La poesia tedesca contemporanea e il mondo dopo il 2008. Su BANCOR di Daniel Falb

introduzione e traduzione di Maddalena Graziano

Contro il zigzag dei grafici finanziari, lungo il tratto sottile delle valute sotto cui precipitano e si impennano le nostre vite, sono ritagliati i corpi: le loro forme talvolta coincidono con quelle della realtà circostante, altre volte sono oltrepassate da oggetti molto più forti di loro oppure, ancora, mettono in atto una resistenza al grado zero, irriducibile, muta e come sbarrata dentro una stanza. Sono corpi insieme implicati e contrapposti, quasi sempre preservati, contaminati, erosi.
È questo il paesaggio, fatto di caseggiati popolari, lobby, sale d’attesa e aerei, da cui muove la voce di Daniel Falb (1977), uno tra i più interessanti ‘poeti berlinesi’ − ma originario di Kassel − e autore di due raccolte: die räumung dieser parks (lo sgombero di questi parchi, 2003) e BANCOR (2009).
Già a partire dal titolo della seconda raccolta − BANCOR è il nome di una moneta unica internazionale proposta da Keynes a Bretton Woods − Falb indica i nodi principali della sua scrittura: i punti di intersezione tra le economie e le esistenze. I trattati tra gli stati, gli accordi finanziari mondiali e la carta dei diritti umani sono quindi il sottotesto dei ‘corpi poetici’ di questa raccolta, ma soprattutto − ed è di questo che Falb vuole parlare − sono sottotesto a noi stessi: «peter-e-paul siedono al tavolo e chiacchierano. fuori non filtra alcun rumore, è come se il loro stare insieme non accadesse affatto. c’è il corpo della doppia statuetta, che appartiene a loro, e il concetto di proprietà, che non gli appartiene. l’educatrice […] dalla sua bocca tuttavia proviene, continuamente, la statistica, sul cui perfezionamento lei insiste. dovresti diventare un grande triangolo».1
Una bibliografia in appendice al libro aiuta il lettore a orientarsi tra i riferimenti intertestuali su cui si costruiscono le poesie: si va da saggi e articoli scientifici a norme giuridiche o installazioni artistiche. Della raccolta, in effetti, affascina soprattutto il lavoro sui registri del linguaggio. Falb scrive quasi ‘chimicamente’, iniettando lessici settoriali − economici, giuridici e politici − nella lingua quotidiana o nei resti di lingua poetica. Un meticciato linguistico e cognitivo che non si svolge però nelle banlieues o nelle tipiche ambientazioni liminari della letteratura ‘di confine’, ma esplode piuttosto nel centro esatto delle nostre società. Secondo Falb, «punti e zone di confine non sono spazi di per sé interessanti − e chi è troppo assorbito dalla questione dei confini non ha più attenzione per quello che succede nel cuore del paese. Piuttosto che il marginale, sono il naturale e l’evidente a sottrarsi allo sguardo: come l’occhio che, vedendo, non fa che vedersi attraverso»2.
L’infiltrazione di altri linguaggi nella poesia è evidentemente il riflesso di un’infiltrazione di altre realtà nelle nostre vite: c’è un rapporto di reversibilità tra la forza gravitazionale e il diritto dei trattati, tra le misure cautelari e il desiderio doloroso (sehnsucht); è sui nostri corpi che vengono proiettate le indagini di mercato e gli estratti conto bancari. Ne risulta una serie di cortocircuiti semantici dagli esiti a volte ironici («ognuno ha la sua logistica»), a volte minacciosi («controllavamo quelli che ci osservavano perché facevamo esattamente quello / che vedevano»), ma sempre mossi lungo un doppio vettore di senso. Se da una parte, infatti, i linguaggi delle tecniche e delle burocrazie conquistano progressivamente e aboliscono non solo la parola poetica ‘tradizionale’ ma anche il nostro parlare comune, dall’altra finiscono per essere contaminati dal loro stesso gesto, come costretti dal contatto con una sorta di ‘siero della verità’ − la poesia − a portare alla luce quello che nascondono, il non detto perduto tra le loro righe. «I testi giuridici sono estetici in una misura che anche la poesia raggiunge solo di rado» scrive Falb3, ricordandoci così il loro avere intimamente a che fare con noi. Le sue poesie mostrano allora il ‘doppio fondo’ dei codici apparentemente asettici con cui regoliamo i nostri rapporti, la loro letterarietà, che è polisemia sottintesa e discorso sull’uomo; una lingua ‘ritrovata’ i cui verbi vanno tradotti in italiano quasi sempre all’imperfetto, tempo di un parlare postumo e incompiuto insieme.
Eppure l’esperienza non ha perso la sua forza d’impatto. Un esempio: da quando l’immagine dell’aereo che cade si è sedimentata in una zona centrale del nostro immaginario, perfino il piano di volo − in una poesia di Falb tradotta qui − sovrasta l’oceano nella sua evidenza di cosa. Ma è cosa biologica, pre-umana: il bozzolo di una farfalla. Il trauma ha preso la forma di un animale incompiuto, non ancora addomesticato, forse anche perché non trova un suo ‘abitare’ in soluzioni o narrazioni prestabilite: «la propagazione percepita degli errori da un carico all’altro, che rendeva / ridicolo il nostro mandato sociale».4 L’impossibilità del mandato si rispecchia nell’anonimità del testo, nel fatto, cioè, che la poesia di Falb (come quella di altri poeti tedeschi contemporanei) non si concede alcuna soggettività, alcun io lirico. Il luogo d’origine del discorso non è quindi un centro puntuale ma piuttosto, per utilizzare un termine ricorrente in BANCOR, un Bereich: un ambito, una zona sociale i cui lati si sovrappongono senza sbavature alle geometrie politiche, tecniche e burocratiche che la alimentano. Da questa scelta discende l’ambiguità della voce poetica, definita impietosamente da un recensore del «Tagesspiegel» come gelida e non coinvolta5. Si tratta invece di un altro, nuovo tipo di coinvolgimento, radicale e denso, che impedisce ormai di distinguere chi parla, di separare i collusi dagli incolpevoli: «non ne sapevo nulla, ero stato arrestato, / volevo essere accusato, venni lasciato a piede libero»6 dichiara una delle ‘voci possibili’ che a tratti dicono ‘io’ e prendono la parola tra i versi.
Con la sua semantica ossimorica che mostra come la propagazione delle colpe abiti la nostra lingua, BANCOR racconta il mondo iniziato nel 2008 con le prime crisi finanziarie globali e, pur negandoci le risposte, è una raccolta politica.

