“E’ tutto, potete andare”. Un ricordo di Andrea Zanzotto

testo introduttivo di Camilla Panichi

Andrea Zanzotto è nato a Pieve di Soligo nel 1921 ed è scomparso il 18 ottobre 2011. Poeta fra i maggiori della seconda metà del Novecento, al momento del suo esordio aveva dietro di sé l’ermetismo del Sentimento del Tempo, che negli anni Cinquanta concludeva la sua parabola storica. Ma soprattutto aveva dietro di sé (o meglio, dentro di sé) il trauma della guerra. Un trauma dal quale il poeta non riuscirà mai a riprendersi; gli orrori del nazifascismo avevano a tal punto abbassato la soglia umana da impedire al poeta qualsiasi partecipazione all’euforia e all’entusiasmo della ricostruzione post-bellica.
In questa presa di distanza dimora la consapevolezza che la Storia ha vinto su tutto: sull’uomo e sulla natura. «Qui non resta che cingersi intorno al paesaggio / qui volgere le spalle», si legge in
Ormai. Il paesaggio si indossa come un indumento, e la natura non è più natura, è in-naturale, e se la natura è innaturale l’unica lingua che può descriverla è una lingua iperletteraria, avulsa, come la leggiamo nel primo libro, Dietro il peasaggio (1951).
L’iperletterarietà è sicuramente un tratto peculiare e distintivo della poetica di Zanzotto, tanto da costargli l’etichetta di poeta difficile – per non dire oscuro -, ma non è l’unico. Zanzotto ha avuto la capacità di attraversare una molteplicità di linguaggi: dalla botanica all’astronomia, dalla medicina all’etologia, dal linguaggio della pubblicità a quello della psicanalisi, dalla linguistica ai fumetti. La coesistenza di più linguaggi non è mai pacifica (come non lo è l’adozione del dialetto, spesso sentito come un problema, come un gesto tragico, come quella cosa che appartiene all’oralità, e che quindi non si può scrivere).

Esempio di questa contraddizione è Vocativo del 1957. Questo libro è rappresentativo della potenza stilistica di Zanzotto: accanto a una sintassi e a un lessico iperletterario troviamo termini antipoetici, tratti dal registro colloquiale: «ingordo vocativo / decerebrato anelito». Ma Vocativo è anche il luogo in cui il piano psichico si lega strettamente a quello ambientale, in cui il disastro ecologico è tutt’uno con lo sconvolgimento psichico: «Come i cavi s’ingranano a crinali / i crinali a tranelli a gru ad antenne» (Caso vocativo, vv. 12-13). A questa devastazione del paesaggio corrisponde una devastazione del soggetto «da tutto questo che non fu / primavera non luglio non autunno / ma solo egro spiraglio / ma solo psiche, / da tutto questo che non è nulla / ed è tutto ciò ch’io sono» (Esistere psichicamente, vv. 9-14). Il trauma è storico, è ambientale e nell’individuo diventa nevrosi. Zanzotto vive in prima persona una nevrosi che prima di essere dell’uomo è nevrotizzazione del mondo. Nonostante questa devastazione, c’è un soggetto, c’è una ostinata volontà di capire. Il poeta non reagisce con l’ammutolimento, non si ritira, sta nel linguaggio, scrive; del 1962 è IX Ecloghe, a pochi anni di distanza La Beltà (1968), e poi Pasque (1973). Al senso di vuoto e di incertezza della contemporaneità il poeta risponde spesso con ironia, che non è mai un porsi fuori ma è un qualcosa che provoca dolore, come Live, poesia autografa, in Meteo (1996):

Sangue e pus, e dovunque le superflue
Superfluenti vitalbe che parassitano gli occhi;
un teleschermo, fuori tempo massimo,
Diretta erutta e Balocchi.

L’io lirico di Zanzotto attraversa molte fasi, ognuna delle quali si costituisce come libro. Ciascun libro ha una storia interna e una forte diacronia evidenziata da un testo di apertura e uno di chiusura. A questa struttura interna così compatta si contrappone spesso una spiazzante bulimia della lingua e dei saperi umani. Ma ciò che non è mai perso di vista è l’essenza stessa della poesia, che sia essa in un altrove («il nucleo stellare» di Sì, ancora la neve) o che si sottragga al proprio ruolo («A quale stazione televisiva / privatissima, che trasmette / sputi spots e scolorine, / appendi le tue serate piuccheperfette?» Intervista, in Idioma vv. 9-12) essa è sempre presente, perché tutto viene vissuto nel presente, dal trauma del soggetto. Per Zanzotto la poesia è l’unica manifestazione umana che può e deve farsi carico di tutto, per questo in essa deve entrare tutto. Zanzotto ci dice che la poesia è una forma del presente, e dal presente non si scappa. È una forma di resistenza e di esistenza.

