Vasilij Grossman: una traduzione inedita, ed una lettera a Chruščev.

traduzione a cura di Valeria Cavalloro

Nella lettera datata 23 febbraio 1962, Vasilij Grossman chiedeva a Chruščev di chiarire la sorte di Vita e Destino, confiscatogli (manoscritto e dattiloscritto), oltre un anno prima, in seguito alla denuncia della redazione della rivista “Znamja” al Comitato Centrale del PCUS. Alcuni mesi dopo, Michajl Suslov, una delle più tetre figure del comando post-stalinista, lo avrebbe informato che il libro non solo non sarebbe mai stato stampato, ma anche che il testo non gli sarebbe stato restituito in nessuna delle sue copie. La sua sopravvivenza si deve al poeta Semen Lipkin, che portò l’esemplare manoscritto ad Andrej Sacharov perché lo trasferisse su una pellicola, che lo scrittore Vladimir Vojnovič riuscì poi a portare all’estero. Pubblicato nel 1980 in Svizzera, e in seguito in molti altri paesi d’Europa (in URSS ha visto la luce solo nel 1988, dopo 24 anni dalla morte dell’autore), Vita e destino è però in realtà soltanto la seconda metà di un’opera concepita in due grandi capitoli, il primo dei quali, Per una giusta causa soffre tuttora la sorte di un lungo silenzio editoriale e di un ingiustificato oblio.  Noi speriamo che la recente riscoperta e rivalutazione di Grossman porranno presto rimedio a questa situazione. Intanto, vi presentiamo qui la traduzione  inedita di un estratto della lettera e il primo capitolo inedito di Per una giusta causa.

Vasilij Grossman a Nikita Chruščev , 23/02/1962

«Ho cominciato a scrivere il libro prima del XX congresso del partito, quando era ancora vivo Stalin. A quel tempo, sembrava, non c’era ombra di speranza per la sua pubblicazione. E tuttavia io l’ho scritto. La vostra relazione al XX congresso ha accresciuto la mia certezza. I pensieri dello scrittore, i suoi sentimenti, il suo dolore, non sono che una piccola parte dei pensieri generali, del dolore generale, della verità generale. Avevo previsto, presentando il manoscritto alla redazione, che tra autore e redattore sarebbe nata una disputa, che il redattore avrebbe chiesto l’accorciamento di alcune pagine, forse di alcuni capitoli. Il redattore della rivista, Koževnikov, e così i dirigenti dell’Unione degli Scrittori Markov, Sartakov e Šipačev, dopo aver letto il manoscritto, mi dissero che il libro non si poteva stampare, che era dannoso… È già un anno che il libro mi è stato confiscato… È già un anno che io penso con insistenza alla sua tragica sorte, cerco una spiegazione a quanto è accaduto.

Io so che il mio libro è imperfetto, che non va neanche messo a confronto con le opere dei grandi scrittori del passato. Ma qui non si tratta della fiacchezza del mio talento. Si tratta del diritto di scrivere la verità, provata e maturata durante lunghi anni di vita. Perché mai al mio libro, che forse in qualche misura risponde alle domande interiori delle persone sovietiche, un libro nel quale non c’è menzogna né calunnia, ma c’è la verità, il dolore, l’amore verso le persone, è imposto un divieto? Se il mio libro è una menzogna, che sia detto dalla gente che desidera leggerlo. Se il mio libro è una calunnia, che se ne parli… Quando il mio manoscritto è stato confiscato, mi è stato fatto prendere l’impegno che alla divulgazione di questo fatto avrei risposto in sede penale… Mi è stato raccomandato di rispondere alle domande dei lettori che non avevo ancora finito il lavoro sul manoscritto, che questo lavoro si sarebbe protratto per lungo tempo. In altre parole, mi è stato ordinato di dire il falso. I metodi con i quali si è voluto tenere segreto tutto ciò che è accaduto al mio libro non sono i metodi della battaglia contro la falsità, contro la calunnia. Non si combatte così la menzogna. Così si combatte contro la verità… Sono convinto che gli stessi severi e intransigenti accusatori del mio libro dovranno in molte cose cambiare il loro punto di vista, dovranno riconoscere come sbagliata la serie di accuse radicali che hanno pronunciato all’indirizzo del mio manoscritto un anno e mezzo fa, prima del XXII congresso. Io chiedo di restituire la libertà al mio libro, affinchè di esso parlino e discutano con me dei redattori, e non i collaboratori del Comitato di Sicurezza Nazionale. Non c’è senso, non c’è verità nell’attuale stato delle cose – nella mia libertà materiale, quando il libro al quale ho dedicato la vita si trova in prigione – visto che io l’ho scritto, visto che non l’ho rinnegato e non lo rinnegherò. Ritengo, come prima, di aver scritto la verità, di averla scritta amando e compiangendo gli uomini, credendo negli uomini. Io chiedo la libertà per il mio libro…»

