“Cattivi guagliuni”: le felici ambivalenze dei ritorni

di Bruno Pepe Russo

cerchi un senso ammesso che mo mi trattengo.
Cerco uno sforzo più intenso che duri nel corso del tempo
tramando-mando-tramo per l’intento
-scempio che propone opere senza senso-
la coscienza fa fesso e contento
ti ha spento il dissenso presunto
la Posse torna in quel punto.

Fra le idee più feconde della critica novecentesca c’è quella di pathosformel. Messa a punto da Warburg, e riassunta qui a linee più che essenziali, indica quel fenomeno per il quale alcune immagini, caricate di senso, parole (in senso bachtiniano), discorsi, forme di vita, si stratificano geologicamente nel corpo storico, vivendo momenti di sedimentazione e riaffioramento sul piano del discorso. Quando riafforano, è come se, con il carico di senso che racchiudono, esplodessero una sorta di potenziale accumulato nel tempo in cui sono state sotto la soglia del visibile.
Se questo paradigma si presenta anche in dinamiche estetiche e artistiche molto più racchiuse nel tempo, potremmo provare a utilizzarlo per descrivere le sensazioni che i primi ascolti di Cattivi Guagliuni (2011, Novenove) ci hanno suggerito.

I 99 posse costituiscono l’esperienza più importante di messa in discorso delle forme di vita legate alla militanza politica degli anni ’90. Dalla metropoli più contraddittoria del nostro paese hanno attraversato le immagini della resistenza culturale e politica di quelle generazioni che più di tutte hanno vissuto la subalternità del discorso socialista e libertario nel tempo del pensiero unico liberista.
Oggi, dopo molti anni, tornano insieme per un disco che fa riaffiorare quell’universo di espressioni producendo un risultato che all’ascolto suggerisce una sorta di ambiguità ricettiva molto forte, ma anche molto accattivante.


Bisogna dire che, ça va sans dire, la “resistenza” è cambiata. Il conflitto, nel tempo della crisi e dei primi sussulti di composizioni di classe nuove e globali, ha un carattere molto più plurale, è avvertito con una legittimità nuova che sorge direttamente dalla subalternità sociale di chi vive la crisi e di chi prova a superarla. Per esempio, gli Assalti Frontali hanno descritto una nuova metropoli meticcia (Mappe della libertà, 2008; Roma Meticcia 2010), in cui il Comune è dietro l’angolo della strada, è una microfisica quotidiana percepibile e diffusa.

Cattivi guagliuni non descrive dall’interno le nuove lotte, e le nuove forme di vita che in esse insorgono, come provano a fare gli ultimi due dischi degli Assalti Frontali, ma appare sostanzialmente come la risorgenza del discorso delle posse anni ’90 dentro questo nuovo quadro storico.
Ciò produce due effetti dissonanti: da un lato pervade il discorso un certo didascalismo, un’ansia retorica (Italia S.P.A.) che risponde ancora ad un’esigenza di dire antagonisticamente il Bene, da un pulpito ideologico di una chiesa arrabbiata e clandestina, a carattere tendenzialmente negativo -in senso filosofico-. Sono passaggi in cui anche l’audacia musicale, da sempre caratteristica dei Posse, sembra ripetere esperimenti del passato e soprattutto le rime pendono più verso la lettura ritmata del documento politico, che verso quella slam poetry ironica e umana che ha caratterizzato i loro momenti più fortunati.
Ma in altre zone del disco, al contrario, è proprio la distanza storico-estetica del discorso delle Posse, che ricalca l’itinerario umano e militante dei componenti del gruppo, a rendere questo ritorno vivo e autentico. Per certe canzoni, vale proprio l’imaginerie del pathosformel: la title track con l’immagine risorgente delle marginalità carcerarie e della detenzione, taciuta spesso nella scrittura artistica militante degli ultimi tempi: University of Secondigliano, con la rideclinazione del tema delle periferie in termini di coscienza di sé; Tarantelle pe’ campa, che si riaggancia a quella forma di vita precaria diffusa, ma continuamente resiliente e dinamica che sta al centro di grandi classici delle Posse (da Curre Curre Guagliò ad Anguilla). Molte immagini, concentratesi di senso negli anni ’90, dopo tanti anni di silenzio artistico del gruppo e di sedimentazione del loro discorso, riappaiono oggi con grande potenza.

Poi, c’è un altro cantuccio del disco, che conferma l’ipotesi della sfasatura di cui si è parlato, in cui la voce e le rime di Zulù prendono in carica direttamente questa “distanza”, di scrittori e militanti con tanto tempo di lotta dietro le spalle che riprendono a parlare oggi. Lo stesso Zulù ha parlato di un certo autobiografismo del disco. Da Mai più io sarò saggio (“siamo morti a Genova, luglio 2001, il mondo si è fermato, adesso ripartiamo”), a Penso che non me ne andrò, la ricchezza del disco è proprio nello spessore storico dei significati della ripresa di parola da parte del gruppo e del loro discorso.

Pur cercando, a mo’ di esempio, di indicare le canzoni che più ci hanno suggerito questi diversi feedback d’ascolto, vale molto di più la pena pensare il disco come continuamente oscillante fra la riproposizione sfasata, quasi manierista e la risorgenza, per tutte le connessioni che questo rumore ricettivo ci consente di cogliere con la storia della letteratura musicale militante degli ultimi anni.

