TQ e Cassandre: un confronto Italia-Francia

di Eloisa Del Giudice e Chiara Impellizzeri
(traduzione dal francese di Eloisa Del Giudice)

Questo articolo vuol essere una sintesi ragionata di un lungo e complesso confronto tra le esperienze del movimento TQ e della rivista Cassandre/Horschamp. Il dibattito contiene una serie di spunti che, per ragioni pratiche, non possono essere qui sintetizzati con la dovuta profondità. Per la lettura integrale del dibattito rimandiamo a questa pagina.

Lo scorso 9 ottobre, all’interno della Festa del Libro e delle Culture Italiane a Parigi, si è tenuto un dibattito dal titolo “Littérature et Citoyenneté” che ha visto protagonisti, sul versante italiano, Giorgio Vasta, scrittore, e Andrea Inglese, critico e poeta, in rappresentanza di Generazione TQ, e, sul versante francese, il poeta Laurent Grisel e Nicolas Roméas, fondatore della rivista culturale Cassandre/Horschamp. Obiettivo del dibattito, mettere a confronto due differenti movimenti che si pongono il problema del ruolo e della difesa della cultura nella società contemporanea.
Nel dibattito sono emerse delle interessanti divergenze d’impostazione che è bene provare a chiarire in partenza. TQ, ci dice Giorgio Vasta, «è un movimento che ha una matrice soprattutto politica e che ha origine da un insieme di persone che hanno una formazione letteraria ma che non stanno costruendo un movimento letterario. Il gruppo si propone come laboratorio critico e propositivo sull’esistente, per provare a contrastare quello che in Italia Vasta identifica come una sorta di “analfabetismo” rispetto alla capacità di agire all’interno dello spazio sociale: «Sappiamo esaminarlo, descriverlo, raccontarlo, ma intervenire per modificarlo è una cosa che ci mette profondamente in crisi». Cassandre, invece, è una rivista che dal 1995 si pone come osservatorio sulle nuove pratiche di creazione artistica, analizza il rapporto tra determinate produzioni artistiche e il loro contesto sociale, e interroga, via interviste e petizioni, gli esponenti del mondo politico denunciando l’assenza, nei programmi di partito e  nei dibattiti pubblici, di una riflessione sul ruolo dell’arte nella società. Per comprendere il pensiero della rivista bisogna cogliere due punti di riferimento molto importanti: da un lato il ruolo che i cosiddetti arts vivants, le performative arts, hanno giocato in Francia nel costruire un nuovo rapporto tra spettatore, opera e attore-creatore, dall’altro il movimento dell’Education populaire, la cui idea essenziale, come ricorda Roméas in un’intervista a parisART era che «in ciascuno individuo vi è un potenziale artistico che bisogna sviluppare per arricchire l’insieme della collettività umana. Da questo punto di vista, difendere l’arte e la cultura consiste nel valorizzare in ciascuno questa capacità di creare e apprendere».

