HHhH di Laurent Binet: la storia che si fa mitopoiesi

di Lorenzo Mecozzi

Jan Kubiš and Josef Gabcík, commemorative machine postmark

HHhH, Himmlers Hirn heißt Heydrich ovvero Il cervello di Himmler si chiama Heydrich è il romanzo d’esordio di Laurent Binet, autore francese classe 1972. O meglio: HHhH è la sua opera prima, ma non ci è dato sapere immediatamente se si tratti di romanzo o meno. L’opera, edita in Francia da Éditions Grasset & Fasquelle, Parigi, in Italia è stata pubblicata presso Einaudi, nella collana Frontiere, che a partire dal nome indica la natura ibrida, di confine, delle opere che accoglie. HHhH è uno di questi titoli, e partecipa di quella difficoltà ad essere definito. Il libro, una volta preso in mano, assomiglia in tutto e per tutto ad un Supercoralli, celeberrima collana di narrativa della casa editrice di Torino, ma da nessuna parte – né in copertina, né sulla quarta, né nei risvolti interni o sul frontespizio – appare la dicitura “romanzo”. Si parla di “storia vera” (copertina), “storia raccontata”, “racconto trascinante”, della “suspence” e del “tormento” della scrittura, che però procede “senza mai allontanarsi dalla verità storica e dalla memoria”. Sulla quarta di copertina, è riportata una citazione da “Le Monde des Livres”: “Rifiutando gli artifici romanzeschi, Binet si attiene ai fatti accertati e ci propone un’avventura mozzafiato”. E in uno dei risvolti, presentando l’autore, non vi è scritto “è il romanzo d’esordio” o è “il primo romanzo”. Molto più oggettivamente: “Con HHhH [Laurent Binet] ha vinto il Prix Goncourt du premier roman 2010”.
Il lettore che avesse comprato il libro per i suoi interessi storici riguardo il nazismo, Heydrich o la missione Antropoide, cui è stata promessa “la storia vera” dalla copertina, potrebbe storcere il naso, potrebbe rimanere deluso dall’inaspettato acquisto di un romanzo – per quanto il riconoscimento del Goncourt, potrebbe almeno convincerlo di aver comprato un buon romanzo. A rassicurarlo, però, pensa subito l’autore, quando, nella prima pagina, all’interno del suo testo, scrive che non c’è niente di più volgare che inventare un personaggio; che i protagonisti di questa storia sono realmente esistiti. L’intento di Binet è quello di rendere omaggio ai protagonisti dell’operazione Antropoide, un fatto storico; l’autore cercherà di non idealizzare la storia (ammettendo i propri timori a riguardo), cercherà di rendere giustizia alle gesta dei paracadutisti Gabcik e Kübis, gli assassini della “bestia bionda”, di Heydrich, restando fedele alla verità storica. O almeno questo è ciò che si propone Binet. Ma la voce del narratore, come ha giustamente evidenziato WuMing2 nella sua recensione, è una voce insicura che, nonostante asserisca in continuazione di non voler inventare nulla, di voler riportare solo gli episodi, le informazioni, i dettagli e i particolari di cui è venuta a conoscenza attraverso fonti sicure, di cui può dirsi certa, è costretta a continui ripensamenti, a continue correzioni, a precisazioni su particolari già presentati come materiale di cui fidarsi. La sensazione è spiacevole. Siamo di fronte ad un’opera che ci promette la “storia vera” dell’attentato ad Heydrich, ma chi ci riporta questa storia sembra dimostrarsi inadatto, non all’altezza dell’impegno assunto.
I capitoli, brevi e spesso digressivi, quasi senza alcuna struttura gerarchica di organizzazione dei materiali, riportano passi di documenti storici, recensioni del narratore di film, libri e documentari riguardanti il nazismo, aneddoti sui protagonisti della vicenda presa in esame, fotografie e persino la cronaca delle ricerche che l’autore ha portato avanti per raccogliere le informazioni necessarie alla scrittura del libro, con annessa descrizione delle ragazze che lungo lo accompagnavano in giro per l’Europa tra gli archivi ed i musei.