La perfezione della neve

Quante perfezioni, quante
quante totalità. Pungendo aggiunge.
E poi astrazioni astrificazioni formulazione d’astri
assideramento, attraverso sidera e coelos
assideramenti assimilazioni –
nel perfezionato procederei
più in là del grande abbaglio, del pieno e del vuoto,
ricercherei procedimenti
risaltando, evitando
dubbiose tenebrose; saprei direi.
Ma come ci soffolce, quanta è l’ubertà nivale
come vale: a valle del mattino a valle
a monte della luce plurifonte.
Mi sono messo di mezzo a questo movimento-mancamento radiale
ahi il primo brivido del salire, del capire,
partono in ordine, sfidano: ecco tutto.
E la tua consolazione insolazione e la mia, frutto
di quest’inverno, allenate, alleate,
sui vertici vitrei del sempre, sui margini nevati
del mai-mai-non-lasciai-andare,
e la stella che brucia nel suo riccio
e la castagna tratta dal ghiaccio
e ‒ tutto ‒ e tutto-eros, tutto-lib. libertà nel laccio
nell’abbraccio mi sta: ci sta,
ci sta all’invito, sta nel programma, nella faccenda.
Un sorriso, vero? E la vi(ta) (id-vid)
quella di cui non si può nulla, non ipotizzare,
sulla soglia si fa (accarezzare?).
Evoè lungo i ghiacci e le colture dei colori
e i rassicurati lavori degli ori.
Pronto. A chi parlo? Riallacciare.
E sono pronto, in fase d’immortale,
per uno sketch-ide della neve, per uno sguizzo.
Pronto.
Alla, della perfetta.

«È tutto, potete andare.»

Genti

Gente ‒ come tante altre genti ‒
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Forse è per questo che ho sempre stentato
e malvoluto partire,
per l’invadenza beata di una certa tua virtù
che in nonviolenza tesse
e ritesse quotidianità ‒
essa di per sé dona tanti altri beni
di accoglienza e dolcezza
reciproca, né esclude la fermezza ‒

pur se tra lievi distrazioni
reciproche, indifferenze incrociate
coaguli di minimi affari e mafie ‒
e poi una piccola appiccicosa
volontà di non guardar troppo lontano
una bonarietà qualche volta sonnolenta.

Mi scopro talvolta del tutto solo
pensando a tali cose, senti di
omettere molto, di non poter
né saper dire di più,
ma poi mi libero,
con un po’di sgomento un po’ di gioia
che ||                         e mi adagio nel giusto
essere uno coi tanti di qui.
Mi libero: e vedo una carta che va
verso nord, nel vento, verso la notte.

E talvolta mi abbacina un prato
dimenticato dietro una casa antica,
solitario, che finge indifferenza o
lieve i smunta distrazione

ma forse soffre, forse è soltanto
un paradiso

Fonti:
La perfezione della neve è tratto da A. Zanzotto, La beltà, Milano, Mondadori, 1968

L’intervista a Zanzotto all’inizio del post è tratta da Ritratti, il documentario di Marco Paolini e Carlo Mazzacurati, con la regia di Carlo Mazzacurati.

2 Comments Add yours

  1. Gaetano Calabrese ha detto:

    Bar Mokafè – Lioni, 19 ottobre 2011, ore 12:39, scontrino fiscale 57 –
    Omaggio ad ANDREA ZANZOTTO Poesia improvvisata – 40 versi liberi –

    C’é un accapo lieto…

    1 C’è un accapo lieto
    nella quiete
    di un sonno bambino,
    nel ritorno dei fiori…
    5 C’è un dentro e un fuori
    del mondo circoscritto
    in ognuno di noi
    dove l’attesa, il volere, il poi
    sono il nodo contratto
    col paesaggio che ci accoglie,
    che ci annota i passi
    e da dove nessuno
    può sfuggire come terra-carne
    per geo-storia e memoria…
    15 Bisognerebbe avere
    il coraggio di morire
    nella beatitudine dei colori
    delle nuvole,
    esseri felici della sorte
    di un passero
    che esplora rami e foglie
    con l’istinto di volare
    sicuro della gioia
    nella sua ignara giornata
    25 appesa all’interrogativo
    di altre vite
    affamate di vita,
    alla mercé del vento,
    sovrastate dal cielo,
    avvolte nel velo del tempo
    che modella le stelle
    e ci permette di essere voce,
    meno mistero pensante
    armonia e pace
    35 fino all’incontro sereno
    della morte,
    fino allo stupore
    della parola coniata,
    sottesa all’innocente
    40 parlata del cuore…
    = Memo Archivio INEDITI 2011: (A) Orig. Graf: Redaz. 9° Q, pag.15;
    DIRITTI RISERVATI per AUTOS EDIZIONI
    Con affetto e stima, come sempre, Gaetano Calabrese – poeta errante dell’Irpinia.
    E-mail: gaetanocalabrese@tin.it

  2. Fiorella D'Errico ha detto:

    Reblogged this on Passaggi and commented:
    Per Andrea Zanzotto, a un anno dalla morte.

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