Dale Farm, attenti al nomade. Anche irlandese

(precedentemente apparso sul fatto quotidiano)
di Viola Caon

Photo by AP Fellow, Susan Craig-Greene, Flickr

Parlare dello sfratto delle 86 famiglie che occupavano abusivamente – ancora dopo 10 anni di battaglie legali – Dale Farm, a Basildon nell’Essex, è come fare la cronaca di una morte annunciata.
Negli ultimi mesi infatti, a partire dall’inizio del 2011, lo scontro tra i travellers (i “viaggiatori”, che includono sia i rom che i cosiddetti Irish travellers) che volevano ottenere la regolarizzazione della loro permanenza, e l’autorità locale del Council che quella autorizzazione non gliela voleva concedere, si era fatto sempre più serrato e aveva lasciato chiaramente presagire l’esito negativo per i nomadi.
È interessante però porre l’attenzione su alcune delle dinamiche secondo cui la vicenda si è svolta. La storia è infatti lunga e si colora di sfumature indicative di alcune tendenze della società attuale, non solo britannica.
Innanzitutto, la polizia. Reduci dal significativo dispiegamento di forze dell’ordine durante gli scontri della scorsa estate – accuratamente a scoppio ritardato, quando un numero discreto di facinorosi era già stato lasciato sufficientemente libero per incendiare un palazzo intero a Croydon -, il pubblico britannico ha assistito a un’altra prova di forza della polizia a Dale Farm.
La mattina del 19 ottobre, infatti, la polizia si è presentata in forze all’accampamento nomade, probabilmente prevedendo la reazione degli abitanti. “Gli sfratti per i traveller sono sempre particolari rispetto a tutti gli altri”, mi dice Tricia Phillips, direttrice del Peckham Settlement Community Centre. “La polizia usa sempre la mano pesante e stavolta, oltre ad abbattere muri di case a norma, ha anche colpito violentemente le donne che si sono opposte”.

“Colpito violentemente” significa, in alcuni casi, che i poliziotti hanno usato la scossa elettrica per neutralizzare la resistenza. “Non pensavo la polizia potesse usare i taser”, ha commentato una donna intervistata dal Guardian. E invece a quanto pare può, o per lo meno ha potuto questa volta con i travellers.
Magari non sbaglia la direttrice del Peckham Settlement Centre quando dice che per nomadi, gipsy e simili si usa un trattamento speciale: “C’ero quella mattina e ho visto come la polizia trattava donne e bambini. Ho persino chiesto a uno degli agenti: ‘riterresti giusto che fosse tuo figlio ad assistere a queste violenze?’. Lui mi ha guardato come se dicessi un’eresia e mi ha detto: ‘mio figlio sarebbe a scuola a quest’ora.’ ”
Certo, probabilmente anche i bambini traveller sarebbero andati a scuola, se non avessero trovato all’uscita dell’accampamento le camionette della polizia.
“Ma qual è il problema secondo te con voi traveller?” chiedo a Kathleen Joyce, una nomade di origine irlandese che, da quando è vietato per legge vivere viaggiando di sito in sito, si è stabilita con la sua famiglia nell’accampamento allestito a Peckham dalle autorità locali. “Non lo so, davvero”, mi dice con un forte accento Irish. “Non capisco perché il fatto che viviamo in una tenda debba renderci diversi, siamo sempre esseri umani!”
“È diverso perché crea un precedente”, mi dice un mio amico inglese a cui ho chiesto un parere sulla questione. “Un precedente per chi, scusa?” gli chiedo un po’ scettica all’idea che l’inglese medio – ma anche l’italiano medio, o il francese medio, o l’americano medio – muoia dalla voglia di vivere in una roulotte, spostandosi ogni due settimane, vivendo praticamente di espedienti e possibilmente attirandosi l’antipatia di tutti gli stanziali con cui entra in contatto.
“Non fa niente, potrebbe essere considerato normale. E poi era giusto togliere l’anarchia dalle strade, non è che uno può prendere e fermarsi dove vuole, ogni volta che vuole”.
Capisco: è una questione di regole, di ordine. Insomma, è una questione di disciplina. Tirando un po’ le fila di ragionamenti e riflessioni, tra quello che mi hanno detto Tricia Phillips, Kathleen Joyce e il mio amico inglese, mi viene in mente una conclusione: tutto quello che devia dallo stile di vita predominante non va bene. Oppure, può deviare, basti che devii garbatamente, senza intralciare troppo, senza “costituire precedenti”. Però probabilmente per l’inglese medio, o per lo meno di sicuro per le autorità del Council di Basildon, il deviare dei traveller è veramente troppo. Cercherò di ricordarmelo la prossima volta che parlo di multiculturalismo e tolleranza nel Regno Unito.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Fabrizio Casavola ha detto:

