Lo sguardo e le parole: sulle nuove poesie di Mario Benedetti

di Claudia Crocco

Le poesie inedite di Mario Benedetti pubblicate sul nuovo sito letterario Le parole e le cose sono arrivate tre anni dopo l’ultima raccolta lirica vera e propria, ossia Pitture nere su carta (Milano, Mondadori, 2008); ma sono state scritte in due momenti diversi, come ci informano le date poste in calce: La strada e la prima parte di Eco risalgono al 25 agosto 2010, mentre gli ultimi due testi sono più recenti, del 2 agosto 2011.
La prima impressione che si ha leggendo i quattro nuovi componimenti è di forte continuità con le poesie di Umana gloria. Al tempo stesso, portano il segno dell’evoluzione più recente del percorso poetico di Benedetti, e di quella tappa che è anche un confine, ossia Pitture nere su carta. Mi spiegherò meglio attraverso alcuni esempi e raffronti con poesie delle due precedenti raccolte.
Le somiglianze con i testi della raccolta del 2004 sono riscontrabili soprattutto a partire da alcune ricorrenze lessicali e nelle strutture sintattiche.
Innanzitutto, sono molto numerosi i termini riconducibili alla semantica visiva: “sguardo”, “occhi”, “cieco”, “vedere”, “è visto”.  La percezione della realtà attraverso gli occhi costituisce uno degli aspetti dominanti della poesia di Benedetti a partire dalle prime plaquettes; ma è soprattutto una delle caratteristiche principali di Umana gloria. Presentando Benedetti in una celebre antologia del 2005, Parola plurale, Raffaella Scarpa1 ha parlato di un vero e proprio sistema “ottico-ontologico”: l’esistenza e la dicibilità delle cose sono legate alla loro percezione attraverso gli occhi, spesso ‘invocati’ o citati all’interno dei testi.
Gli organi della vista non sono scomposti e considerati nel loro aspetto fisiologico, come ad esempio avviene nella poesia di Valerio Magrelli: lo sguardo reale si intreccia a quello interiore, della memoria e del ricordo, e solo così percepisce e ‘dice’ le cose. Per questo motivo a volte sembra quasi che strumento e oggetto della visione coincidano, come in alcuni versi di Umana gloria: “Parte dei miei occhi è sotto la tua giacca, | parte nelle farfalle in cui si sfa il mobiletto”; “Le radici entrano tra i sassi del muro sul canale, | gli occhi sono gli appartamenti in alto, le tavole dei quadri slavi”¹. Lo straniamento creato da queste associazioni alogiche è completato da una modalità sintattica molto frequente in Benedetti, ad esempio in questi versi: “La luna è poter guardare tra le piante […]Anche l’aeroplano è un tempo che è stato”; “E io vorrei le parole per dire gli occhi […] allora il tavolo è i bicchieri che porta, le bottiglie e i bicchieri  […]”. Il primo elemento, di solito un dettaglio realistico dell’immagine al centro del testo (‘il tavolo’, ‘l’aeroplano’), è il secondo, in un senso che non sarebbe accettabile – poiché scorretto, non funzionante – nella comunicazione ordinaria. Questo schema ritorna nella quarta poesia pubblicata su Le parole e le cose, nei versi: “Il preciso mangiare non è la minestra /  Il mare non è l’acqua dello stare qui”; “[…]Una landa impronunciabile / è il letto nella casa di riposo dei morenti.” La sintassi è forzata, perché non congiunge parole e pensieri secondo nessi logici.

L’identificazione fra sguardo che percepisce e forma delle cose percepite, invece, è presente in La strada: “Lo sguardo s’iscurisce nella forma / di una porta marcita dove abita una signora anziana da sola.”; “Le parole sono nelle storie che mi hai fatto vedere.” In questo secondo verso si può notare un passaggio ulteriore: vedere diventa un solo gesto con il dire. La vista è lo strumento attraverso cui comprovare la realtà, ed è alla base della scrittura: è indispensabile perché quella realtà esista, e perché dia vita a “storie”. Già in Umana gloria3 si leggeva: “E io vorrei le parole per dire gli occhi”; “Come non siamo capaci di non pensare, di non immaginare”. In Pitture nere su carta questo tipo di esplorazione è forzata e portata ad un limite ulteriore: “Casa, lastre che sono state occhi,/ e il proprio nulla. Vaga / nel silenzio. E io non so dire e non dire, / fu il periodo antico” 4; e poi, nei versi forse più importanti della raccolta, “Stella in esplosione. Anelli/ concentrici. Cede / la vista, cede la memoria. […]”5. Nel libro del 2009 la visione era legata al metafisico, e lo sguardo rivolto alla descrizione di “una realtà apparentemente certa e indubitabile che invece è ogni volta sul punto di sparire o di trasformarsi nel suo contrario, o in qualcosa d’altro” (Massimo Gezzi, qui).
In Eco, La strada e nei due testi del 2011 si può ricostruire una sequenza interessante, quasi un racconto dello smarrimento della parola e dello sguardo poetico: “Le parole sono nelle storie che mi hai fatto vedere./ Quanto non è visto, e quanto non si dice oggi!”; “La tua mano si è chiusa gli occhi con i cerotti”/ Lo vedi? Cosa si può fare?”; “Le parole hanno fatto il loro corso”; “Le parole hanno fatto il loro corso”; “Quante parole non ci sono più”; “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole.”.