L’intera prima parte del libro è una sorta di opera in fieri, resoconto su quanto si sta scrivendo; un diario, un blocco di appunti in cui i materiali vengono giustapposti, apparentemente senza una strutturazione forte, di tipo narrativo, che sussuma i diversi materiali per renderli, invece che parti irrelate, particolari di un tutto. La lettura, però, prosegue, ed i materiali iniziano a mostrare il contesto, ad illuminarci su cosa sia stata effettivamente l’occupazione tedesca della Cecoslovacchia, quali dovessero essere le condizioni materiali in cui gli attori della storia si sono trovati ad agire. La grande storia emerge attraverso i particolari, non viene raccontata attraverso la ricerca di una sintesi, come è invece compito della storiografia. La grande storia emerge attraverso la giustapposizione delle piccole storie che, nella loro anonima individualità, l’hanno scritta. Binet vuole raccontare una delle tante storie, anonime, che hanno contribuito a produrre ciò che per noi oggi è Storia. L’intento è ancora quello di scrivere gli avvenimenti così come sono accaduti, come ci è dato conoscerli attraverso le fonti. Qui si gioca, come ha evidenziato Wu Ming2, la partita fra realtà e finzione.
A mio avviso, però, Binet non è vittima della convinzione per cui “invece di interrogarsi su quali figure retoriche o bias cognitivi portano un narratore a manipolare il suo pubblico e a nascondere la realtà, si è deciso che raccontare storie equivale a spacciare frottole, sempre e comunque”, anzi. Personalmente, ritengo che Wu Ming2 sia caduto vittima proprio della retorica del narratore, che per tutto il romanzo sostiene di voler trascrivere la realtà fin nei minimi particolari.
Leggendo alcune delle questioni poste dalla voce narrante, specialmente quelle su cui riflette Wu Ming2, ci accorgiamo che c’è un’evidente sproporzione tra le varie critiche mosse alle Benevole e al suo autore. Innanzitutto si critica a Littell di aver scelto come protagonista del suo romanzo un personaggio inventato; dopodiché, l’intera opera sarebbe in crisi per via della possibile incongruenza tra quanto scritto dall’autore, e la realtà storica, in merito ad un particolare di pochissimo conto: quale sia la marca dell’auto di Blobel. I piani delle due critiche sono incompatibili: se la scelta di Littell di affidare la narrazione alla voce di Maximilien Aue risulta fondamentale per comprendere appieno il senso delle Benevole, quale fosse l’auto su cui viaggiava Blobel risulta del tutto ininfluente. La voce critica del narratore appare ancora una volta difficilmente credibile; la fiducia che dovremmo concederle poco giustificata. La puntigliosità con cui Binet porta avanti il suo discorso meta-narrativo, con cui interviene – all’interno del testo – per comunicarci fonti, aneddoti, informazioni su come è venuto a conoscenza dei particolari più insignificanti, e soprattutto la sua ferma intenzione di non inventare nulla – salvo poi inciampare in grossolani strafalcioni –, come sostiene Wu Ming2, risulterebbe quasi comica; risulterebbe comica nel caso in cui non fosse, volutamente, ironica. L’esempio della critica a Littell forse è paradigmatico: un errore come quello della marca dell’auto di Blobel, spacciare per vero un particolare solo verosimile, Binet l’ha già commesso: ha scritto che Göring, in un preciso episodio narrato, indossava un’uniforme azzurra, salvo ammettere, qualche capitolo dopo, che il colore dell’uniforme poteva essere azzurro, ma non v’è modo d’esserne certi. Dunque anche HHhH è un’opera “messa in crisi” da questa svista? Basta la successiva precisazione per salvarla? O la questione è un’altra?
Binet per l’intera prima parte del suo libro riflette su come scrivere dell’operazione Antropoide: 264 pagine su 337 sono disseminate di interventi del narratore che giudica, giustifica e descrive il proprio lavoro, mentre con discontinuità porta avanti il racconto della preparazione dell’attentato, fino al momento in cui Kübis lancia la bomba a mano. È illuminante l’incipit della seconda parte: “La bomba esplode”. Dall’esplosione la scrittura diventa più concitata, il capitolo che apre la Parte seconda è molto più lungo di tutti i precedenti, e rappresenta la fuga di Gabcik e Kübis per le vie di Praga, fino al loro nascondiglio finale, fino al loro tragico epilogo. La