Una recensione a Ruggine

di Federico Pacciani

Io credo che la scrittura cinematografica sia qualcosa che trascenda la pagina scritta. Credo che si «scriva» quando si vanno a fare i sopralluoghi o quando fai le prove con gli attori, e ovviamente quando sei in ripresa e in montaggio. A volte ho l’impressione che anche quando il film è finito e visto dal pubblico in realtà continui a scriversi da solo.

Daniele Gaglianone

Ruggine, il nuovo film di Daniele Gaglianone, ha aperto quest’anno le Giornate degli Autori alla 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il regista si è cimentato per la seconda volta nella trasposizione di un romanzo, riadattando per il grande schermo il libro omonimo di Stefano Massaron (Einaudi, 2005). Si tratta di un’opera di forte impatto che mostra l’impegnativo tema della violenza sui bambini filtrato dalle coscienze, e dagli occhi, dei bambini stessi.
La storia si svolge su due distinti piani spazio-temporali. Da una parte ci viene mostrata la periferia di una città del Nord negli anni ’70, in cui, tra campi abbandonati e lamiere contorte, un gruppo di ragazzini scorrazza impunemente. Dall’altra, i giorni nostri fanno da cornice allo spaccato di vita di tre di quei bambini, oramai cresciuti. Anche se probabilmente ci troviamo nella stessa città, non è dato saperlo: ci viene mostrato soltanto un assaggio della loro esperienza di adulti e degli strascichi che l’infanzia ha lasciato in loro.

Il racconto del passato si dipana lentamente attorno all’azione scellerata del ‘Mostro’, la tragica e cruenta violenza su due bambine. Il fatto ovviamente sconvolge la vita del quartiere, e soprattutto quella degli altri bambini, che nell’immediato reagiscono in modo istintivo, a tratti violento. Tuttavia, man mano che affiora l’intuizione di un male molto più vicino di quanto si possa pensare, subentra nei ragazzini una sensazione di inquietudine, di smarrimento. I bambini iniziano a sospettare inequivocabilmente del rispettabile dottor Boldrini, pediatra di zona, ma allo stesso tempo si forma in loro la consapevolezza che gli adulti non potrebbero mai dar loro credito. Soprattutto, credito a cosa? L’accusa dei bambini è troppo pesante, troppo difficile da decifrare: le parole non bastano.
Il presente è frammentato nelle tre sequenze dei personaggi adulti, che intervallano la narrazione principale, quella del passato, fino a convergere nell’epilogo finale. Sandro e Cinzia, che all’epoca del ‘Mostro’ erano fidanzatini, hanno preso ognuno la propria strada e conducono due vite apparentemente tranquille. Ma è sufficiente grattare la superficie per far riaffiorare le sensazioni provate in quei giorni rimossi dalla memoria. Vediamo Sandro, interpretato da Stefano Accorsi, trascorrere una giornata a giocare con suo figlio in un’atmosfera serena, e tuttavia quasi claustrofobica, all’interno di un appartamento spoglio e costellato di scatoloni. In questo modo, ha spiegato il regista dopo la proiezione, si è cercato di trasmettere un senso di precarietà e in qualche modo di inadeguatezza, da cui il genitore riesce o almeno tenta di salvare il figlio. Cinzia invece è mostrata mentre ‘vivacizza’ uno scrutinio di terza media in cui si affronta il caso di un presunto abuso su una studentessa: rivivendo il proprio trauma infantile, il personaggio di Valeria Solarino si scontra violentemente con due colleghi maschi, rei di minimizzare l’eventualità di un simile episodio. Il terzo ed ultimo personaggio che incontriamo è Carmine, interpretato da un sempre più bravo Valerio Mastandrea, il quale sembra aver subito più degli altri il peso di quegli eventi lontani. Si tratta di una parte aggiuntiva rispetto al romanzo, ma gioca un ruolo essenziale nel chiudere il cerchio della narrazione cinematografica. Carmine è un personaggio statico, fermo nella sua incapacità di superare il ‘Mostro’ che si è insediato nella sua coscienza – come del resto è avvenuto per Cinzia e Sandro. Il senso del film forse sta proprio qui, nel fatto che quello che ci accade non può essere cancellato ed è necessario conviverci. La differenza tra una persona e l’altra risiede nella modalità di questa convivenza. Molto dipende dalla propria indole, dalla propria forza interiore, ma una parte è necessariamente giocata anche dal caso.

Colpiscono lo spettatore le brillanti interpretazioni dei giovanissimi attori, così come quella dell’ottimo Filippo Timi nella parte del dottore, calato alla perfezione nei panni dell’’Uomo nero’ grazie a un’espressività di sostanza e un gran lavoro di voce, che da sola è sufficiente a far paura. Il personaggio indubbiamente tiene degli atteggiamenti sopra le righe ed è chiaro che si sia voluto calcare un po’ la mano sulla “cattiveria” del Mostro. La speranza è che l’obiettivo non fosse tanto quello di scandalizzare il pubblico quanto di sottolineare che ci troviamo di fronte a una favola moderna, in cui l’orco deve comportarsi come tale. In ogni caso, si tratta di una scelta abbastanza di comodo: la sensazione, alla fine del film è che non si sia osato abbastanza, che non si siano sviluppati fino in fondo i contenuti della storia, nonostante le premesse ci fossero tutte. Molto è lasciato al non detto, e anche se si tratta di una scelta registica, non tutte le immagini sono così evocative come sperato. Le frequenti pause tra una scena e l’altra, rimarcate dal montaggio in modo talvolta un po’ superfluo, sembrano invitare alla riflessione; la fotografia, scarna ma efficace, con la sua luce sfumata e l’uso sapiente della sfocatura, suggerisce alla perfezione un’atmosfera traslucida, sognante.
Un sogno, anzi un incubo, da cui è difficile svegliarsi.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. janvierlucas ha detto:

    Il film dev’essere senz’altro molto bello, però è un peccato che la trasposizione di soggetti da romanzi sia oramai l’abitudine per i registi. Non sono d’accordo sul fatto che il film “vada oltre” la pagina scritta, credo abbia delle potenzialità diverse e totalmente indipendenti da un altra forma di ipertesto. Poi uno può dire quello che vuole ma quando c’è Mastandrea e la pellicola titola “Ruggine” non si può non vedere.

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