Un inconscio didascalico. Una recensione a “A dangerous method”

di Laura Borzì

A Dangerous method è l’ultimo film di David Cronenberg, presentato alla 68a Mostra del Cinema di Venezia, uscito nelle sale cinematografiche il 30 Settembre 2011. La storia narrata ha per protagonisti Carl Gustav Jung, Sabina Spielrein e Sigmund Freud, e ruota attorno alle relazioni, intellettuali e sentimentali, che legarono queste tre personalità così rilevanti nella storia della psicanalisi.
Cronenberg dirige il suo ultimo film servendosi di un impianto narrativo decisamente classico. Così sono il découpage e la curatissima scenografia, i cui minuziosi dettagli contribuiscono a realizzare una rigorosa mise-en-scène e una puntuale caratterizzazione fisica dei personaggi. D’altra parte lo sperimentalismo e la forza di rottura dell’arte di Cronenberg stanno nella capacità di innestare, all’interno di un cinema esteticamente tradizionale, storie in cui l’anomalia, la malattia psichica e la violenza sono le cifre caratterizzanti. È in questo rapporto antitetico che si colloca la forza del suo cinema: il ‘male’ si insinua nella realtà e la sconvolge dall’interno, assumendo le sembianze di un show televisivo, come accade in Videodrome.
Tuttavia, nel caso di A Dangerous method, uno stile impeccabile non è sufficiente alla creazione di un buon film, rivelandosi vuota retorica estetica che nasconde l’assenza di contenuti.

Ciò di cui si sente maggiormente la mancanza in questa pellicola, è un punto di vista, uno sguardo ‘autorale’, citando Andrè Bazin, entro cui inquadrare la narrazione. Cronenberg si pone il proposito da un lato di raccontarci del rapporto tra Carl Gustav Jung e Sabina Spierlein e dall’altro di inserirlo all’interno della più generale storia della nascita della psicoanalisi, ma fallisce entrambi gli obiettivi, non riuscendo a portare a compimento nessuno dei due discorsi.
L’intento documentaristico del film si risolve in una serie di blocchi narrativi giustapposti grossolanamente tra di loro, quasi che il regista si senta costretto a volerci dire tutto il possibile, condensandolo in 93 minuti. E lo fa attraverso una sceneggiatura inutilmente verbosa, spesso ai limiti della banalità, infarcita di nozioni da manuale divulgativo di psicoanalisi, che prevede come destinatario ideale uno spettatore a cui non è richiesto il minimo sforzo critico e che dal cinema vuole essere rabbonito delle sue poche sicurezze.
All’interno di questa cornice più ampia, tracciata con maldestra sommarietà, si colloca il caso particolare: la relazione sentimentale tra Carl Gustav Jung e Sabina Spielrein. Essa viene appiattita ad una banale storia di tradimento, animata da personaggi che hanno la rilevanza di maschere di cera, inappuntabili all’esterno, ma prive di scavo psicologico; una storia, dicevamo, condita dal particolare piccante del rapporto sadomasochista della coppia Jung/Spielrein, che si traduce in scene stanche e spesso superflue, inserite allo scopo di soddisfare l’appetito di un pubblico che dal cinema pretende la sua porzione di erotismo di facile consumo; che non hanno nulla a che vedere con la perfezione asettica della seppur esplicita rappresentazione del sesso in Crash.
Partendo dalle storie individuali di queste tre figure che hanno così profondamente inciso nella storia della civiltà occidentale, Cronenberg aveva la possibilità di parlarci della forza primigenia dell’Eros, distruttrice e incontrollabile, e dell’impossibilità di ricondurla ad un Logos, di indagare sul desiderio e la sua irriducibile canonizzazione. Ma si è lasciato sfuggire l’occasione, realizzando un film innocuo ed indulgente, un prodotto cinematografico addomesticato e sbrigativo che spesso scivola nei cliché da film romantico di basso livello, e non pretende niente dal suo pubblico.

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. manuel ha detto:

    l’errore nel valutare un film del genere (un capolavoro, detto per inciso) è farsi ingannare dal fiume di parole e non cogliere tutto il non detto, l’implicito, il represso, il nascosto.
    Questo film, sviscerando il potere delle parole, ne evidenzia i limiti.
    e il fulcro poi è il rapporto tra jung e freud, la loro smania di controllo mascherata da disponibilità a curare, analizzare, capire; sabina è solo l’oggetto del contendere.

  2. Laura ha detto:

    Quello che dici è molto interessante ma, secondo me, è valido per quanto riguarda le “intenzioni” di questo film. Quello che manca, a mio parere, è un linguaggio (a proposito della centralità della parola o Logos che sia!) specifico e definito, latore del non detto di cui tu, giustamente, segnali la rilevanza.

  3. manuel ha detto:

    io l’ho trovato proprio nella regia “invisibile”, rigorosa, senza il minimo fronzolo, e nell’attenzione ai gesti e agli sguardi. Comunque qua entriamo nel novero delle impressioni personali

  4. Franco Marzoli ha detto:

    Concordo con la critica. A mio parere il tentativo di spettacolarizzare sia la rivalità con Freud che il rapporto con Sabina, allo scopo di rendersi accattivanti ad un pubblico deformato dai talk show televisivi, nuocciono al film che non riesece ad essere nè una testimonianza valida sul periodo eroico della psicoanalisi nè un melò accettabile.
    Mi permetto, visto che si affronta il bel tema delle recensioni cinematografiche di segnalare quello che a me sembra il miglior film dell’anno: “Io sono Li.”: una poetica storia d’amore sullo sfondo di una Chioggia credibile.

  5. CineFatti ha detto:

    Ancora devo vederlo. Le recensioni sono discordanti le une dalle altre. Ciò mi incuriosisce ancora di più. Ti farò sapere le mie impressioni appena l’ho visto.

  6. Marasocialismo Franci ha detto:

    Sono d’accordo con Laura e paragonato al Conenberg di Crash questo è solo un buon accademico, le scene sadomaso invece non mi sono dispiaciute,mii è dispiaciuto che non siano state più esplicite e realistiche in modo da mostrare la forza del desiderio , del sesso e della passione in tutta la sua crudezza erotica
    ..

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