successione dei capitoli, specialmente quando si tratta di capitoli brevi, non è più funzionale alla riflessione meta-narrativa, bensì ad aumentare l’attenzione del lettore nei confronti dello svolgersi, rovinoso, romanzesco, delle vicende che porteranno alla morte sia della vittima (Heydrich) che degli esecutori (i due paracadutisti) dell’attentato. I moduli narrativi che Binet usa nella seconda parte si distanziano decisamente dal tono della prima: non c’è più tempo per la riflessione, il ritmo della narrazione è regolato quasi su quello degli eventi, concitato, rovinoso, da inseguimento hollywoodiano. D’un tratto tutti i dubbi sulla verosimiglianza sembrano superflui, sembrano non importanti: è l’azione che si sta raccontando che deve essere al centro dell’attenzione: a quanto pare, la letteratura sembra lasciare il posto, finalmente, al resoconto. Ma la realtà è che Binet, raccontandoci la strenua resistenza all’arresto di Gabcik e Kübis, nascosti e imprigionati nella cripta della chiesa dei santi Cirillo e Metodio, ci sta narrando gli ultimi atti eroici, gli ultimi sentimenti, le ultime sensazioni di due uomini che di lì a poco moriranno, senza lasciare testimonianze precise: ci sta rappresentando qualcosa di immaginato e che, dunque, secondo i parametri scelti all’inizio del libro, dovremmo rifiutare. Ma invece il meccanismo funziona.
Binet per più di metà del libro si è sforzato di convincere il lettore della bontà di quanto si accingeva a narrare, insistendo sull’importanza della veridicità, e della sua necessaria dimostrabilità, dei particolari più insignificanti. Successivamente, proprio attraverso i suoi errori, le sue sviste, la sua incapacità di prestar fede ai propri intenti, ci ha spinto a concentrarci sul vero tema che intendeva trattare: l’eroismo dell’azione Antropoide, e dei due paracadutisti cecoslovacchi. Se leggiamo in questo senso l’intera struttura del romanzo (da ora in poi, credo si debba parlare di romanzo) capiamo anche la suddivisione in due parti: nella prima, Binet ci fa conoscere Heydrich, il suo ruolo all’interno del Terzo Reich, cosa abbia rappresentato per il nazismo, e cosa il nazismo stesso abbia significato per l’Europa e per il Novecento; facendo questo ci racconta l’organizzazione dell’attentato, ne argomenta le ragioni, ma il tutto è finalizzato a caricare di senso la rappresentazione teatrale della resistenza cecoslovacca, ed europea, che metonimicamente è descritta attraverso l’azione di Gabcik e Kübis: veri protagonisti dell’opera e veri eroi della storia.
In un articolo apparso su «Le Débat» (Le merveilleux réel) incentrato sul rapporto tra storia e letteratura, Binet, affermando la superiorità della realtà sulla finzione e quindi apparentemente giustificando i dubbi di Wu Ming2, ci mostra in realtà il senso dell’operazione che abbiamo tentato di decostruire e descrivere: la Seconda Guerra Mondiale è la Guerra di Troia della modernità. Calderone di materiali epici per eccellenza, non deve essere sottoposta all’arbitrio della letteratura, non deve divenire materiale in funzione della letteratura: è la letteratura che deve servire la storia, anzi, le migliaia di storie eroiche che compongono quella che noi, oggi, conosciamo come Seconda Guerra Mondiale. Nell’apparente subordinazione della letteratura alla storia, Binet afferma proprio il contrario: la letteratura è l’unico mezzo di cui dispongono gli uomini per render giustizia agli atti dei propri fratelli, per preservarne la memoria, per mostrarli nel loro valore. Che l’operazione di Binet possa apparire ingenua, anacronistica, fuori tempo massimo (forse addirittura di svariati secoli) è plausibile, ma merita di essere inquadrata per quello che, a mio avviso, è: un’apologia della mitopoiesi e dell’epica, della narrazione della storia comune di un popolo.
Un ultimo appunto, che possa chiarire meglio quanto affermato. A pagina 111, ancora nella prima parte del libro, Binet sta “narrando” (ma come abbiamo visto narrazione vera e propria si ha solo nella seconda parte) del viaggio di Gabcik in fuga dalla Cecoslovacchia, e scrive:

