L’utopia dell’armonia: l’eredità di Dostoevskij nell’opera di Nina Berberova

di Elena Paroli

Nel caso di Nina Berberova è indubbiamente vera la dicitura pasoliniana secondo cui ogni regista dirige sempre lo stesso film, ogni pittore dipinge il medesimo quadro e ogni autore scrive lo stesso libro. O quantomeno, compie continuamente delle variazioni sul tema. Il tema, l’archetipo, il sostrato di tutti gli scritti della Berberova è l’esilio. Ne conosciamo bene le ragioni biografiche (che del resto la accomunano a moltissimi intellettuali attivi negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione d’Ottobre) ma forse meno indagati sono i frutti, le soluzioni letterarie raggiunte a partire da tali moventi storici, ideologici, esistenziali. In particolare vorrei qui prendere in esame “Il capo delle tempeste“, scritto negli anni ’50 ma pubblicato postumo per volontà della stessa autrice e giunto in traduzione italiana solo due anni fa. La narrazione ruota attorno alla vita di tre giovani sorelle, figlie di uno stesso padre russo ma di madri diverse, arrivate in esilio a Parigi nel ’19. Il titolo del romanzo raccoglie in sé una precisa chiave di lettura per l’opera: la citazione posta in esergo al primo capitolo ci racconta della navigazione di Bartolomeo Diaz, il quale, non essendo riuscito a superare Capo di Buona Speranza, decise di ribattezzarlo ‘Capo delle tempeste’. Evidentemente la metafora geografica si sposta subito sul limite metafisico dell’invalicabilità interiore, in cui i confini non oltrepassabili sono molteplici: in primo luogo la Russia, amata terra ormai lontana, rarefatta sino ad assumere i tratti leggendari di un luogo forse mai esistito; in seconda istanza la vita collettiva, la comunità di esiliati che rimane chiusa entro se stessa; ed infine le singole esistenze, le parabole private scandite nel racconto della quotidianità. Si assiste ad un continuo scambio fra Universale e Particolare: la Grande Storia raccoglie in sé le singole vite che in essa trovano, se non un riscatto, almeno una giustificazione; ed ogni personaggio a sua volta diviene martire ( nel senso greco del termine) di una condizione esistenziale ormai generalizzata. L’impossibilità di un cambiamento è magistralmente resa dalla Berberova dall’assenza d’azione; in uno stile tutto cecoviano i personaggi si muovono ritratti nella malinconia della quotidianità, acuendone, paradossalmente proprio attraverso una scrittura in sordina, la grande drammaticità.
Le tre sorelle protagoniste, per quanto profondamente diverse tra loro nelle riflessioni sull’esistenza, nelle scelte quotidiane e nell’indole, sono infatti accomunate dal medesimo destino, dall’impossibilità di raggiungere un’armonia privata e un accordo con il mondo circostante. Dasa è la sorella maggiore, razionale e pragmatica, l’unica a tentare concretamente una nuova vita francese e un distacco dal passato; Zaj è la minore, giunta per ultima a Parigi, giovanissima e tutta protesa al primo amore. Al centro, e centro del romanzo vi è Sonja, certamente l’alter – ego della Berberova.

Gran parte del romanzo è dedicata, attraverso le pagine del diario, all’espressione della vita interiore della giovane, perennemente alla ricerca del senso, dell’equilibrio, di un fine. È il “ personaggio intelligente”, che inevitabilmente avrà un tragico epilogo. La sua enquête riassume infatti perfettamente l’ impasse dei personaggi kafkiani: un’urgenza di verità destinata a scarnificare a tal punto il non – senso dell’esistenza da renderne assurda persino l’indagine:

E sarai in pace con te stessa, sempre, come la maggior parte delle persone, d’altronde, che non si pongono mai la domanda: cos’è il mondo, con precisione? E io in questo mondo? Faccio un tutto con lui? Mi accetta così come sono? O forse mi unirò a lui soltanto nella morte? Infatti il mondo va verso la perdizione. la fine è vicina e non si può far altro che piangere su questo mondo, come si piange su un condannato a morte.

Tutta l’interrogazione di Sonja ruota attorno alla medesima domanda: come può essere possibile una felicità privata, davanti alla disarmonia del tutto?
Certo la questione non è nuova, ma anzi talmente arcaica da poter essere detta congenita all’uomo in quanto essere pensante. Ma l’aspetto che vorrei qui mettere in luce, al di là della domanda tout court, è il modus operandi, la modalità dell’interrogazione, e le ragioni della risposta che ci viene data. Giunti a questo punto non può non essere fatto il nome di Dostoevskij, che straripa dalle pagine della Berberova. Mi riferisco in particolare al dialogo sulla teodicea per antonomasia, Il grande inquisitore, in cui Ivàn Karamàzov narra al fratello Alëša il ritorno di Cristo sulla terra ai tempi della Santa Inquisizione. La vicenda è nota: il “Salvatore” viene subito incarcerato dall’ inquisitore che lo condanna a morte accusandolo di aver portato all’uomo il male peggiore, la libertà:

Non vi è affanno più tormentoso e continuo per l’uomo, rimasto libero, che il ricercare al più presto qualcuno da venerare. Ma l’uomo ricerca qualcosa che sia già inconfutabile, tanto inconfutabile che tutti gli essere acconsentano unanimemente e universalmente a venerare. Perché la preoccupazione di questi miseri esseri non è soltanto quella di trovare qualcosa che possa essere venerata dall’uno o dall’altro, bensì di trovare qualcosa in cui tutti credano e che tutti venerino, ma tutti insieme, senza eccezione. E proprio questo bisogno di comunione nella venerazione è il più grande tormento di ogni singolo individuo e dell’umanità intera fin dall’inizio dei secoli.

