“A good young american poet in that particular period”. Colloquio con Jack Hirschman

di Olga Campofreda

Ogni volta che lo vedo è come se venisse fuori da un’altra dimensione, una tana del bianconiglio sospesa nel Tempo. A volte è la cabina di un taxi, altre volte il gate di un aeroporto o il vagone di un treno. Ogni volta la sua figura grande viene verso di me barcollando. Il passo ondeggiante di un marinaio abituato al ponte di una nave, più che alla terraferma. Porta con se’ una piccola valigia, un carrello che si trascina dietro incurante della direzione. Una grossa sacca di libri, nell’altra mano. Ogni volta- appena mi mette a fuoco tra la folla- si ferma, poggia a terra tutto e distende le braccia, che sono ampie, un abbraccio enorme. Le richiude quando mi faccio vicina, i suoi baffi ispidi mi pungono le guance, ogni volta. Questo è l’algoritmo dei nostri incontri: io e Jack, agli arrivi e alle partenze. Cambia l’ordine degli addendi, non la somma.
Incontrare Jack Hirschmanconoscere Jack Hirschman– stabilisce una data nella vita di ciascuno, dalla quale non è più possibile prescindere. Un medioevo, un’età moderna, una caduta dell’Impero d’Occidente. Si tratta certo di una data piccola, privata, ma in proporzione a quanto l’individuo resta fragile, nei confronti della Storia. Una data dalla quale in poi. In avanti.
A settembre Jack è stato di passaggio a Roma per il Festival di Poesia di Sarajevo. Mi aveva scritto avvisandomi che sarebbe rimasto qualche giorno con Aggie, sua moglie, poi lei sarebbe ripartita per la Svezia, mentre lui avrebbe proseguito da solo, per la Casa della Poesia di Baronissi. Ha dormito tutto il pomeriggio senza che nessuno ne avesse avvertito la presenza, ricomparendo in cucina solo quando il profumo della cena e un po’ di jazz gli hanno suggerito di farsi vedere.
-Questa è la mia musica!- ha detto. Era un pezzo di Charlie Parker. –Ogni volta che sento questa musica penso alla volta in cui il mio amico voleva portarmi con lui a sentirlo, Parker. Suonava a New York e lui aveva un biglietto in più. Gli dissi di no perché quella sera una ragazza mi aveva dato appuntamento, forse il mio primo appuntamento… capite bene che non potevo rinunciare. Da allora non sono mai più riuscito a vedere un concerto di Charlie Parker. Devo cercare di non pensarci…
Abbiamo cenato al tavolo del salotto. Io, Ludovica, Sara e Martina. Sara s’infila sempre in casa nostra, quando arriva Jack. S’appropria della cucina e io e Ludovica lasciamo fare. Qualche giorno prima avevamo portato Jack ed Aggie al Teatro Valle Occupato, avevano tenuto un reading che doveva essere un breve intervento, ma si era trasformato in un grande successo. Alla fine della lettura era stata annunciata la nascita della Revolutionary Poets Brigade di Roma, aveva fatto i nostri nomi.

– La strada dell’uguaglianza degli individui passa anche per questo concetto: ciascuno è un poeta. Ognuno di noi lo è, se lo vuole. La strada dell’uguaglianza passa per la potenzialità. In un senso strettamente politico. Per esempio: Sara nella sua solitudine, tornata a casa, inizia a scrivere un pensiero su questa serata. L’istinto di prendere penna e carta, lo stimolo a creare questa dimensione, è questo ciò che noi chiamiamo Poesia. Intuizione a creare. Questa è la base della mia estetica. In questo istinto esistono insieme stile e contenuto. Lo stile senza contenuto è morto. In questo istinto esiste anche la sincerità d’intenti.
Si ferma di tanto in tanto per assaggiare qualcosa dalle portate, al centro della tavola.
Dico queste cose nei versi di Path, Sentiero… ricordate la mia poesia? Broken Heartedness is the beginning of every real reception. L’avere il cuore infranto è l’inizio di ogni vera ricezione.
Lasciamo che il maestro prosegua nella sua lezione. I nostri piatti sono pieni, le nostre bocche serrate. Il piccolo salotto sui tetti di Roma è l’aula dell’università di Los Angeles, anno: 1966. La poesia trasporta i luoghi e le persone. Governa il tempo.
-Heidegger ha giustamente detto che l’uomo non può prescindere dal pensare alla propria individualità. Nell’atto creativo la proposizione che sussiste è “Io creo”. Ma non è altro il linguaggio, che ci scrive. La parola che scrive l’Io. Io sono un vestale, un medium. We are nothing but mediums of receptions.

