un tipo di critica che è facile fare al film, sostenendo che “non è poi così brutta come commedia americana”; non volevo certo provare che fosse una commedia americana, come un semplice sguardo alla scheda mymovies avrebbe confermato.

    Flaminia, quello che hai scritto sulla scena della lavanderia a gettoni era esattamente quello che intendevo e che trovo geniale: “un brusco ritorno al reale”, con in più la scelta di un simbolo perfetto per rappresentare questa anima contemporanea della città: l’onnipresente negozio di laverie! Infatti al cinema ho riso moltissimo!
    Quanto al resto, mi sono probabilmente espressa male o frettolosamente (come mio solito): quando scrivevo che Gil “accetta la propria vita” intendevo dire che accetta il tempo e le condizioni in cui gli è stato dato di vivere, rinunciando a impossibili illusioni bovaristiche. A quel punto può agire per rendere migliore la vita che ha accettato di affrontare. Ma sia lui che Allen non si libera del tutto né dei clichés, né dei sogni (cosa che di per sé non deve per forza essere un male) e il finale inverosimile mi sembra confermarlo, e mi sembra dire: “la vita può diventare un bel film, se lo vuoi”.

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