Al di là di quanto detto, spiccano delle forti analogie. Di fronte al nemico comune (mercificazione dell’arte, tagli alla cultura in Italia, smantellamento del Service Public de la Culture in Francia), entrambi i gruppi hanno sentito l’esigenza di intraprendere una battaglia che vede nella coalizzazione delle forze il suo principio motore. In Italia, scrive Vasta: «lo stato d’animo in questione ha a che fare con un senso di disagio che nell’arco degli ultimi quindici, vent’anni è esistito nella maggior parte dei casi in forme parcellizzate, separate: ognuno ha patito individualmente la percezione che aveva dello spazio sociale e culturale in cui si muoveva». Da qui il desiderio, citando il primo manifesto TQ, di “andare oltre la linea d’ombra” e non limitarsi a ciò che Andrea Inglese definisce il “militantismo della testimonianza” e la “retorica della resistenza”. Unendo le forze e moltiplicando i punti di vista critici, si ottengono dei risvolti pratici di cui Vasta e Inglese portano alcuni esempi. Il primo riguarda il Forum del Libro a Matera, al quale TQ ha partecipato portando le sue riflessioni sul tema del self-publishing e proponendo delle integrazioni a una bozza di legge sull’editoria che il Forum del Libro ha discusso e redatto. Il secondo riguarda l’adesione di TQ alla manifestazione dell’11ottobre dei lavoratori della Biblioteca Nazionale di Roma. Lo scopo, lo spiega bene Andrea Inglese: «Se i bibliotecari parlano solo fra di loro, a livello di sindacato, non si va da nessuna parte, ma dal momento in cui insieme ai bibliotecari ci sono a sostenerli altri soggetti che non sono legati alle biblioteche, le cose cambiano. Si crea immediatamente una cassa di risonanza e il problema dei bibliotecari diventa il problema dei cittadini di Roma, o degli scrittori, e quindi delle piccole case editrici, ecc…»
L’11 ottobre è ormai passato e, con il senno di poi, verrebbe da dire che il ricorso a un imponente schieramento di forze dell’ordine per vietare ai partecipanti di entrare in una biblioteca pubblica, tenervi un’assemblea e eseguire la sediziosissima lettura di Una questione privata di Fenoglio, ha costituito, in negativo, un riconoscimento del discorso di Inglese: a coalizzarsi c’è davvero il “rischio” che le cose cambino.
Anche in Francia si notano esperienze analoghe. Come spiega Laurent Grisel, l’inizio del «regno» di Nicolas Sarkozy ha prodotto una serie di appelli e petizioni provenienti dalle categorie lavorative più disparate colpite dai provvedimenti governativi. Contro questa inutile parcellizzazione due intellettuali provenienti dal campo della psichiatria, Roland Gori e Stefan Chedri, hanno promosso un manifesto comune a tutti i lavoratori del cosiddetto Service Public (insegnanti, ricercatori, medici, avvocati, giornalisti…): si tratta dell’Appel des appels, il cui motto è “Riportare l’umano al cuore della società”, e al quale la rivista Cassandre ha aderito attivamente come voce legata alla cultura e alle arti. Roméas sostiene che le catastrofi, come in questo caso l’elezione e la politica di Nicolas Sarkozy, possono essere a loro modo utili, se non le si lascia arrivare fino in fondo: esse costringono a superare gli snobismi di gruppo, a coalizzare le forze e dare il via a un’azione comune. La struttura dell’Appel des appels è stata per Roméas la conferma politica di una linea culturale che Cassandre porta avanti fin dagli esordi e che riguarda l’abbattimento delle frontiere fra corporazioni attraverso la critica dei gerghi. L’idea è che molti degli intellettuali-specialisti d’oggi non siano più al servizio della diffusione dei saperi, e si barrichino dietro all’utilizzo di gerghi settoriali sui quali finisce col fondarsi un’arte completamente sconnessa dalla realtà sociale. «Al giorno d’oggi i dibattiti sull’arte contemporanea coinvolgono pochissima gente, perché innanzitutto bisogna osare parlarne, poi bisogna avere il vocabolario, i riferimenti», aggiunge Roméas, «In Francia, c’è un movimento che parla di art “intimidant”, l’arte che costruisce barriere d’intimidazione nei confronti del pubblico per preservare la propria potenza, la propria superiorità».