Comunque, di sicuro quel periplo è un’epopea che meriterebbe un intero libro. E dovrebbe culminare, secondo me, nell’incontro con Kübis […] Non so ancora se “visualizzerò” (cioè inventerò!) o meno quell’incontro. Se lo farò, sarà la prova definitiva che, decisamente, l’opera d’immaginazione non rispetta proprio niente

Ebbene, l’ultimo capitolo, in un crescendo di lirismo, è proprio la rappresentazione (l’invenzione!) di quell’incontro che – per forza – da qualche parte c’è stato. E non ha più importanza dove o quando sia avvenuto: per Binet, e per chi ha letto delle avventure di Gabcik e Kübis, importa che sia avvenuto, e che abbia portato, in un futuro che è ormai storia, all’uccisione di Heydrich, il cervello di Himmler.

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  1. Chiara ha detto:

    Mi piace moltissimo l’articolo e con questo pezzo

    “Che l’operazione di Binet possa apparire ingenua, anacronistica, fuori tempo massimo (forse addirittura di svariati secoli) è plausibile, ma merita di essere inquadrata per quello che, a mio avviso, è: un’apologia della mitopoiesi e dell’epica, della narrazione della storia comune di un popolo.”

    hai praticamente riassunto il perché al contempo questo libro non mi ha convinto. Non tanto l’idea di “letteratura come narrazione della storia comune di un popolo” quanto la sua effettiva realizzazione nelle pagine di Binet, epica, manichea, distanziata, non mi piace, e l’ho trovata anacronistica, questa si.
    In fondo mi sembra esserci un’idea di letteratura come insieme di un repertorio retorico ornamentale utile per tramandare una narrazione didattica ed esemplare di un fatto storico. Di pari passo con questa idea vanno una serie di scelte stilistiche della narrazione (scelte “irriflesse” a mio dire) che non mi hanno convinto. Per esempio il numero esorbitante di capitoli che si concludono con sorte di “fulmen in clausula”, ripetitivi, fino alla stucchevolezza. O ancora la figura di Heydrich, descritta attraverso una serie di aggettivi e aneddoti che lo costruiscono come un personaggio romanzescamente cattivo: quando Binet scrive che Heydrich comincia ad affascinarlo, è perché in fondo lo rappresenta come qualcosa di totalmente e grandiosamente “altro”; e il Diavolo affascina in qualunque narrazione.

    Questa operazione è l’esatto contrario della narrazione di Littel, che invece utilizza un personaggio di finzione così inverosimile nel contesto nazista per parlare di noi: ma questo lo sa benissimo anche Binet, che appunto “bolla” Aue come “Houellebecq chez les nazis”.
    Littel usa una finzione inverosimile in modo metaforico e allegorico. Invece l’uso della finzione di cui Binet parla è o un uso dell’immaginazione allo scopo gratuito di coprire i vuoti della documentazione (oppure un uso consolatorio, dare un finale diverso alla storia) o un uso dei clichés romanzeschi che stacchi dallo sfondo del quotidiano delle figure eroiche e ne perpetui la memoria (l’antica domanda: cosa merita di essere narrato?). Ovviamente questo tipo di finzione se da un lato è pericoloso perché rischia di essere menzognero, dall’altro permette la costruzione di un’ “epica comune”. In realtà rimane sempre, sullo sfondo, questa idea della letteratura come “cattivo demone” al quale si cede, purtroppo o per fortuna, perché la cronaca non basta all’uomo e perchè “non tocca a noi trovare il trucco che faccia rientrare l’animale nella sua gabbia” (la citazione di Mandel’stam all’inizio riassume tutto). Binet, mostrando le due parti, vuole invitare a un uso responsabile della finzione nel racconto di fatti storici.

    Tutte queste annotazioni negative vorrebbero però spiegare solo perché il libro “non mi ha convinto” fino in fondo. Non dico invece che non mi sia piaciuto. L’operazione, nella sua ambiguità, è estremamente interessante e merita la lettura. Inoltre, visto il soggetto incredibilmente romanzesco (e ti do torto infatti solo quando dici che Binet vuole mostrare una storia anonima tra le altre: Binet vuole rispondere scandalizzato al fatto che si sia persa la memoria di un gesto incredibilmente non comune e non anonimo, un attentato di tale fatta andato a segno!) penso che questa metanarrazione che riflette continuamente sul suo farsi romanzesco fosse uno dei pochi modi intelligenti per rendere giustizia all’argomento.

    p.s. una annotazione oltre su questa idea dell’epica della Seconda Guerra Mondiale: nell’Iliade e nelle narrazioni sulla Guerra di Troia le due parti non sono mai manicheamente formate da buoni o cattivi. Questo permettere una pietas per i vinti che Binet non si sogna d’avere (un’annotazione che mi ha urtato moltissimo è, alla fine del racconto sulla cripta la frase che parla del sangue nelle pareti: “Questo almeno è sangue tedesco”) e che effettivamente, nelle narrazioni sulla Seconda Guerra Mondiale, trattandosi di nazisti, è estremamente pericoloso maneggiare. Se l’erano cavata piuttosto bene, tra gli altri, Pavese e Fenoglio.

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