“Prima della fine, anche se non sarà la fine”

di Primo De Vecchis

È appena stato ristampato nella nuova traduzione di Raul Schenardi un testo significativo dello scrittore argentino Ernesto Sabato, recentemente scomparso: si tratta di Prima della fine, una sorta di testamento, intimo e personale, ma anche collettivo, di un’epoca. All’insegna della ‘crisi’, della ferita, della rottura e della conseguente metamorfosi in atto. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1998, composto durante la vecchiaia, è diviso in tre parti. La prima parte (Primi tempi e grandi decisioni)è autobiografica. Ripercorriamo alcuni punti salienti, per capire come in Sabato vita e opera non si possano scindere facilmente, ma dialoghino in modo incessante.
Nato nel 1911,  è stato di certo uno dei romanzieri più ‘perturbanti’ della letteratura argentina del Novecento. Sin da giovanissimo manifesta le sue nevrosi. Penultimo di undici figli, con un padre severo, un calabrese di origini albanesi, lo scrittore soffre da piccolo di sonnambulismo. È così che in seguito trova rifugio nella purezza platonica della matematica e della fisica e infatti conduce brillanti studi scientifici a La Plata fino a conseguire il dottorato in Fisica. Gli anni dal 1929 al 1937 sono fondamentali per la sua formazione, sia scientifica che politica. Dapprima infatti simpatizza per gli anarchici, poi si avvicina ai comunisti. Durante un corso sul marxismo conosce la futura moglie Matilde. Ma nel 1934, con la partecipazione al Congresso Antifascista di Bruxelles e la presa di coscienza dell’assetto totalitario dello stalinismo, la fede politica nel socialismo realizzato comincia a vacillare.

D’ora in poi la vita di Sabato sarà un susseguirsi di ‘crisi’ di natura intellettuale ed esistenziale che lo riporteranno nell’alveo originario dell’arte e della letteratura (che coltivava fin da piccolo). Nel 1938 vince una borsa di studio per condurre ricerche di Fisica Nucleare presso il laboratorio Curie di Parigi. Ma Parigi è anche la patria degli artisti ed entra quindi in contatto con il movimento surrealista. Sabato comincia quindi ad avvertire una sorta di scissione: di giorno frequenta il laboratorio scientifico, di notte si ubriaca con pittori e poeti surrealisti nei caffé parigini: «Presto mi unii a tutti i membri del gruppo surrealista di Breton: Oscar Domínguez, Péret, Marcelle Ferri, Matta, Francés, Tristan Tzara» (p. 56). Come un novello Dr. Jeckyll e Mr. Hyde le sue due nature sembrano ormai inconciliabili e tale scissione confluisce presto in una nuova crisi. Ma nel frattempo non può troncare in modo brusco con la ricerca: nel 1939 studia le radiazioni atomiche al Massachussets Institute of Technology (M.I.T.); nel 1940 torna in Argentina e tiene lezioni sulla relatività e la meccanica quantistica all’Università de La Plata. Ma un tarlo ormai gli rode la mente e nel 1943 abbraccia una scelta radicale: abbandona del tutto gli studi scientifici e si stabilisce con la moglie in un ranch nella provincia di Cordoba senza elettricità né acqua corrente, in una sorta ‘vita nei boschi’ alla Henry David Thoreau. Ormai ha prestato ascolto al richiamo interiore e compone i primi saggi di critica nei confronti dello scientismo, a favore di una visione esistenziale e concreta dell’uomo: Uno e l’Universo (1945). Nel 1947 porta avanti una breve esperienza come assistente della commissione esecutiva dell’UNESCO a Parigi e Roma, ma non è tagliato per gli incarichi burocratici e allora rinuncia. Nel frattempo imbocca con determinazione la strada della carriera letteraria e nel 1948 esce il romanzo breve Il tunnel, storia di un pittore, Pablo Castel, che confessa i motivi insondabili del delitto di María Iribarne, un’interprete acuta della sua arte, con la quale ha intrecciato una storia di passione distruttiva. Tale ‘opera prima’ sorprende e sconvolge molti critici e scrittori di fama mondiale: per esempio Thomas Mann, Graham Greene e Albert Camus. Da altri critici vengono fatti i nomi di Poe e Dostoevskij. Qui si ferma il recupero memoriale, al folgorante inizio della carriera letteraria.
Nella seconda parte (Forse è la fine) si affrontano temi sociali e collettivi, oggi attuali anche nell’Occidente industrializzato, ma che hanno investito con largo anticipo l’America Latina. Il punto focale è la crisi del modello neoliberale, che si è affermato con maggior prepotenza dopo la caduta del comunismo. La Storia non è finita, al contrario di quanto affermato dal pensatore neocon Francis Fukuyama, che salutò con favore il nascente processo della globalizzazione economica. Sabato, un autentico umanista, attacca tale ideologia propagandistica: «Pur di assicurarsi un lavoro qualsiasi, per quanto malpagato, gli uomini sono disposti a offrire tutta la loro vita. […] A quanto pare la dignità della vita umana non era contemplata nei piani della globalizzazione» (p. 95). Viene analizzato anche l’attacco senza precedenti sferrato dai governi succubi dell’ideologia all’istruzione pubblica, nata nell’Ottocento: libera, gratuita e obbligatoria. Ma anche la svalutazione attuata nei confronti del sapere umanistico, del tutto ‘inutile’ in tale sistema:

