Le biblioteche, il 15 ottobre, e noi

di Luca Francesco San Mauro


Qualche giorno fa abbiamo pubblicato l’appello dei TQ per un’assemblea alla Biblioteca Nazionale. Cos’è un assemblea pubblica? Ci si aspettano letture, si sceglie cosa leggere. Si immaginano dialoghi, si preparano proposte. Con queste naturali aspettative hanno partecipato qualche centinaio di persone: scrittori, editori, bibliotecari, attori e semplici passanti capitati per curiosità. E lì hanno trovato cinque camionette di agenti in tenuta antisommossa.
Come sia finita l’hanno raccontato, in presa diretta, i messaggi allarmati su Twitter. L’ha raccontato l’impeccabile ricostruzione di Lagioia. E lo racconta questo video. Ma mentre lo vedevo, martedì sera, mi sono accorto che la mia attenzione era via via frammentata da altri fotogrammi. Immagini di un pomeriggio di qualche anno fa del quale avevo già scritto:

Gli studenti assediano il rettorato, titola così il Corriere di Siena. A parte le prevedibili amplificazioni da prima pagina, è un titolo ragionevole. Vorrei però spendere qualche parola circa il verbo. L’assedio – come tutti sanno – è quella situazione bellica in cui un esercito circonda un luogo fortificato nel tentativo di espugnarlo. Ora, un lettore distratto potrebbe subito inveire contro gli studenti: “Vedi questi studenti cosa fanno? Assediano il rettorato.”
Tutto vero, tenendo conto però che l’unica parola davvero significativa della definizione di sopra è: fortificato. Mi spiego. Un assedio ha senso solo verso un edificio blindato, difeso con la forza e nel quale non si può entrare. Un gruppo di persone che circonda una biblioteca – per esempio – ovviamente non la sta assediando. Le biblioteche, le poste, gli aeroporti, le piazze sono luoghi pubblici: chiunque vi può entrare e, una volta entrati, si può uscire quando si vuole. Banalmente: non c’è nulla da assediare. Nell’elenco andrebbe messa anche l’università, ma non si può.
Ieri il rettorato è stato assediato, ma non è questa la notizia. La notizia è che era possibile assediarlo. Un luogo pubblico è stato nascosto, isolato e militarmente difeso per impedire l’accesso ai non desiderati. Resta da sottolineare che questi ultimi sono quelli che economicamente (e ovviamente non solo) continuano a tenerlo in vita. Ancora una volta le differenze tra gli studenti e il rettore sono soprattutto culturali. E ancor prima: linguistiche. Il lessico militare delle difese, le fortificazioni e gli assedi non ci appartiene. Avremmo preferito il dialogo.
Ieri pomeriggio, assiepati al freddo ed esclusi dalla nostra università, veniva naturale a tutti chiedersi qualcosa di banale. “Chi si chiama in questi casi?”, ovvero “Quando dei facinorosi si barricano dentro la tua casa, armati da capo a piedi e ringhiano a ogni richiesta di spiegazioni, cosa si fa?”, “Chi si chiama in questi casi?”. Tutti sapevano la risposta, ma nessuno avevo l’animo di dirla. La polizia, si chiama. Già, la polizia. Segue senso di impotenza, maneggiare con cura.

Questo brano è del 4 dicembre 2008; è uscito su “A titolo precario“, un bollettino di notizie (e anche spunti o riflessioni) sulla protesta universitaria dell’Onda all’Università di Siena.

Dalle ceneri di quel giornale, pochi mesi dopo, è nato 404. Ci eravamo accorti che il racconto delle pratiche di lotta per difendere l’Università di Siena, e la sua natura pubblica, era un patrimonio da conservare. Ma non sotto forma di sterile tutela, ma piuttosto come motivo iniziale per la messa in atto di un orizzonte che accogliesse anche altri racconti, altre lotte, altre urgenze. Occorreva, così ci sembrava, un contenitore più ampio e variabile.
Mi capita a volte di rileggere alcuni vecchie cose di “A titolo precario” e raramente è un’esperienza neutra. In questo caso – osservando queste poche righe a tre anni di distanza – mi pare assumano una convessità inaspettata, seguendo la quale il senso si deposita in luoghi originariamente marginali. Per esempio, sulla parola “biblioteca”. A ben vedere, prenderla come caso antonomastico di luogo pubblico (prima degli aeroporti, le poste o perfino le piazze) era stata una scelta del tutto naturale. Per la redazione di “A titolo precario” – e in seguito per quella di 404 – una biblioteca (la nostra biblioteca, quella della Facoltà di Lettere) rappresentava la sede di ogni riunione, e ancor più il luogo dal quale scaturivano e al quale tornavano praticamente tutte le nostre esperienze di collettività. In qualche misura, si può veramente dire che questa rivista si è formato in seno a una biblioteca e che da una biblioteca è stata nutrita.
Capirete quindi che per noi le immagini e i racconti di quanto accaduto alla Biblioteca Nazionale hanno un valore particolare. Di sgomento, naturalmente (e più precisamente di quella strana sensazione di abitudine allo sgomento, ovvero di vertigine per l’assenza di un fondo sotto il quale non si potrebbe andare). Ma non solo. Qualcosa non funziona se una biblioteca è chiusa, divisa, strappata ai suoi abitanti naturali. Di più: quale parte del concetto “assemblea pubblica” suggerisce violenza? Fino a che punto si devono indebolire gli strumenti di lettura del mondo per giungere a credere che cinque camionette di agenti in tenuta antisommossa siano una risposta adeguata a una proposta di riprendere in mano una biblioteca, di viverla, di parteciparla?
Posti in attesa lì di fronte gli agenti sembravano guardiani fuori posto; custodi di un niente così radicale da derubricare un intero mondo di movimenti sotto la generica categoria di “violenza”. Per ogni occasione (manifestazione, assemblea o teatro occupato) si gioca la medesima carta; ma la carta è ormai lisa, sfilacciata dall’abuso, fuori bersaglio. Manca di rappresentare o anche solo lambire una realtà che le sfugge in continuazione.
Similmente, per comprendere questa crisi occorre un vocabolario esteso, che accolga nuovi termini e soprattutto nuove soluzioni. Perché il midollo della crisi è nelle sue correzioni; nella pretesa di una politica svuotata ed effimera che esegua pedissequamente, a mo’ di rimedio, proprio gli strumenti che l’hanno malandata. Chi ritiene che una generazione – la nostra e quella prima di noi e tutte quelle dopo – pagheranno debiti che non hanno contratto per ristabilire ordini e stati di cose che li opprimono si inganna del tutto.
Per loro, l’indignazione non basta. E’ una smorfia obliqua, l’indignazione. Un cenno di disapprovazione. Tecnicamente non siamo indignati, siamo incazzati neri. Domani andremo a Roma a dirlo con corpi, parole e moltitudini che sotto ogni misurazione eccedono dalla lingua binaria che ci vuole violenti, pericolosi o facinorosi. Fatelo anche voi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...