Un pittore della vita moderna: recensione a “Hotel a Zero stelle” di Tommaso Pincio

di Silvia Costantino

La collana Contromano di Laterza è specializzata nella produzione di “oggetti narrativi non identificati”: dallo Spaesamento siciliano di Giorgio Vasta, passando per La vicevita di Valerio Magrelli, fino all’ultima analisi di Enrico Brizzi su La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio, i libri pubblicati sono narrazioni intelligenti, a metà tra il saggio e l’autobiografia.

In questo panorama, Hotel a zero stelle di Tommaso Pincio riesce a farsi notare. Il libro si intona perfettamente allo stile di Contromano, essendo una raccolta di brevi testi sugli scrittori che hanno influenzato la vita e la formazione dell’io narrante, la cui esperienza si dipana nel corso della narrazione in maniera saltuaria, senza seguire un ordine cronologico. Gli scritti sono uniti tra loro da una cornice narrativa su modello dantesco: i quattro piani (che rispecchiano la selva oscura, l’inferno, il purgatorio, il paradiso) di un albergo scalcinato alle periferie del mondo ‘civile’, luogo ideale “i cui ospiti tipo dovrebbero essere i vagabondi dell’anima, coloro che ancora gironzolano alla ricerca di sé, senza troppa arte né parte”.
L’albergo creato da Pincio ospita, per ogni piano, quattro autori particolarmente cari all’autore. Questi i nomi degli ‘ospiti’: Parise, Greene, Kerouac, Fitzgerald, Simenon, Wallace, Dick, Landolfi, Melville, Pasolini, Marquez, Orwell, Borroughs, Kafka. Ciò permette al discorso di spaziare liberamente, senza la necessità di una continuità narrativa; ogni capitolo riesce a svelare, insieme ad un determinato aspetto dell’autore prescelto, anche un lato della vita del narratore, le sue riflessioni sul mondo e sul senso di esso. Hotel a zero stelle, in effetti, racconta della travagliata ricerca di un senso nell’opera e nella vita di Tommaso Pincio: come è stato notato, più che la cornice dell’albergo è la narrazione autobiografica il vero collante di questa raccolta di saggi. Un disvelamento totale, che del libro costituisce l’aspetto perturbante: il modo in cui lo scrittore si espone allo sguardo del lettore talvolta provoca una sensazione molto vicina al rigetto. È difficile non sentirsi intrusi mentre si legge dell’overdose dell’autore, dei suoi incubi notturni o del suo rapporto semi autistico con il mondo, in età giovanile.

Forse chi si è avvicinato di più ad una descrizione in poche parole di questo spiazzante concentrato di sincerità è Giuseppe Genna, che nel suo articolo-contenitore sul libro, parla di ‘lingua nuda. La nudità sembra davvero il termine chiave per definire l’operazione di Pincio: una limpidezza cristallina che accentua, in chi legge, la sensazione di invadere una dimensione privatissima; un mondo interiore che è però volontariamente esposto ad ogni sguardo. Più che un’occhiata dal buco della serratura, in effetti, Hotel a zero stelle offre la partecipazione ad una performance d’arte contemporanea in cui un uomo, lentamente, dolorosamente, si spoglia e altrettanto lentamente e dolorosamente si riveste, senza mai smettere di guardare negli occhi il proprio pubblico. Non a caso l’explicit del libro illustra proprio una performance, la scrittura del proprio ‘epitaffio preventivo’ su una parete appena ridipinta. È un’operazione palesemente parallela a quella della scrittura del libro: la parete bianca, ‘preparata’ dall’autore con i bozzetti delle persone a lui care che si espandono come una galassia – i ricordi, dapprima concentrati e via via sempre più sporadici, in movimento centrifugo – ospita un semplice appello, “non sparite”. Paradossale, visto che la parete su cui i volti e la scritta sono comparsi sarà nuovamente imbiancata il giorno successivo. La memoria è fondamentale, nel libro come nell’esibizione, perché ricordare, ed essere ricordati, è ciò che permette all’io di non perdersi, di ritrovare i propri punti cardinali e dunque la propria identità.
A questo punto è necessario, per comprendere davvero l’operazione di Pincio, distinguere accuratamente le parole ‘esibizione’ ed ‘esibizionismo’. L’esibizionismo, la ‘strizzata d’occhio’, sono banditi da Hotel a zero stelle. Niente di ciò che Pincio scrive – sia quando accosta in un densissimo discorso sui ‘pittori scrivani’ Caravaggio e Cy Twombly, sia quando racconta del tentato suicidio della madre – suona superfluo o velleitario; né il lettore è mai assalito dal sospetto di stare leggendo ‘autofiction’ (nel senso sitiano di ‘autobiografia di fatti non accaduti’): o meglio, un dubbio del genere è semplicemente inutile. Il ricordo, anche quando sgradevole, è sempre il filo che conduce ad una riflessione che va molto oltre il personale, diventando così indispensabile alla scalata dei piani dell’hotel. Peccato, però, che a parlare sia ‘Tommaso Pincio’, il ‘doppio del cazzo’ di Thomas Pynchon (scrittore di cui, peraltro, non si è mai visto il volto), vale a dire un nome fittizio, un personaggio che non esiste. Una contraddizione enorme, di cui è però difficile accorgersi: ci si arriva alla fine, quando è il narratore stesso ad introdurci nell’ultima stanza d’albergo, la 404. Qui si parla di Orwell e del suo rapporto con la letteratura, con la finzione, con la vita, in una folgorante riflessione sulle maschere che un autore si crea e da cui non riesce più a separarsi. Che un discorso del genere sia situato alla fine del libro – nella sezione idealmente affine al ‘Paradiso’ – poco prima dell’esplosione di volti su una parete bianca, e non all’inizio, è la dimostrazione finale della lucidità con la quale Tommaso Pincio ci parla di sé e del suo io-scrittore, maschera che gli permette un’onestà e una doppiezza egualmente assolute.

Come definire un’opera del genere? Giuseppe Genna aggiunge al confronto con la struttura dantesca (del resto evidente fin dal sottotitolo del libro) quello con i Salons baudelairiani. È un confronto interessante, non solo per le affinità storiche e culturali – Tommaso Pincio, come Charles Baudelaire, è esperto d’arte prima ancora che scrittore -, ma perché, in effetti, non sembra così stonato attribuire a Pincio la qualifica baudelairiana di ‘peintre de la vie moderne’, con quello sguardo così accuratamente descritto proprio in un saggio dei Salons: lo sguardo di un convalescente – di un ‘uomo della folla’ che, con famelica lucidità, cerca di assorbire il mondo intorno a lui, per poi rielaborarlo in forma artistica, fornendo(ci) una delle tante possibili chiavi di decifrazione di quella sterminata foresta di simboli che è la vita. E forse è sempre a Baudelaire che bisogna rifarsi, per trovare una sintesi adeguata alla messe di sensazioni contrastanti che lascia la lettura di Hotel a zero stelle, un libro sincero scritto da una maschera, così vicino e così lontano a chi legge: hypocrite écrivain, mon semblable, mon frère.

One Comment Add yours

  1. sergio ha detto:

    bello! concordo su tutto

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