***

questo sarebbe il punto in cui il paesaggio si mostra come genere. notavamo inesattezze
minime nella sequenza dei nostri passi.

anche l’espressione delle mani non tornava più. questo fatto complicava e nel contempo
intensificava la linea lungo la quale ancora si muove chiunque lavori al balletto di stato.

in secondo luogo, seguendo abbastanza a lungo i tragitti compiuti ogni giorno facendo
shopping, essi diventavano ciclici in una coreografia che amavamo. ora i bancomat
implicati offrivano elementi di una danza popolare.

il medium dentro al quale anche con piedini deformi si riusciva a compiere grandi passi
non era però la forza di gravità, bensì il diritto dei trattati.

avvertivamo valori in qualche punto della superficie corporea. la firma era allora quel che
l’accompagna, un ghigno. così si andava avanti.

sulla carta articoli di maglieria elegantemente scuciti, ancora e ancora giocabili, come quel
piano di evacuazione della grande casa che l’anno prima era stata demolita.

percepivamo intanto la nostra situazione bancaria come la resistenza corporea, la valuta
dell’iride

***
a malapena riconoscibile a occhio nudo, il piano di volo appare come
una cosa sopra l’atlantico. a thing.

anche tu, una serie di uova e ali, quando la farfalla dell’atlante nella suacrisalide cade roteando in mare.

la superficie dell’utente è allora il rivestimento esterno della concordia,
nell’area di manovra?

oppure il concetto vale piuttosto per gli sfarzosi interni del concorde,
quindi una questione di arrivo. fold unfold the schedule.

sotto gli occhi l’aliseo che si avvita sull’atlante, mentre il corpo sorpassa
par avion quanto ha appena detto.

questa è la costante e allo stesso tempo massima velocità dei movimenti
espressivi del corpo.

e questa l’allocuzione seriale, che ti imbratta di lavoro alle tue percezioni
prima ancora che ti venga spruzzata addosso.

le armi entrate puntualmente. il carattere stabile dell’anno nuovo può essere
dilatato all’infinito, nel fuso orario alato.

il decollo è allora un precipitare all’inverso, quando il corpo della crew
si raduna allegramente?

oppure, poiché si disperde, è un decollo all’inverso il precipitare. fold,
unfold the schedule.

tra palm e palm beach bisogna lavorare alla minaccia percepita, quasi
corporea.

