Santiago Montobbio. Piccolo florilegio di poesia, arte e vita

traduzioni e testo introduttivo di Amaranta Sbardella

Santiago Montobbio è un poeta barcellonese dall’intenso percorso creativo. Ancora molto giovane pubblica le sue prime opere, tra cui ricordiamo Hospital de inocentes (1989) e Ética confirmada (1990). Poi, dopo un ventennio di apparente silenzio, i giorni di marzo del 2009 assistono ad una copiosa e vivida ricomparsa dell’ispirazione poetica. Da quei giorni Montobbio non ha più abbandonato la penna e la sua opera si sta diffondendo con incredibile velocità in Spagna e nel resto d’Europa.
Il suo incedere meditativo percorre i sentieri della profonda penetrazione di sé, della sferzante richiesta di un senso e della sublimazione di questa ricerca spasmodica nell’arte. Il poeta, consapevole della propria solitudine, accetta il carico di un destino amaro e spettrale per rifugiarsi tra le morbide sinuosità dei versi, tra parole che si ripetono di poesia in poesia a delimitare un  campo semantico sempre più orientato verso la riflessione metafisica.
L’uomo delle poesie di Montobbio oscilla tra l’amore e l’oblio. L’amore si definisce nella sua indefinitezza: amore erotico-sentimentale, o forse amore cristiano di fratellanza per un dolore condiviso e profetizzato dal poeta, il quale si immola redentore grazie alla sua intima penetrazione dell’enigma della vita. L’oblio, d’altra parte, impera nelle poesie, soprattutto nell’ultima produzione – a partire dal 2009 -, impregna le pagine e si ripete ossessiva come un tamburo che ad ogni rullo ci ricorda la fragilità dell’uomo e il trascorrere del tempo.

Proponiamo qui una brevissima selezione: la prima poesia, El anarquista de las bengalas – L’anarchico dei bengala, fa parte dell’omonima raccolta, concepita a fine anni ‘80 e pubblicata in quest’ultimi anni. Le altre poesie, invece, fanno parte dell’ultima antologia poetica, La poesía es un fondo de agua marinaLa poesia è un fondale d’acqua marina.
Ulteriori approfondimenti sono qui , qui e qui.

L’anarchico dei bengala

Io sono l’anarchico dei bengala,
l’unico anarchico, quello che rimane e passa:
ho avuto nomi nei quali dormivano i frutti
dei cuori strani. Lavoro a ogni ora,
soprattutto quando la gente afferma
che non faccio nulla. So lavarmi l’anima
sopra carta e nulla, mettere bombe ad orologeria
nelle città che sento sulle spalle,
cercare e con oblio il solletico a un amore
che con distanza prefiguro e tramite tutto questo
rimanere dappertutto essendomene
andato.

aaaaaaaPerché io sono
l’anarchico dei bengala. Ogni volta
che ne accendo uno il tuo cuore
e il mio si spengono.

L’università degli studenti che non imparano.

E’al centro della città, nel posto
migliore. Da lì si può passeggiare o
infilarsi in bar, sale biliardo, dove collezionare
ore morte e sigarette e birre,
coltivare in libertà la solitudine e anche
crescere e abbandonarsi all’ardore di qualche chiacchierata.
A questo serve la giovinezza. La giovinezza insegue
la verità al di là della parola e sogna
che l’arte rifaccia daccapo il mondo,
quest’arte che poi forse si limiterà, risulta più chiusa,
non riesce a oltrepassare le frontiere di ognuno di noi
e non ha così tanti possibili percorsi, tanti significati
misteriosi. Non è né così piena né così ricca.
E’ più povera nel suo destino, come povero
è ciascuno di noi. Ciò si comincia
ad impararlo all’Università degli studenti che non imparano,
voglio dire che non imparano lì, che non
ci vanno mai, perché la vita è una scuola sufficiente
e non importa nulla più dell’arte
e l’arte non si impara
ma solo si semina, germina, matura e si raccoglie.
L’arte procede leggera e anche sprofonda nell’abisso.
L’unico studente che ammette è quello che
all’Università non impara e lo cerca e lo insegue
per gli oscuri misteri di se stessa e le tempeste
imprevedibili della vita.

Carico l’orologio di nessun tempo.

Lo serbo nel mio profondo. E’ inutile o vecchio
o serve solo perché nel tempo non ci sia tempo
e i giorni non siano distinti e la terra
sia l’oblio e le diverse forme
che ricordano l’inferno
tra i polpastrelli delle dita.
Ho quest’orologio e lo devo caricare.
Lo pretende o implica il solo fatto di essere vivo.
Vivere è caricare quest’orologio di nessun tempo,
averlo dentro. E’ seme che si sparge e germina
nelle notti e nei giorni, per rubar loro il volto
e i polpastrelli delle dita, l’ho già detto.
Quest’orologio si affratella alla solitudine.
Della solitudine è anche la cifra, la frontiera.
La vita conserva quest’orologio perso e rotto e nel profondo di sé
e in silenzio ci impone di caricarlo.
Sentenzia lui col suo battito
i passi del mondo.

In una sedia vuota qualcuno riposa.

Questa sedia ha una sagoma che le è propria.
Abita in lei. Se qualcuno vi si siede
le fa male. Ma questo qualcuno non si lamenta.
Non vuole che si sospetti la sua presenza,
che si sappia che è lì, su quella sedia,
in quel bar o in quella sala d’attesa, vedendo
passare la vita come silenzio o come spia.
Queste sedie si trovano in alcuni posti.
Le occupa qualcuno. Da loro ci controlla.
Ma, se li percepiamo, non possiamo scoprirli,
né avvisare nessuno della loro presenza. Si dissolverebbero.
La vita ha bisogno di queste silenziose sentinelle,
queste presenze dimenticate, questi uomini e queste sagome
segrete sulle loro sedie. La vita racchiude questo
e altri misteri. Si popola di loro.

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