Variazioni sul tema con Salgari

di Eloisa Del Giudice

Innanzitutto, un preambolo fondamentale e purtroppo ancora necessario: si dice Salgàri. Salgàri, parola piana, come narvàlo. Sì, sì, ho controllato, si dice narvàlo (lo so, è stato deludente anche per me). Nel 1911, cent’anni fa tondi tondi, moriva suicida a Torino Emilio Salgari, pietra angolare della lettura degli Italiani, delle similitudini a sfondo zoologico e delle mie personalissime ossessioni letterarie. Ai suoi tempi, il nostro riuscì a far vendere oltre centomila copie del Corsaro Nero (1898) in un’Italia quasi esclusivamente analfabeta: praticamente riuscì a fare leggere (spontaneamente, tra l’altro) il Corsaro Nero a quasi tutti quelli che sapevano leggere. Per questo e per quelle meravigliose similitudini con gli animali, Salgari non è ancora lodato, ringraziato e riverito come meriterebbe. Ciononostante, il 25 aprile di quest’anno si è festeggiato, oltre alla Liberazione (anch’essa mai abbastanza lodata, ringraziata e riverita), il centenario dalla morte del nostro caro Emilio: si sa, ciò che non fa l’amor lo fa la cifra tonda, e il 2011 ha segnato un ritorno di fiamma quantomeno simbolico su questo – lasciatemelo dire – padre della patria. Tra le benemerite quanto spesso vane iniziative promosse dagli uomini di buona volontà si possono citare i numerosi convegni di soli iniziati e le uscite di romanzi in edicola, “da leggere e collezionare”, quei libri coscienziosamente comprati, diligentemente sistemati e sistematicamente non letti. Tra l’inevitabilmente settario e il vacuamente popolare, si sono tuttavia fatte notare diverse perle (ché, grazie al cielo, anche le perle sono inevitabili).
In questo 2011 anno santo delle commemorazioni, anno in cui si è fatto un gran parlare di Salgari, spiccano due casi letterari in cui si è fatto parlare direttamente Salgari. E diciamolo, non c’è niente di più gratificante nell’anniversario della morte di un autore che fare finalmente di lui un personaggio: in un certo senso, questa sì che è vita. Prima perla dell’anno, il romanzo di Ernesto Ferrero Disegnare il vento (Einaudi); la seconda l’album per bambini (e me, evidentemente) Emilio Salgari, navigatore di sogni di Serena Piazza e Paolo d’Altan (Rizzoli). Il primo fa parte della cinquina in finale per il Premio Campiello, l’illustratore del secondo ha riportato il Premio Andersen appunto come migliore illustratore: è ufficiale, c’è una giustizia nel mondo.

Disegnare il vento prende quei tasselli sporadici che sono le testimonianze cartacee della vita di Salgari (lettere ai figli, agli editori, alla moglie, della moglie, articoli di giornale, deposizioni, ecc) e li colloca con grazia infinita in un mosaico inventato. Con la precisione di un orologiaio e l’eleganza di un orafo, Ferrero crea un mondo nel quale questi scritti, privati o pubblici, trovano un’origine e una collocazione, ma soprattutto una ragione intima. Dall’amore per la moglie Aida all’orrendo (e tanto più orrendo quanto più teatrale) suicidio, passando per il suo salotto, tra le sue lenzuola, sui ballatoi del caseggiato alla Madonna del Pilone, in una Torino che l’urbanizzazione di inizi ‘900 stira e sventra, si dispiega l’autobiografia immaginaria ma mai così palpabile di un uomo con troppa fantasia per non farsi male. A macchiare questo gioiello, un finale tremendamente hollywoodiano sul quale ovviamente tacerò ma sugli effetti del quale non ho la minima intenzione di tacere. Siccome ogni argomentazione comporterebbe uno spoiler, mi limiterò ad una gretta considerazione (che, nella sua grettezza, spero acuisca il mistero che plana intorno al romanzo e ne faccia impennare vertiginosamente le vendite): così non va bene. In una vita di avventure abortite, contratti sbagliati e bugie, il suicidio di Salgari è, di fatto, l’unica vera azione che egli abbia mai compiuto nella vita (a parte scrivere, ovviamente, cioè parlare delle azioni degli altri). Un’azione unica, definitiva, simbolica, in un pozzo di solitudine senza fondo. Salgari è morto di una morte quanto mai contemporanea e delicatissima: l’incapacità di gestire il reale sotto il peso di troppo virtuale (troppa fantasia, si diceva ai tempi, ma è la stessa cosa). Salgari si era creato un mondo completo, bellissimo e assolutamente impossibile nel quale noi abbiamo avuto il diritto di entrare ma che lui non ha mai potuto abitare davvero. Una morte così l’avrei immaginata scritta in modo diverso, ecco. Detto questo, questa scivolata sul finale non mi disturba: senza di essa il libro sarebbe stato perfetto e Ferrero un santo e, personalmente, ritengo che la santità sia una qualità che si addice ai morti (ai morti anziani, preferibilmente; ai morti giovani spetta il genio, e a me resta la pazienza).

Emilio Salgari navigatore di sogni procede seguendo un meccanismo simile a Disegnare il vento: incastonare stralci dei più grandi romanzi salgariani in una storia che lo vede protagonista. Il piccolo Umberto, un bimbetto con un grande ciuffo e un’altrettanto grande passione letteraria, è il garzone di una macelleria torinese che diventa per un giorno l’allievo di questo maestro d’eccezione che è ovviamente Salgari. La materia d’insegnamento è la fantasia, o meglio, l’esercizio della fantasia, ingrediente primo ed essenza assoluta dei suoi romanzi, qualcosa che assomiglia di più a un’ora di ginnastica che a una lezione d’italiano. Oltre alla bella penna di Serena Piazza e al progetto in sé, quello di presentare un autore a un pubblico di piccolissimi al di qua dello specchio dei suoi romanzi, spiccano, formidabili – direbbe Salgari – , le illustrazioni di Paolo d’Altan. L’artista milanese (non amo in genere la parola “artista”, ma mi evita di ripetere due volte “illustratore”) prende spunto da quel paio di ritratti di Salgari attraverso cui noi tutti lo conosciamo – piccolo e robusto, coi baffi all’insù e un sorriso ormai fuori produzione – e, letteralmente, li anima. Nelle illustrazioni di d’Altan, Salgari porta negli occhi tutto il carico di questa sua anima gravida, fertile e pesante al tempo stesso. Intorno a lui e al piccolo Umberto, intorno alla casa in riva al Po alla Madonna del Pilone e ad un foglio di carta bianco, si liberano tigri, pirati, creature marine e foreste tropicali. Intorno alla vita prosaica di uno scrittore coi suoi vezzi e i suoi problemi si libera tutto il portento della sua poesia interiore. Il dentro esplode tutto intorno e d’Altan orchestra i fuochi. Si può comprare un libro solo per il piacere assoluto di contemplarlo? Sì. Ci si può sentire bene solo per averlo contemplato? Sì.

Non c’è che dire, Ferrero è un grande illustratore e d’Altan un poeta epico: questa sì che è vita.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Ernesto Ferrero ha detto:

    L’autore (che confermo essere assai lontano dalla santità) sentitamente ringrazia, e promette di provare a far meglio in avvenire.
    Ernesto Ferrero

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