Le cose. Una storia dei giorni nostri

di Umberto Mazzei

Einaudi ha di recente ripubblicato Le cose, il primo romanzo di Georges Perec (edito originariamente per Julliard nel 1965 e tradotto in Italia l’anno successivo per Mondadori), proseguendo così la serie di ristampe e pubblicazioni inedite che negli ultimi anni sta dando nuova luce all’opera dell’autore francese – tra le altre si segnalano W o il ricordo d’infanzia (Einaudi, 2005), Un uomo che dorme e La bottega oscura. 124 sogni (Quodlibet, 2009 e 2011).
Les Choses. Une histoire des années soixante alla sua uscita andò incontro a un immediato successo – premio Renaudot, oltre centomila copie vendute – ma la critica di allora, come evidenziato da Andrea Canobbio nella sua bella prefazione, lo considerò poco più che un documento privo di qualità letteraria, un saggio di sociologia sulla società dei consumi.
A una prima impressione i due protagonisti si presentano, in effetti, come personaggi-tipo facilmente generalizzabili, in cui l’identificazione è favorita dalla penuria di informazioni – ne conosciamo appena l’età, ventiquattro lui, ventidue lei, e la provenienza piccolo borghese. Nessuna descrizione fisica, non hanno famiglia né passato. I loro nomi, Jerôme e Sylvie, sono etichette applicate a un involucro trasparente. Due giovani qualunque, insomma, religiosamente votati al feticismo della merce.
Questa, tuttavia, è solo la superficie, la cornice di un quadro più profondo e complesso. Al centro del focus narrativo non si trovano – o non si trovano solamente – i meccanismi esterni (quelli economico-produttivi) ma quelli interni: tensioni, frustrazioni, desideri e aspettative. Non sono le cose del titolo le vere protagoniste del romanzo, ma quella lenta meticolosa serie di piccole torture che da esse generano con sadica fatalità. In sintesi, le dinamiche della ricerca della felicità calate nel contesto della moderna società capitalista.
Jerôme e Sylvie hanno abbandonato gli studi e lavorano come “psicosociologi”, fanno cioè interviste e sondaggi di mercato, un impiego alla buona che gli consente di prendere un appartamento a Parigi e vivere di espedienti, straziandosi nel desiderio di quegli oggetti di lusso e quella vita agiata che la loro condizione economica non gli permette. Decisi a non conformarsi, a non integrarsi stabilmente nel mondo lavorativo, vivono in attesa di un miracolo (una grossa vincita alla lotteria, un’eredità, una qualsiasi fortuna piovuta dal cielo) che li restituisca allo status sociale cui si sentono di appartenere. Tentano la fuga in Tunisia, nella cittadina di Sfax, ma è un’impresa votata al fallimento: non basta rimuovere la presenza materiale delle cose per liberarsi della smania di possederle. L’incapacità di adattarsi alla nuova realtà si risolve così in un vuoto emotivo al quale perfino le frustrazioni incessanti della vita parigina sono preferibili:

una volta avevano sentito almeno la frenesia di avere. Questa esigenza spesso aveva sostituito in loro l’esistenza. Si erano sentiti tesi in avanti, impazienti, divorati dai desideri. (p. 111)

Da qui il ritorno in patria e il rapido epilogo, un lieto fine che lascia l’amaro in bocca: l’agognato benessere si ottiene solo a patto della resa incondizionata dell’individuo.
Attento alla corrispondenza di stile e contenuto, Perec scandisce la narrazione in tre parti dominate da tre tempi verbali differenti: il condizionale per l’incipit, con la descrizione minuziosa dell’appartamento ideale; l’imperfetto per il corpo della narrazione; il futuro per l’epilogo. Affrontando un contesto di relazioni umane degradate, Le cose si presenta completamente privo di dialoghi e procede in un susseguirsi di elenchi di oggetti; di fatto, come dice giustamente Marco Belpoliti, il romanzo

funziona per addizione e accumulazione, in modo che il senso del racconto è una tautologia: la società dei consumi è la società dei consumi. La conclusione è una sola: l’immagine che la società offre di sé attraverso i due protagonisti […] è narcisistica.¹

Concludo con un ultimo rilievo, persino banale nella sua evidenza. Le cose è un libro che consente al lettore di oggi, specie se giovane, di misurare se stesso e la propria epoca in duplice prospettiva. Se infatti, come si è già notato, ancora adesso è facile immedesimarsi in pensieri e atteggiamenti dei due protagonisti, risulta invece straniante (ma straniante è dir poco… si dovrebbe forse dire desolante, deprimente) il confronto, per esempio, tra i rapporti lavorativi di cinquantanni fa e quelli odierni. Jerôme e Sylvie, ventenni non laureati, trovano senza fatica un impiego saltuario che gli assicura uno stipendio decente e un appartamento confortevole. Quando, infine, si rassegneranno alla prospettiva del posto fisso, e quindi all’integrazione definitiva nella middle-class, gli basterà chiedere consiglio ad amici e scrivere qualche curricula per ottenere un lavoro stabile e redditizio. Tutto questo, nel 2011, è pura fantascienza. E così un passaggio che – per altri motivi – già nel 1965 doveva suonare angosciante, oggi non si può leggere senza sentire una goccia gelida di sudore correre lenta per la schiena:

Se è facile ammettere, infatti, da parte di individui che non hanno ancora raggiunto la trentina, che mantengano una certa indipendenza e lavorino come gli va, se anche talvolta si apprezza la loro disponibilità, la loro apertura mentale, la varietà della loro esperienza o anche quel che si chiama la loro polivalenza, in compenso si esige, d’altronde alquanto contraddittoriamente, da ogni futuro collaboratore che, una volta superata la soglia dei trent’anni (rendendo così, per l’appunto, i trent’anni una soglia), dia prova di sicura stabilità, e siano garantite la puntualità, la serietà e la disciplina. I datori di lavoro, soprattutto nella pubblicità, non solo rifiutano di assumere individui che abbiano superato i trentacinque anni, ma esitano ad aver fiducia in qualcuno che a trent’anni non ha mai avuto un posto stabile. Quanto poi a continuare, come se niente fosse, a servirsene solo saltuariamente, anche questo è impossibile: l’instabilità non è presa sul serio; a trent’anni si ha il dovere di essere arrivati, oppure non si è niente. E nessuno è arrivato se non ha trovato il proprio posto, se non si è fatto la cuccia, non ha le sue chiavi, il suo ufficio, la sua targhetta. (p. 49)

¹M. Belpoliti, Un uomo che scrive in Alfalibri n. 3, supplemento a Alfabeta2 n. 11, luglio-agosto 2011.

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