Per una giusta causa, parte I, capitolo I

Petr Semenovič Vavilov ricevette la cartolina di precetto.

Qualcosa si era contratto nella sua anima, quando aveva visto Maša Balašova attraversare la strada dritta verso il suo cortile portando in mano un foglietto bianco. Era arrivata sotto la finestra senza aver gettato neanche un’occhiata alla casa, e per un istante era sembrato che avrebbe tirato di lungo, ma a quel punto Vavilov si era ricordato che nella casa vicina non erano rimasti uomini giovani, e che ai vecchi non si consegnano cartoline di precetto. E non ai vecchi, infatti: di colpo si sentì tuonare nell’atrio, evidentemente nella semioscurità Maša aveva inciampato e il bilanciere, cadendo, aveva rimbombato nel secchio.

Maša Balašova a volte faceva una capatina di sera dai Vavilov, studiava nella stessa classe della loro Nastja ancora da poco, e le sue cose erano da loro. Chiamava Vavilov “zio Petr”, ma questa volta disse:

– Firmate la ricevuta della cartolina, – e non rivolse neanche una parola all’amica.

Vavilov si sedette al tavolo e firmò.

– Ecco fatto, – disse dopo essersi alzato.

E questo “fatto” non riguardava la firma sul registro, ma la vita domestica, familiare, che stava finendo e che per lui in quel momento si spezzava. E la casa, che si era preparato a lasciare, appariva di fronte a lui buona e amorevole. La stufa, che fumava negli umidi giorni di marzo, la stufa con il laterizio spuntato da sotto l’imbiancatura, con la schiena sporgente per la vecchiaia, gli sembrava buona come una creatura vivente che per tutta la vita gli aveva vissuto accanto. D’inverno, dopo essere entrato in casa e aver disteso davanti a lei le dita contratte dal gelo, inspirava il suo calore, e di notte si scaldava nel pellicciotto di pecora, sapendo a mente in quali punti era rovente e in quali si era raffreddata. Nel buio, preparandosi per il lavoro, si alzava dal letto, le si accostava, e per abitudine scovava la scatoletta dei fiammiferi e le pezze da piedi lasciate ad asciugare per tutta la notte. E tutto, tutto: la tavola e la panchetta vicino alla porta, sedendo sulla quale la moglie puliva le patate, e la fessura tra le assi vicino alla soglia, nella quale i bambini gettavano un’occhiata per spiare la vita clandestina dei topolini, e le tendine bianche alle finestre, e la ghisa, così nera di fuliggine che al mattino non l’avresti distinta nella tiepida oscurità della stufa, e il davanzale, dove in una scatola stava una pianta di fiori rossa, e l’asciugamano sul chiodino – tutto questo diventava per lui amabile e caro in modo particolare, tanto amabile e tanto caro come potevano essere amabili e care solo le creature viventi. Dei suoi tre bambini, il figlio maggiore Aleksej era partito per la guerra, e a casa vivevano la figlia Nastja e il figlioletto Vanja, di quattro anni, giudizioso e scioccherello a un tempo, che Vavilov aveva soprannominato “samovar”. E veramente somigliava a un samovar: rubicondo, panciutello, con un piccolo rubinettino sempre in vista attraverso i calzoncini aperti, sempre a sbuffare con un’aria esperta e importante.