Mi viene in mente T.S. Eliot, quando nel suo saggio azzarda una metafora lontana da ciò che comunemente lascia pensare alla poesia: l’incontro tra ossigeno e biossido di zolfo alla presenza di un filo di platino, genera acido solforico. Questo processo chimico avviene lasciando totalmente invariata la composizione del filo di platino, eppure senza di esso non potrebbe avvenire alcuna trasformazione. Così, allo stesso modo, la Storia e la Poesia si incontrano nell’unità dell’individuo, che diventa medium fondamentale.
-Ottima lezione professore!-
Qualche applauso. Rumori di vetri incrociati. La risata di Jack che rimbalza tra le pareti.
-Del resto, parliamo con il professore di Jim Morrison. Da qualcuno doveva aver pur imparato…- ho detto. Sapevo che Hirschman aveva insegnato all’Ucla di Los Angeles, prima di essere espulso come sovversivo, negli anni della guerra in Vietnam. Sapevo che tra i suoi studenti c’era stato anche Jim Morrison. Avevo sempre desiderato saperne di più.
– Ho dato quattro interviste sulla questione di Jim Morrison ma nessuno le ha mai pubblicate. Questo succede perché nel mondo quando un giovane muore e diventa un’icona è difficile scalfirla.
Nel 1966 tenevo una class, una lezione, aperta al pubblico, in una grande sala all’Ucla, Humanity’s Hall. Quattrocento posti. Jim Morrison era studente nell’edificio accanto, studiava Cinema. Lui era venuto ad ascoltare la mia lezione. Michael Howard era con lui, un nostro amico comune. Alla fine della lezione mi pose una domanda, all’epoca non lo conoscevo e fu un altro studente, più tardi, a dirmi in preda all’eccitazione:‘quello è Jim Morrison!’. Era al culmine della notorietà, solo un mese prima aveva pubblicato il primo disco con i Doors.
Quattro anni dopo mi ritrovai con altri poeti in un reading contro la guerra in Vietnam, in un Teatro ad Hollywood. Lessi i miei versi con molta rabbia contro la guerra. Fuori dall’edificio gli studenti stavano bruciando la bandiera americana, mentre Jim Morrison interrompendo la mia lettura, è salito sul palco per cantare –certo, ironicamente- l’inno nazionale. Si trattava in ogni caso dell’Inno degli Stati Uniti in periodo di guerra, mentre il nostro esercito stava uccidendo, bombardandole, milioni di persone. Con molta rabbia lasciai quel teatro. Evidentemente lui si sentì in colpa per quella interruzione perché qualche giorno dopo ho ricevuto due libri, uno di poesia, uno di pensiero critico sul cinema. Non li aveva mandati lui, ma il suo segretario. Questa cosa mi dispiacque.-
-Cosa ne pensi di Morrison come poeta?-
– Un giovane interessante, a good young american poet in that particular period. Ma certamente il verso risulta molto debole senza il supporto della musica con la quale è stato pensato. La sua morte mi portò grande amarezza, ma non mi stupii più di tanto. Prendeva veramente tante droghe. Ho trovato ironico il fatto che lui sia morto a Parigi. Quello che mi piaceva di lui erano i suoi pensieri riguardo il cinema,  era molto più incline al pensiero intellettuale francese, piuttosto che al modo americano di fare poesia.-
Jack si era spostato dal tavolo alla poltrona. La maglietta nera con la scritta rossa the Arcanes. Pantaloncini corti e pantofole ai piedi. Prese un plico di fogli dalla borsa e iniziò a leggere a voce alta.

Vai al tuo cuore infranto.
Se pensi di non averne uno, procuratelo.
Per procurartelo, sii sincero.
Impara la sincerità di intenti lasciando
entrare la vita, perché non puoi, davvero,
fare altrimenti.
Anche mentre cerchi di scappare, lascia che ti prenda
e ti laceri
come una lettera spedita
come una sentenza all’interno
che hai aspettato per tutta la vita
anche se non hai commesso nulla.
Lascia che ti spedisca.
Lascia che ti infranga, cuore.
L’avere il cuore infranto è l’inizio
di ogni vera accoglienza.
L’orecchio dell’umiltà ascolta oltre i cancelli.
Vedi i cancelli che si aprono.
Senti le tue mani sui tuoi fianchi,
la tua bocca che si apre come un utero
dando alla vita la tua voce per la prima volta.
Vai cantando volteggiando nella gloria
di essere estaticamente semplice.
Scrivi la poesia.

-E tu, Jack? Qual è il tuo modo di fare poesia?-
Si era fatta mezzanotte.
-Io la penso molto come Picasso. Quando gli chiesero: maestro, qual è il suo lavoro migliore? Lui rispose: il prossimo. Non si dovrebbe mai smettere di scrivere. E adesso, signorine, se permettete, io mi penso che vado un poco a dormire. Buonanotte.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Eloisa Del Giudice ha detto:

    Intimo e universale, privato e politico. Bellissimo.

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