Un altro aspetto interessante dei nuovi testi è la dimensione temporale, che amplifica lo straniamento. Che tipo di voce è, quella delle nuove poesie? Chi è il suo “sosia”? Sta parlando di sé o di qualcun altro?  Se le parole servono a tradurre la forma, l’immagine delle cose, a questa visione si intreccia continuamente quella generata dal ricordo, dalla memoria. Nelle poesie i piani temporali sono sovrapposti, proprio perché filtrati dallo sguardo e dal suo tempo interiore, quello stesso che in Pitture nere su carta è definito “un tempo senza tempo”. Questa dimensione temporale (che in Umana gloria era espressa soprattutto con i verbi all’imperfetto, mentre qui domina il presente) è del tutto estranea alla cronologia ordinaria e ‘diurna’: quindi complica il significato della poesia, crea una dimensione onirica. Senz’altro ne costituiscono una parte importante ricordi di episodi biografici legati all’infanzia in Friuli; tuttavia non sono distinguibili in modo netto, né d’altronde avrebbe importanza farlo (come invece è stato tentato da alcuni commentatori in questi anni). “Tutto è una distanza sola”, si legge al sesto verso di La strada: e vi compaiono due figure che sembrano fantasmi: il padre (verso 4) e la madre (verso 9), già evocati in Umana gloria e, soprattutto, in Pitture nere su carta.
Se “le parole hanno fatto il loro corso” e  i ricordi, le cose del passato “non sono la storia da raccontare”, cosa resta da scrivere?
“Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole”: in Eco e La strada la scrittura di Benedetti sembra di nuovo esplorare un limite. L’orizzonte del testo è la descrizione della morte, la solitudine, una vita che “sopravvive”. E – purtroppo? – ci riesce benissimo. I frammenti metafisici delle Pitture nere tornano qui ad avere la densità, il realismo, la corporeità e la tangibilità di Umana gloria. Il risultato è forse un momento nuovo della poesia di Benedetti, in cui la scrittura è metafisica e realistica al tempo stesso.

***

1 R. Scarpa, Mario Benedetti, in AA.VV., Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli, Sossella, Roma , 2005, pp. 419-21
2 M. Benedetti, Umana gloria, Milano, Mondadori, 2004, p.58
M. Benedetti, Borgo Scovertz, in Umana gloria, cit., p.107
M. Benedetti, Con il sole nel muro grande di casa, in Umana gloria, cit.
M. Benedetti, Lacrime 6 , in Pitture nere su carta , Milano, Mondadori, 2009
M. Benedetti, Supernove 2, in  Pitture nere su carta, cit., p. 83

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Stefano Dal Bianco ha detto:

    Cara Claudia, il tuo “esercizio di lettura” mi sembra bello e utile. Mi lasciano un po’ perplesso le righe conclusive: “Il risultato è forse un momento nuovo della poesia di Benedetti, in cui la scrittura è metafisica e realistica al tempo stesso”. Credo che le parole non siano quelle giuste. Le categorie “metafisica” e “realistica” dicono poco, non sono prensili. Non lo sono in sé, perché troppo vaghe e applicabili quasi a chiunque, e non lo sono rispetto all’oggetto perché non riescono a definire la “novità”, se c’è, di quelle poesie. Tutto Benedetti è metafisico e realistico. Si può specificare?

  2. claudia crocco ha detto:

    Sono categorie vaghe, è vero. Quello che intendevo dire è che la categoria di ‘metafisica’ mi sembra sia applicabile soprattutto alla poesia di “Pitture nere”. Mi viene in mente un commento (sempre a “Pitture nere”) di Calandrone: “La parola di Mario Benedetti è un asse non più terrestre, si è spinta oltre gli effimeri contorni della materia, è un esodo continuo di parole-molecole che rifondano la massa evanescente di una stella nuova a bordo pagina”. La poesia di “Pitture nere” è metafisica nel senso di ‘non umana’, quasi esterna rispetto ai nostri sensi conoscitivi.
    Nei nuovi testi c’è più concretezza, le immagini sono più chiare, sono ricostruibili delle scene precise: e in questo senso la semantica è più ‘aderente al reale’. Però la tensione ‘metafisica’ rimane. C’è una sintesi, un tentativo di cogliere le cose così come sono, essenzialmente e al di fuori di noi; ma allo stesso tempo sono permeate dal (e ‘del’) ricordo, cioè del modo in cui sono pensate.
    Spero di essere stata più chiara.

    PS: metafisica e realismo sono poi così lontani?

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