La sedicenne Nastja già lavorava al kolchoz, e con i suoi soldi si era comprata un vestito, degli stivaletti e un berrettino di panno rosso che trovava molto elegante. Vavilov, guardando la figlia uscire a passeggiare emozionata e felice con il famoso berretto, e andare per strada tra le amiche, di solito pensava tristemente che dopo la guerra ci sarebbero state più fanciulle che fidanzati.

Sì, qui era la sua vita. Dietro quel tavolo sedeva di notte Aleksej, preparandosi per l’istituto di agronomia, facendo insieme ai compagni i compiti di algebra, di geometria, di fisica. Dietro quel tavolo Nastja leggeva con le amiche l’antologia della Letteratura patria. Dietro quel tavolo sedevano i figli dei vicini, venuti in visita da Mosca e da Gor’kij, raccontavano della loro vita, del lavoro, e la moglie di Vavilov, Mar’ja Nikolaevna, arrossita per il gran caldo della stufa e per l’agitazione, offriva agli ospiti i pirogi, il tè con il miele e diceva:

– Che fare, anche i nostri andranno in città a studiare da professori e ingegneri.

Vavilov tolse dal baule il fazzoletto rosso, nel quale erano avvolti i certificati e le fedi di nascita, e ne tolse la sua tessera militare. Quando ripose di nuovo nel baule il pacchettino con i documenti della moglie e della figlia e il certificato di nascita di Vanja dopo aver spostato i suoi nella tasca della giacca, ebbe come la sensazione di starsi staccando dalla sua famiglia. E la figlia lo guardò con uno sguardo nuovo, indagatore. In quei momenti lui diventava per lei in qualche modo diverso, come se un velo invisibile fosse steso tra loro. La moglie doveva tornare tardi, l’avevano mandata con altre donne a spianare la strada verso la stazione – la strada per la quale gli autocarri militari portavano fieno e grano ai convogli.

– Be’, figliola, anche il mio tempo è arrivato, – disse.

Lei gli rispose piano:

– Non preoccupatevi per me e per la mamma. Noi lavoreremo. Basta che torniate salvo. – E dopo averlo guardato da sotto in su aggiunse: – Magari incontrerete il nostro Aleša, in due sarete più allegri anche lì.

A quello che lo aspettava di lì a poco Vavilov ancora non pensava; i pensieri erano occupati dalla casa e dalle faccende che non erano state finite al kolchoz, ma questi pensieri diventavano nuovi, altri rispetto a un minuto prima. In primo luogo bisognava fare quelle cose di cui la moglie da sola non poteva venire a capo. Cominciò da quella più facile: incastrò l’ascia sul manico già preparato che giaceva sulle scorte. Poi sostituì la consunta traversa nelle scale e si arrampicò ad aggiustare il tetto. Prese su con sé alcune tavole nuove, l’ascia, il seghetto, la borsa dei chiodi. Per un attimo gli sembrò di essere non un uomo di quarantacinque anni, padre di famiglia, ma un ragazzino che montasse sul tetto per la gioia di qualche gioco discolo: ora sarebbe uscita di casa la madre e, riparandosi gli occhi dal sole con i palmi, avrebbe guardato in alto, e gridato:

– Petka, che ti venga… scendi! – e avrebbe battuto un piede nell’impazienza, stizzendosi di non poterlo afferrare per un orecchio. – Scendi, ti dico!

E involontariamente gettò uno sguardo alla collina coperta di sambuco e buttero fuori dal villaggio, dove si vedevano rare croci che sprofondavano nella terra. Per un istante gli sembrò di essere interamente colpevole: davanti ai bambini, davanti alla quieta madre – adesso ormai non avrebbe fatto in tempo ad aggiustare la croce sulla sua tomba – davanti alla terra, che questo autunno non avrebbe arato, davanti alla moglie, sulle cui spalle si sarebbe spostato tutto il peso che portava lui. Scrutò il villaggio, la larga strada, le case e i cortiletti, il bosco che si oscurava in lontananza, l’alto cielo chiaro: ecco, qui era la sua vita. La nuova scuola spiccava come una macchia bianca, il sole brillava sulle sue grandi vetrate, biancheggiava il lungo muro della stalla del kolchoz, da dietro i lontani alberi si vedeva il tetto rosso dell’ospedale.