Ecco il disco in streaming.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. El_Pinta ha detto:

    Una recensione estremamente interessante e originale, questa. Che coglie un aspetto veramente interessante di questo disco, e cioè il tentativo, almeno io lo ravviso, di recuperare una dimensione originaria (rispetto alla storia della band). Che letta in chiave di un riaffiorare di forme patemiche mi pare decisamente feconda.

  2. Bruno Pepe Russo ha detto:

    Mi rassicura il fatto di essere riuscito a far capire ciò che avevo in testa. Grazie.

  3. Figaro (stefano jacoviello) ha detto:

    Caro Bruno,
    ho ascoltato con molta attenzione i 99 Posse che hanno ripreso la parola. La loro è una voce importante che ancora oggi riesce a svettare sul rumore, nonostante debba farsi largo fra le pagine di rotocalchi pieni di interviste e foto a gente che guaisce “in coscie” alla tv durante talent show, reality show, nun c’a fazze kkiouw… Però, rifacendomi alle tue parole, devo dire che i 99 Posse sono in realtà ciò che rimane “dell’esperienza di messa in discorso delle forme di vita legate alla militanza politica degli anni ’90”. E ciò che in fondo ne rimane è: “quantemazzàtehaipigliàte”. Tutto lì. Un suono. Il corpo sonoro di un verso che è arrivato al pubblico più vasto perché nella colonna sonora di un film di Salvatores, SUD, con Silvio Orlando (all’epoca l’artista di frontiera della allora comicità impegnata italiana). Dal mio modesto punto di vista, l’intelligenza dei 99 Posse nel riprendere parola è stata proprio nell’accorgersi che questa parola, dopo dieci anni, aveva bisogno di un suono di cui loro non erano più padroni. E allora hanno deciso di chiedere aiuto – partecipazione si direbbe, meglio – agli artisti che oggi sono i veri architetti dell’universo sonoro in cui i 99 Posse tornano a respirare. I pezzi migliori, quelli che a mio avviso vale la pena di ascoltare in “heavy rotation” perché dicono qualcosa di attuale non solo con le parole, ma a livello musicale (perché di musica si tratta e non di letteratura, perlomeno, se no torniamo alla vieta questione delle “poesie di De André”, o se vogliamo alle frottole di Marchetto Cara che sono peggio dell’original Petrarca, che però guarda caso scrive un canzoniere…), sono quelli che vedono la partecipazione di Caparezza, vero genio del momento, o dei Fuossera. Daniele Sepe, da sempre grande alchimista di universi sonori, riesce ancora a fare capolino con autorevolezza fra il clarinetto e il flauto “alla turca” sul finale di “Morire tutti i giorni”. Perché le loro parole devono nascere e muoversi in un ambiente sonoro per farsi ascoltare. Riprendersi il “dire” sul “detto”, direbbe bene carmelo.
    Ed ecco che i versi di “Mai più io sarò saggio” arrivano come pietre, in sequenza come le righe di un manifesto per i tempi a venire. Il senso di un ritorno, su se stessi, per se stessi, per domani. Sono versi che costringono a fermarsi, che fendono la selva dei guaiti di bambini costretti a ululare in TV le canzoni che accompagnavano i primi baci dei nonni. Sono versi che nello spazio fra un beat e l’altro creano un silenzio, finalmente, prepotentemente. Quel silenzio che permette di riprendere la parola. Bentornati 99 Posse.

  4. Bruno Pepe Russo ha detto:

    Sono d’accordissimo con te, caro Stefano. In effetti non ho tematizzato anche la questione delle collaborazioni come parte della risorgenza. Ma quella patina di mazzate pigliate (che se oggi ci appare un po’ minoritaria e perdente, è pur sempre un grido reale che viene dagli anni ’90, perchè quella marginalità non era (come può sembrare a chi la “dice” oggi) una forma autoindotta, ma un corpo sonoro reale e partecipato ( e in questo sono meno d’accordo con te, se capisco bene il tuo commento: non credo che i 99 arrivassero solo tramite qualche apparizione, assolutamente no), dicevo quella patina e quel corpo sonoro vive dentro questa presa di parola e appare continuamente nel discorso vivificato dalla distanza presa in carica da Zulù, e anche, come dici giustamente, dall’urgenza della collaborazione come movimento di rienunciazione, di risorgenza. E oltre ai fuossera, che apprezzo moltissimo e che non a caso emergono nell’ala produttiva di Rosario (dello Iacovo, il manager dei 99, partecipando anche loro per via indiretta delle potenzialità che quell’esperienza anche organizzativa aveva aperto…), darei importanza anche a Canto pe dispietto, e quindi ad un “ritorno” con una features così “antica” come quella della NCCP.

  5. Bruno Pepe Russo ha detto:

    sulla questione parole-musica sfondi, ovviamente, una porta aperta. e per me le parti meno interessanti del disco sono proprio quelle in cui il vuoto del “dire” musicale diventa declamazione del “detto” politico (Italia spa, ma anche la canzone su Arrigoni). Lì sulla distanza non si carica la rienunciazione (e quindi nuovi dispositivi formali), e il discorso antico non può che assumere la non-forma del manifesto politico letto ad alta voce con qualche rima piazzata in mezzo.

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