Noi sentiamo in questa critica della figura dello specialista, critica che ha un’eco importante anche fuori dalla Francia, delle risonanze con uno degli interrogativi-cardine del manifesto di TQ: «L’individualismo al quale siamo stati addestrati rischia ora di renderci afasici: ognuno chiuso nel suo recinto, quale impatto abbiamo sulla realtà? Siamo intellettuali muti o mutanti? E soprattutto: ha ancora un senso parlare di intellettuali? (oggi va più di moda esperti)»). Critica dei gerghi e critica dei saperi sono, per Andrea Inglese, strettamente connesse. In effetti, un progetto di TQ è quello di organizzare dei seminari pubblici, non accademici e gratuiti, nei quali, chiamando a esprimersi su un argomento punti di vista ed esperienze diverse, si possa spezzare « la sfera per così dire perfetta di un sapere disciplinare e instaurare il dubbio » (Inglese).
Analogamente, quando si sceglie, come Cassandre, di collaborare con individui provenienti da diverse professioni e da diversi campi della cultura, ci si trova obbligati ad uscire da un gergo riferibile ad un unico ambiente, ad operare un continuo lavoro di traduzione e creazione di linguaggio che per Roméas è strettamente connesso con il concetto stesso di arte: «La pratica artistica consiste nell’invenzione di un linguaggio, e per inventare un linguaggio bisogna essere costretti a farlo, e per essere costretti a farlo bisogna che questo linguaggio manchi». Da qui deriva l’attenzione che la rivista pone ai luoghi della marginalizzazione (ospedali, carceri, periferie…) e a tutti quegli spazi non convenzionalmente dedicati alla pratica artistica. Questa prassi di “delocalizzazione” permette due cose: da un lato valorizza delle strutture «per definizione lontane dai riflettori» (Roméas), dall’altro permette di svincolarsi da regole accademiche e eredità culturali alla lunga opprimenti e fuorvianti, per allargare le libertà concrete di creazione. Grisel porta l’esempio della sua esperienza: «in Francia, per quanto riguarda la poesia, abbiamo un problema con il pronome personale alla prima persona singolare, “io”. Bisogna che chi scrive poesie parli di se stesso, di “io”, e se rifiuti questo imperativo perché sai che ci sono altre possibilità di linguaggio e di esistenza, ti chiederai come vivere con la prima persona plurale, col “noi”. Nell’ambiente culturale, nel contesto di articoli di Télérama o del Figaro, nell’oceano di coscienze pulite nel quale viviamo, il “noi” viene denigrato: “noi” è il collettivo, il sindacale, la politica… il gulag, insomma».  Grisel aggiunge: «Ci rendiamo anche conto che quello che viene attaccato è qualcosa di così vicino all’umano da farci avvicinare a persone provenienti da altre corporazioni». Cos’è questo qualcosa? Per Roméas la posta in gioco dell’arte riguarda l’«universo del simbolico», ciò che sfugge «alla quantità, ai numeri e alla merce», per afferire al modo dei legami e dello scambio umano. L’uomo attuale, diviso tra art marchand e art intimidant, ha perso la possibilità di un vero rapporto con l’arte, con il “sacro” della creazione (come avveniva, invece, nelle esperienze delle cosiddette società primitive). Alla riflessione francese sul simbolico e sul non-mercificabile fa eco a nostro avviso l’intervento finale di Giorgio Vasta, un bell’esempio di come TQ muova da un caso particolare per analizzare una metamorfosi generale. Criticando il fenomeno del self-publishing e della vanity press, Vasta nota come la costituzione dell’identità di una casa editrice (ma, aggiungiamo noi, di qualunque identità, letteraria o individuale) è frutto di una dialettica che oppone accettazioni e rifiuti. A questa dialettica la stampa a pagamento sostituisce una transazione economica che sottrae il testo a qualunque confronto critico, e il fenomeno è tanto più pericoloso quanto più si sponsorizza con il refrain ipocrita di una democratizzazione dell’editoria.
(Durante la stesura dell’articolo è uscito il primo frutto della riflessione di TQ sulla pseudoeditoria, che analizza  a fondo i risvolti “antropologici” del fenomeno, le contraddizioni dell’attuale sistema editoriale e le possibili soluzioni: vi rimandiamo a questo link per la lettura.)
Ecco dunque il risultato di un’ora e mezza di dialogo: tra numerose analogie e inevitabili differenze, si delinea la figura di un presente comune, di un presente in comune, di fronte al quale non c’è più da scindersi, un presente di battaglia. L’esistenza di una pluralità di lingue diventa l’occasione per costruire un linguaggio condiviso e vitale e per farlo sviluppare nelle forme dell’arte e dell’impegno politico. A suo modo, anche la redazione di questo articolo è stato un tentativo di mediazione, di sintesi, di condivisione a più livelli: tradurre il parlato in scritto, il francese in italiano, riferimenti culturali diversi in un discorso comune. Per spiegare la condivisione abbiamo dovuto noi stesse condividere e scrivere quest’articolo a quattro mani.

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