Cristo, ovviamente, non risponde a nessuna delle accuse che gli vengono rivolte, e viene lasciato libero dall’inquisitore. Il dialogo tra i due, in questo straordinario passo meta-letterario, viene subito seguito da quello tra i fratelli Karamàzov, che ne svolgono a tutti gli effetti l’esegesi. L’ Inquisitore, per un cieco amore verso l’umanità, ha dedicato tutta la sua esistenza al tentativo di svelare il mistero, di poter donare agli uomini la consapevolezza della differenza fra il bene e il male. Ma una volta incontrato lo “Spirito intelligente” si rende conto della più atroce delle verità: il mistero non è mai raggiungibile ( altro Capo delle tempeste ) e forse nemmeno esiste. A questo punto non gli resta che tornare agli uomini, e ingannarli « affinché non possano capire dove vengono condotti e affinché, almeno durante il cammino, quei poveri ciechi si credano felici ». L’inganno ( parabola di straordinaria grandezza) è a sua volta compiuto, in un devastante paradosso, proprio nel nome di colui, Cristo, che sarebbe dovuto essere il detentore della verità e della salvezza. È necessario mantenere la menzogna per non rivelare che il dis -ingannatore è a sua volta una menzogna. Il grande inquisitore decide così di « tornare e unirsi agli uomini intelligenti ». Proprio in quest’ultima frase risiede l’eredità che ha assunto la Berberova: per Dostoevskij l’inquisitore è “l’uomo di mezzo”, la persona che si situa fra i supposti “eletti”, apparenti conoscitori del mistero, e gli umili, ignari e lontani da ogni interrogazione; colui che prima abbiamo chiamato il “personaggio intelligente”, il ricercatore di senso, che ricerca nonostante sia consapevole della fallacia di qualsiasi indagine. Ma anche in questo c’è un limite invalicabile, un capo delle tempeste non superabile: l’inquisitore si arrende (lasciando libero Cristo) poiché nonostante una vita ascetica e volta al bene, si accorge che la sua sola virtù nulla può contro un’intera schiera d’umanità che rimane invece grottesca, imperfetta, e totalmente inconsapevole. Questa è la parabola finale: giungere alla verità, e quindi alla virtù, è impossibile; ma anche qualora vi fosse qualcuno in grado di avvicinarsi, i suoi sforzi sarebbero vani di fronte alla manchevolezza degli altri esseri umani. L’armonia privata è utopia, e anche qualora dovesse essere raggiunta perirebbe immediatamente al confronto con la dis-armonia universale. Sonja, in questo senso, è totalmente figlia del pensiero dostoevskiano: dopo lunghe riflessioni sul senso dell’esistenza riesce solo ad approdare ad un universo di buio e di caos, e arrivando alla consapevolezza dell’utopia dell’armonia la sua stessa indagine, e quindi la sua vita, le risultano inutili:

Non c’è equilibrio. Ora, ciò che manca di equilibrio, di armonia, di misura, non esiste. Ogni creatura umana dev’essere armoniosa. Dunque, io non esisto, non sono mai esistita. Ho la forza di confessarmelo. Ci sono esseri e personaggi di libri che vi trasmettono la consapevolezza della loro inesistenza. Accanto a questo, però, si trova in loro un folle orgoglio: sono fieri di non essere come gli altri, d’essere franti, perduti, di vivere in questo mondo così com’è, in un’epoca in cui nulla esiste, e d’altronde non hanno bisogno di nulla. Perché, dunque, io non sono affatto fiera di pensarla così? Non ne traggo alcuna gioia perversa. L’orgoglio e la gioia mi avrebbero accecata per tutta la vita e non avrei visto questa terribile miseria spirituale, il vuoto al quale sono arrivata. Il fatto di vederlo non mi dà alcuna soddisfazione. Sì, lo vedo. No, non mi faccio illusioni. Sì, è il vuoto.

Cos’altro potrebbe esserci? A volte mi dico che potrebbe esserci altro, nonostante tutto.
L’argomento è vasto, vastissimo, e certo meriterebbe lunghi approfondimenti; ma basti per ora questa piccola nota a piè di pagina, il tentativo di mettere in luce una grande possibilità dell’arte, ovvero quella di re-citare il passato (basti pensare ai Palinsesti di Genette) arricchendolo e talvolta superandolo. Le interrogazioni dostoeskiane manifestano così la loro eterna interpretazione, e tra le mani della Berberova, pur mantenendo intatto il loro valore di quesiti universali, divengono il supporto e la cristallizzazione delle lamentazioni di un popolo in esilio.

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  1. aloisia ha detto:

    Bell’articolo. Interessante il parallelo tra il gigante russo e la meno nota Berberova. E poi che chicca la citazione ai Palinsesti di Genette! Ormai quel libro non se lo fila più nessuno.
    Complimenti all’autore.

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