***

revocammo il sequestro ad alcuni degli edifici.
ora le sale d’attesa per il ricevimento rispettavano gli standard internazionali.

certi elementi di facciata del centro storico
erano stati di nuovo incollati

chi lo disegnava
non creava altro che nuovi ritratti della famiglia reale in corsa.

anche il minimo movimento innervava un brusio,
colme cascate di muscoli; per qualche secondo nessuno toccava il suolo.

quei gruppi disciolti che erano stati funzionarizzati nelle regioni
di difficile accesso dell’interno, per l’appunto nel massiccio centrale.

e poi sparire nelle dimostrazioni.
instaurare la pura misura cautelare come un desiderio doloroso.

il ricevimento sarebbe un disco, un ambito approssimativamente circolare,
che distribuiva diverse zone tutto intorno all’epicentro.

così si aveva sempre davanti agli occhi il luogo d’incontro stabilito,
che bisognava evitare.

il ricevimento sarebbe inoltre una circonvallazione, che avvolgeva strade strappate
da cui, oggi sempre negli stessi punti, sgorgava l’acqua potabile.

controllavamo quelli che ci osservavano perché facevamo esattamente quello
che vedevano.

lungo la rotta migratoria dei testimoni ad ogni schiena seguiva una schiena,
l’aura ovale di azioni impunibili che ci attorniava.

(second)

l’imperfetto, tenerlo in braccio come un giovane criminale, aspettare
un attimo.

e dopo tirare un colpo dentro alla testa all’incompiuto cesto di frutta,
investirlo più volte con l’auto.

la location però bisognerebbe ispezionarla prima del grande evento, la
zona imbarazzante, dove si impediva sempre più di quanto accadeva.

la prevenzione ci ha sporcati.

seguivamo questo motivo, quel liquido spremuto in alto, che riaffiorava
continuamente dalla nostra cerchia di amici, piccola vescica e compatta
particola della causalità.

caseggiati compatti dei nostri motivi, dai quali adesso gruppi di immaturi
scolari scendevano in strada. solo sopravvivere alla mietitura.

(third)
sorvolando quest’area, la location, scattare ancora altre foto alle carte
geografiche.

le piantagioni si stendevano sotto come una matrix, nelle sequenze
di numeri si osservava lo sviluppo maturato al sole.

c’erano cose, non deformi, che dolcemente ci intralciavano il passaggio.
numero di pezzi delle mani che adesso non riuscivano ad afferrarci.

ognuno ha la sua logistica. in qualche modo il frutto doveva arrivare ai
consumatori finali.

la propagazione percepita degli errori da un carico all’altro, che rendeva
ridicolo il nostro mandato sociale.

si era sempre circa otto minuti in ritardo, sotto al sole, si stava sempre o
troppo a sinistra o troppo a destra, come bodyguard.

mi sentivo la notizia già sotto ai vestiti, che brucava su di me, che mi
brucava.

nella longue durée la tua mimica si spostava tutto intorno con un’infinita
lentezza, una pellicola. si depositava su braccia e volto, un gel.

**

1 D. Falb, BANCOR, Idstein, KOOKbooks, 2009, p. 48.
2 Idem, Wörter einer Ausstellung, «BELLA triste», 25, 2009 (consultabile anche online all’indirizzo: http://www.bellatriste.de/bella.php?n=121&p=probe&id=1281)
3 Ibidem.
4 Idem, BANCOR, cit., p. 33.
5 Cfr. M. Braun, Kühler Mischer der Diskurse, «Tagesspiegel», 18/10/2009.
6 D. Falb, BANCOR, cit., p. 27.

Altre poesie e un’intervista a Daniel Falb si possono trovare in Ricostruzioni. Nuovi poeti di Berlino, a c. di Th. Prammer, (Pero) Milano, 24 ORE Cultura  – Libri Schweiller, 2011.

NOTA BIOGRAFICA: Daniel Falb è nato a Kassel nel 1977 e dal 1998 vive e lavora a Berlino. Ha studiato fisica, filosofia e scienze politiche ed è vincitore di numerosi premi letterari, tra cui il premio Prenzlauer Berg e il premio del Literarisches Colloquium Berlin e della fondazione Kunst:Raum Sylt-Quelle per il migliore esordio poetico. Poesie di Daniel Falb sono uscite su diverse riviste e nell’antologia “Lyrik von JETZT” (a c. di B. Kuhligk e J. Wagner, DuMont, 2003). La sua prima raccolta, die räumung dieser parks (2003), è stata anche la prima pubblicazione poetica di KOOKbooks, divenuto recentemente uno dei più importanti editori indipendenti tedeschi. La seconda raccolta, BANCOR, è uscita nel 2009.

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