    La tesi è interessante, ma secondo me parziale.
    Inizio dal titolo, la maggior parte dei Traveller, anche se parlano irlandese e pavee, sono cittadini inglesi da quasi cent’anni.
    Riguardo al concetto di nomadismo, va contestualizzato. Esistono Traveller che, come i Rom in Italia, non hanno altra ragione di essere nomadi, se non l’essere sgomberati di continuo. Poi, una buona parte di loro campa di attività che in qualche maniera potrebbero prefigurare un nomadismo economico: compravendita di automezzi, commercio di cavalli, raccolta di metalli. E tutti hanno una vasta rete parentale sparsa nell’isola.
    Ma nel contempo i loro figli vanno a scuola, e questo presuppone la stanzialità.
    Inoltre, Dale Farm non è affatto un accampamento di tende e roulotte: è una sorta di villaggio campestre, dove quanti si sono insediati per primi ed hanno potuto farlo, hanno costruito villette ad un piano (come ho scoperto è la norma in GB, anche lì la speculazione è la norma per tutti, non solo i Traveller), oppure piazzato case mobili, in piazzole cintate dove ci sono ANCHE le roulotte. Tant’è che il 19 ottobre la polizia ha fatto l’ingresso abbattendo uno dei muretti di cinta, e distruggendo case e proprietà, tra cui un centro civico ed una chiesetta costruita dagli stessi Traveller.
    Trattasi in sostanza di un terreno loro, una ex discarica acquistata e bonificata ed in seguito resa abitabile.
    Esisteva, accanto a questo villaggio ufficiale ed assolutamente dignitoso anche per i nostri canoni stanziali, un’area più dimessa, dove nel tempo si sono rifugiati i loro parenti, sfrattati da sgomberi continui nei dintorni. A costoro da 10 anni in qua, la contea ha negato il permesso di stabilirsi, e ne ha fatto la causa scatenante dello sgombero.
    Rendendoli nuovamente nomadi.

  2. Non so se tutti i Travellers irlandesi di Dale Farm siano cittadini inglesi, in realtà.
    In ogni caso, la questione è particolare anche rispetto al discorso più generale del nomadismo – irlandese, come rom, gypsy ecc.
    Il punto è – e in questo pezzo non è spiegato perché costretta nelle 4000 battute del blog del Fatto – che questi Travellers sarebbe molto contenti di essere ancora nomadi se la legge, da circa fine anni ’70-inizio ’80, non glielo impedisse.
    Il governo ha di fatto chiesto/imposto a questa gente di trovarsi delle fisse dimore, o per lo meno di comprarsi degli appezzamenti di terra dove costruire o piazzare le proprie roulotte.
    A Dale Farm il problema è stato che a una parte è stato venduto il terreno e concessa la legalità e a un’altra no.
    Il governo – o meglio, nello specifico, il Council di Basildon nell’Essex – ha commesso degli errori madornali, innanzitutto perché ha violato la norma secondo la quale le autorità devono collaborare a trovare una soluzione sostenibile per questa gente, in quanto renderli di nuovo nomadi come dicevi, Fabrizio, è illegale. Tuttavia, è testimoniato da molte parti diverse in causa che il Council di Basildon ha portato avanti una campagna ostile dall’inizio delle trattative, col solo intento di arginare la presenza di Travellers nella zona ai soli residenti della parte legale di Dale Farm – per ovvi motivi di quieto vivere con il vicinato inglese.
    Inoltre, sfrattandoli da lì, le autorità delle Essex non hanno affatto risolto il problema, semmai l’hanno amplificato. Molti degli sfrattati, infatti, si sono rifugiati nel giardino delle case nella parte legale e altri sono tornati sulla strada – dove non possono stare – e creeranno in futuro problemi e conflitti uguali se non maggiori.
    Spero di aver chiarito le tue perplessità. Appena riesco ad aggirare il sistema “abbonamenti” del sito del Manifesto, ti linko il pezzo di cronaca che avevo scritto per loro che è più chiaro e esplicativo di questo, nato per essere più una riflessione da blogger.

  3. allovertechnique ha detto:

    Scusate, il commento precedente era a nome mio, non di 404.
    Viola

  4. Fabrizio Casavola ha detto:

    Viola, sostanzialmente concordo.
    Permettimi poche precisazioni: la legge a cui fai riferimento e del 1994 (governo conservatore precedente all’ascesa di Blair), che di fatto toglieva ai comuni l’obbligo di predisporre e curare aree di sosta, obbligando chi conduceva vita nomade e semi-nomade ad acquistarsi un terreno per la sosta.
    Sugli “errori madornali” del Basildon Council, dipende dai punti di vista. In realtà ha condotto scientemente una campagna contro i Traveller, negando nuovi permessi di edificazione e nel contempo operando sgomberi infiniti nella contea, con gli sgomberati che via via si rifugiavano a Dale Farm dove c’erano i loro parenti “sicuri” e che raggiungeva le 1000 presenze in totale. La vertenza ha radici nella metà degli anni 2000, si è risolta solo ora per l’allinearsi politico tra il consiglio della contea ed il governo conservatore, che praticamente ha dato il via libera.
    Posso confermarti, dato che sono in contatto con loro da anni, la notizia che molti sgomberati, non sapendo dove andare, stazionano nuovamente nei pressi di Dale Farm, in una situazione assolutamente precaria.
    Per terminare, ti segnalo una situazione in controtendenza: http://www.sivola.net/dblog/articolo.asp?articolo=4845

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