Dobbiamo opporci allo svuotamento della nostra cultura, devastata da quei fanatici dell’economia che guardano solo al prodotto interno lordo – un’espressione perfettamente azzeccata – e stanno riducendo l’istruzione alla conoscenza della tecnica e dell’informatica, utile per gli affari ma carente dei saperi fondamentali rivelati dall’arte (p. 98).

Seguono fatti di cronaca, di ordinaria emarginazione sociale.
La terza parte (Il dolore spezza il tempo) torna di nuovo ad essere intima, minimale, dove i capitoli sono come piccoli quadri di vita che riemergono a tratti dal pozzo della memoria. Ma non meno significativo è l’epilogo (Patto fra i vinti) dove il vecchio Sabato, come un maestro umile, si rivolge alle giovani generazioni. Sono molti i giovani che gli scrivono e ciò gli conferma l’idea che il nichilismo e l’apatia non hanno ancora trionfato, nonostante l’erosione dei diritti e il disinteresse a tratti criminale del ceto politico nei loro confronti: «Non si può pensare che se ne occuperanno i governi. I governi hanno dimenticato, si potrebbe quasi dire nel mondo intero, che il loro fine è promuovere il bene comune» (p. 162). E cita Pasolini, sempre vicino al destino degli emarginati poiché «per loro la vita è sacra anche nella miseria» (p. 163). Sabato fa suo il moto di indignazione che percorre l’America Latina nella fine degli anni Novanta, devastata da decenni di politiche neoliberali, imposte dal Washington consensus (attraverso istituzioni quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale): «Una ribellione a braccia conserte che la faccia finita con questo stile di vita nel quale le banche hanno rimpiazzato i templi» (p. 166). Dalle ceneri della Storia risorgono quindi le utopie, ma sotto nuove vesti, poiché i corsi e ricorsi vichiani sono simili, ma mai uguali.
Arricchiscono questa nuova edizione (che segna anche l’esordio del marchio SUR, dedicato alla letteratura latinoamericana di qualità) anche due appendici. La prima (Una prospettiva di fronte all’abisso) riporta il discorso pronunciato da Sabato nell’aprile 2002 a Madrid in occasione di un premio conferitogli: è dedicato all’Argentina, Paese ormai al collasso, che ha dichiarato l’anno prima il default. L’analisi è impietosa, soprattutto negli ultimi trent’anni le politiche sociali ed economiche abbracciate dalla classe dirigente sono state a danno del ‘popolo’: «dettate dal dispotismo delle grandi imprese che ci controllano; protette, a loro volta, da funzionari corrotti che hanno saccheggiato il patrimonio della nazione in nome del profitto personale e delle diatribe fra i partiti» (p. 174). Tale grave situazione è però condivisa da molte altre nazioni, saccheggiate impunemente da multinazionali straniere e non, anche con la collaborazione delle corrotte élites locali. La seconda appendice (Omaggio a Ernesto Sabato) è un discorso del Nobel José Saramago pronunciato nella medesima occasione, che ripercorre con empatia idee e opere dello scrittore argentino. Egli cita alla fine proprio il testamento letterario del quale abbiamo finora parlato. Un anziano di novantun anni sente l’esigenza di dover dire la sua su ciò che sta accadendo. Egli ha vissuto nel ‘secolo breve’ anche eventi drammatici, ma non si è arreso, ha assistito come testimone alle tragedie che lo hanno percorso, con tutte le contraddizioni del caso. Possono i giovani dinanzi ai nuovi nodi cruciali della Storia gettare la spugna e arrendersi senza reagire?
Oggi gli anziani non servono più, vengono ‘rottamati’ e messi da parte poiché ‘improduttivi’, ma un tempo erano riveriti come ‘saggi’ per l’esperienza accumulata. Più di dieci anni dopo Prima della fine molti problemi già vissuti da altri popoli sembrano investire in pieno le opulente società occidentali. E ancora una volta sono gli anziani a urlare ai giovani impauriti: “Indignatevi!”. Sapranno i giovani cogliere tale messaggio con profondità senza cadere nella facile trappola d’un moto di rivolta confuso e nichilista?

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