Scrivere in piano sequenza, divenire-stereotipo. Qualche riflessione su “Se fossi fuoco, arderei Firenze” di Vanni Santoni

di Bruno Pepe Russo

Tornare proprio alla libreria caffè, stasera stessa (mezzanotte: sarà troppo tardi?), farsi vedere, rimettersi in scena proprio lì, subito: una tazzata in testa, cosa vuoi che sia… Per una come me, poi. Doris ero e Doris rimango.

 A due scaffali dalle Lonely Planet, il battistero di Firenze brucia sulla copertina dell’ultimo romanzo di Vanni Santoni. Il libro è infatti paradossalmente indicizzato, alla Fnac ma pare anche altrove, fra le “guide turistiche / racconti di viaggio”. Curioso aneddoto che testimonia, se non altro, la scarsa maneggevolezza degli “oggetti narrativi non identificati” dell’interessantissima collana Contromano di Laterza, di cui ci siamo già occupati qui e qui . Centocinquanta pagine e una trentina di personaggi, ripresi per qualche ora della loro giornata, a Firenze.
Se fossi fuoco, arderei Firenze è un lungo pianosequenza che attraversa la città. Potremmo dire che ci sono due modi principali di allestire un piano sequenza. Nel primo tipo la ripresa segue un soggetto nel corso di alcune azioni (una passeggiata ad esempio, rimanendo nel campo delle “esterne”, delle riprese open-air): dietro di lui scorre la città, i negozi, le persone, ma la macchina mantiene l’occhio sull’oggetto della narrazione, che garantisce una sorta di unità di senso, un punto centripeto rispetto agli altri segni che la macchina raccoglie. Un buon esempio di questo tipo di PS sono le passeggiate di Woody Allen per Manhattan in tanti dei suoi classici degli anni ’70.
Per Allen rappresentare Manhattan voleva dire anche raccogliere i segni della civiltà materiale dei suoi passage: la scrittura della città, così ricorrente in tante rappresentazioni moderne, trova nel PS uno strumento efficace, ma in Allen la città “passa” attraverso il corpo sgangherato del protagonista che cammina, i suoi dialoghi. I segni che provengono da Allen che cammina agiscono in maniera centripeta, ordinatrice, rispetto al resto dei materiali del Piano Sequenza. E’ Manhattan che ci arriva mediata dal corpo estetico (ma anche ideologico, artistico) dell’Allen diegetico. Nella seconda tipologia invece, il soggetto principale della scena nel corso del piano sequenza cambia continuamente: in alcuni snodi di incontro (un semaforo per esempio) la camera sgancia un oggetto e ne prende un altro e comincia a seguirlo.
Questo secondo tipo di PS è quello che mi sembra indicare meglio la scrittura del libro di Santoni. Intendendo il libro quasi come un unico pianosequenza, lo sguardo della scrittura segue un personaggio in un tempo di qualche pagina, un tempo psicologico e molto misto, scandito da monologhi interiori e dialoghi, e poi in qualche punto di snodo fra due soggetti “cambia strada”.
La domanda interessante che il libro sembra porre su questo sapere cinematografico applicato alla letteratura è: all’interno di un lungo pianosequenza in cui lo sguardo della scrittura aggancia e segue per brevi frammenti così tanti personaggi, come si costruisce l’unità proiettiva della narrazione? Come si genera un senso corale? Quale dispositivo di senso attrae le narrazioni, i frammenti, le immagini e le “coordina”?
In Babel, ad esempio (film corale per eccellenza degli ultimi anni, ma per cui non vale la questione del PS), l’unità era data dalle connessioni stesse fra i personaggi, connessioni di condizione umana oltre la civiltà materiale vissuta dai diversi personaggi nei loro paesaggi culturali così differenti. Nel libro di Santoni questa funzione centripeta, questo tessuto connettivo fra i realia, fra le tranches de vie dei personaggi, è svolta proprio dalla città di Firenze (si noti il capovolgimento rispetto al rapporto fra Allen e Manhattan, accennato poco sopra).Città, beninteso, messa in scena come luogo plurale dell’esperienza, come luogo in cui lo spazio è sempre spazio del ricordo ma anche del possibile: ciò che a Firenze si può fare, ciò che a Firenze, dentro e fuori dalla fiction, può accadere. Ciò che a Firenze accade è prima di tutto la vita di questi personaggi: la studentessa americana dedita alle sbornie, le tribù urbane divise per gusti musicali, i giovani dei fogli culturali nelle università.
Personalmente, non mi è mai capitato di leggere un romanzo che con tale vertiginosa frontalità si scontrasse col tema dello stereotipo: la geografia umana della comunità giovanile fiorentina che il libro propone, guardata fuori dal testo, potrebbe sembrare un po’ tagliata con l’accetta, figlia di generalizzazioni quasi caricaturali.
Tuttavia in Se fossi fuoco lo stereotipo è colto nel suo divenire, o, meglio, sono i personaggi stessi a essere colti nel loro divenire-stereotipo. La città, ed è qui che conta Firenze come tessuto, soggetto corale della narrazione, come spazio di determinazione/destino collettivo, con i suoi endroits legati ai tipi umani che la vivono, le sue relazioni già scritte, quasi già vissute, si muove, si ricostruisce con il procedere del libro, ed è essa stessa a essere caricata sul soggetto “ripreso”, quando tocca ai singoli personaggi giocare il loro ruolo nella dinamica complessiva. Se lo stereotipo è prima di tutto un modo di vedersi-visti, ognuno di questi personaggi è registrato mentre accoglie questo movimento collettivo (che coincide poi con la struttura stessa del libro) di sguardi su di sé, chiamato quasi ad accettare il ruolo che la città gli consegna. Ed è per questo che l’impressione del pianosequenza, di una ripresa unica che vaga per la città, corrisponde anche al montare di questa sorta di pesantezza, come se vita dopo vita, personaggio dopo personaggio, ogni soggetto chiamato alle sue quattro pagine da protagonista ricevesse anche tutti gli sguardi e i giudizi che i personaggi si trasmettono ad ogni “snodo” della città, l’ineluttabilità del proprio divenire-stereotipo. Infatti, più il libro va avanti più cresce questa saturazione degli spazi, la saturazione del possibile e quindi dello spazio di autonomia di chi vive Firenze rispetto a questa cartografia di stereotipi di cui la scrittura stessa ci mostra la genesi progressiva, sguardo dopo sguardo, connessione dopo connessione fra i personaggi, nella voce corale della città.
Questa saturazione si trasforma rapidamente in un’ansia che percorre la pagina, e lo stesso climax fra le tre parti (scintille, fiamme, braci: climax d’incendio, di voglia di incendiare la città) lo testimonia. I personaggi che tentano di meticciare la propria identità, di sfuggire alla conformazione che la città gli imporrebbe, Ashlar e Duccio, vivono in una sorta di intermundia, e faticano a comunicare con la città, anche loro. In fin dei conti l’audacia di Santoni sta proprio nell’aver scelto di confrontarsi con un oggetto narrativo così masticato, nell’immaginario collettivo più che in letteratura, quale è quello dell’umanità urbana, soprattutto giovanile. E di tentare di scrivere, percorrendo la città strada per strada, i luoghi fisici e culturali in cui si producono queste rappresentazioni, e come esse si radichino nel modo stesso in cui i personaggi scrivono la propria parte nell’identità collettiva della città.