Aveva tanto faticato qui! Era stato lui, con i suoi compaesani, a innalzare la diga, a costruire il mulino, a spaccare la pietra per la costruzione del magazzino d’inventario e della stalla, a portare il legname per la nuova scuola, a scavare gli sterri per le fondamenta. E quanta terra del kolchoz aveva arato, e quanto fieno falciato, e quanto grano mietuto! E quanti mattoni aveva fatto con i suoi compagni di brigata! Di quei mattoni erano fatti l’ospedale, la scuola, il club, e persino nel quartiere li avevano portati, i suoi mattoni. Per due stagioni aveva lavorato sulla torba – sulla palude un tale ronzio di zanzare che il diesel non si sentiva. Così tanto, così tanto aveva battuto con il martello, e spaccato con l’ascia, e scavato con la vanga, e fatto il carpentiere, e montato vetri, e arrotato gli attrezzi, e fatto il meccanico…

Scrutava ogni cosa: le case, gli orti, le strade, le viottole, scrutava il villaggio e allo stesso modo scrutava la vita. Ecco che andavano verso il direttorio del kolchoz due vecchi – l’irritato disputatore Puchov e il vicino di Vavilov, Kozlov, che la gente chiamava alle sue spalle Kozlik. Uscì di casa la vicina Natal’ja Degtjareva, si avvicinò al portone, lanciò un’occhiata a destra, a sinistra, si diede da fare con le galline dei vicini e tornò indietro, nella casa.

No, tracce del suo lavoro sarebbero rimaste.

Vedeva come i trattori e le macchine combinate, falciatrici, trebbiatrici, avessero invaso il villaggio dove suo padre aveva conosciuto solo l’aratro e il correggiato. Vedeva come se ne andavano dalla campagna a studiare i giovani ragazzi e ragazze e tornavano agronomi, insegnanti, meccanici, zootecnici. Sapeva che il figlio del fabbro Pačkin era diventato generale, che prima della guerra erano venuti ospiti dai loro parenti dei giovani di campagna diventati ingegneri, direttori di fabbrica, operai provinciali di partito.

Vavilov guardò intorno ancora una volta.

Aveva sempre voluto che la vita dell’uomo fosse spaziosa, luminosa, come questo cielo, e aveva lavorato, innalzando la vita. E non certo invano avevano lavorato lui e milioni di uomini uguali a lui. La vita andava a gonfie vele.

Finito il lavoro, Vavilov scese dal tetto e andò verso il portone. Di colpo gli tornò alla memoria l’ultima notte di pace, alla vigilia di domenica 22 giugno: tutta l’enorme, giovane operaia e kolchoziana Russia cantava, suonava la fisarmonica nei parchi cittadini, sulle piste da ballo, sulle strade di campagna, nei boschetti, nelle macchie, sui prati, presso i ruscelli natali…

E di colpo era calato il silenzio, il suono della fisarmonica era stato interrotto.

Ecco che presto sarebbe stato già un anno da quando sopra la terra sovietica si era levato quel silenzio severo, senza sorriso.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Davide ha detto:

    Riesumo questo vecchio post in quanto ho appena finito di leggere “Vita e destino” di Grossman, venendo a sapere soltanto a lettura terminata che nelle intenzioni dell’autore costituiva il secondo capitolo di un’opera più ampia.
    Con grande tristezza scopro che non esiste una traduzione in italiano di “Per una giusta causa”. Mi chiedevo se quanto fatto intravedere in questo post da Valeria Cavalloro è la premessa per una traduzione completa.. sarebbe una notizia fantastica.

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