7 Comments Add yours

  1. Chiara ha detto:

    Mi sembra si parli più di Manhattan e di Babel che del libro di Santoni, ma ho apprezzato. Ovviamente studi semiotica, giusto? :)

  2. Deleuze ha detto:

    Osservazioni valide. Il personaggio di Diego però si chiama forte fuori da questo processo, o no? E che dire del sottotesto metafisico presente lungo tutto SFFAF? Contraltare al processo di appiattimento che i personaggi “sanno” di star subendo?

  3. Bruno Pepe Russo ha detto:

    @Chiara
    E’ giusto arricchire le riflessioni di riferimenti, serve a definire, secondo me, alcuni oggetti teorici che un libro propone e analizzarli al meglio. E’ inutile tentare di spulciare l’opera da capo a fondo, meglio vedere come collabora con altri testi e propone essa stessa alcune questioni su di sè. Almeno secondo me.

    @Deleuze
    Mi dispiace ma non trovo sottotesti metafisici, anche perchè non saprei cosa cercare. :D

  4. Andrea Monferrato ha detto:

    Certo, sottotesto metafisico. Non di soli piani sequenza si vive!

  5. simone ghelli ha detto:

    Messa così, si potrebbe dire che a interpellare il primo personaggio sia la città stessa, la sua voce («Guardalo, sta venendo a Firenze») – uno sguardo disincarnato, dunque? Eppure, al tempo stesso, è uno sguardo assolutamente implicato – almeno è questo che sembra dirci l’incipit, con la voce che rimane “fuori campo” (chi parla?) e che al tempo stesso non riesce a nascondere una certa amarezza per la battaglia persa contro i cliché, che continuerà nonostante tutto a portare avanti anche nelle pagine seguenti: «La prima scelta di chi intende rimanere è sempre il Duomo. Scelta sbagliata, sbagliatissima, ma ci passano tutti».

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...