Viaggio alle frontiere dell’orrore. Un ricordo di Céline e di “Viaggio al termine della notte”

di Chiara Impellizzeri

Il en sortait encore quelques-uns des visiteurs de la maison, mais ils n’avaient pas le même air qu’hier les visiteurs. Une femme de ménage des environs, que je connaissais bien pleurnichait en sortant. « On dirait décidément que ça va encore plus mal, que je me disais. En tout cas, ça va sûrement pas mieux… Peut-être qu’il est déjà passé ? que je me disais. Puisqu’il y en a une qui pleure déjà !… » La journée était finie.
Je cherchais quand même si j’y étais pour rien dans tout ça. C’était froid et silencieux chez moi. Comme une petite nuit dans un coin de la grande, exprès pour moi tout seul.
De temps en temps montaient des bruits de pas et l’écho entrait de plus en plus fort dans ma chambre, bourdonnait, s’estompait… Silence. Je regardais encore s’il se passait quelque chose dehors, en face. Rien qu’en moi que ça se passait, à me poser toujours la même question.
J’ai fini par m’endormir sur la question, dans ma nuit à moi, ce cercueil, tellement j’étais fatigué de marcher et de ne trouver rien.

Louis Ferdinand Céline

E, fra parentesi: vi lascia sobri?
Si può leggerlo di mattina?
È anche congiunto al presente?

Bertolt Brecht

(La citazione iniziale, tratta da Viaggio al termine della notte, rappresenta indirettamente, attraverso l’ascolto di alcune donne ‘piagnucolanti’, la straziante scena della morte di Bébert, un bambino tifoide che Bardamu, il medico protagonista del romanzo, ha cercato inutilmente di salvare. Con questa citazione vogliamo introdurre un piccolo ricordo del suo autore.)
L’1 luglio 1961 moriva Céline, ovvero Louis Ferdinand Destouches, grande scrittore francese, innovatore della lingua, collaborazionista e autore di quattro pamphlet di stampo reazionario e dichiaratamente antisemita.

Celebrarlo? I francesi ufficialmente non lo faranno: il Ministro della Cultura François Mitterand ha deciso di escludere lo scrittore dalla «Recueil des célebrationes nationales de 2011» nella quale era stato precedentemente inserito da un comitato di esperti nominato da Mitterand stesso. L’esclusione è dovuta alle proteste di Serge Klarsfeld, fondatore dell’Association des fils et filles des déportés juifs de France, che lamenta la presenza di un antisemita all’interno della lista delle celebrazioni nazionali; il volume è stato mandato al macero e ripubblicato senza Céline. Su Le Monde si è scatenata ovviamente una vivace polemica sul caso.
Assodato che la collaborazione di Céline col regime nazista fu un appoggio ideologico e non materiale, che lo scrittore visse comunque ai margini della politica ufficiale, e che pagò con carcere e l’esilio la sua scelta di campo, resta aperta comunque la questione della responsabilità intellettuale presente nelle opere letterarie e del significato di questa damnatio memoriae. Leggere Céline significa essere portati inconsciamente ad aderire a un’ideologia razzista e reazionaria?
Ovviamente la questione è più complessa: la potenza di Céline, oltre che nella bellezza estetica della forma, è tutta nelle laceranti contraddizioni indistricabili della sua ideologia e della sua vita. Céline visse appena ventenne il macello della prima guerra mondiale, vide in America gli effetti alienanti del lavoro capitalista sugli operai, lavorò come medico in un consultorio di banlieu e traspose il suo vissuto (in una forma non banalmente biografica e realistica) all’interno di quello che resta uno dei più significativi romanzi del Novecento, Viaggio al termine della notte; diede voce ai «dannati della terra», e lo fece in una lingua nuova, «antiborghese», innalzando a dignità letteraria l’argot e il linguaggio parlato popolare.
Eppure Céline è lontanissimo da qualunque illusione populista: in lui la pietas si scontra sempre con la verità cruda della méchanterie di ogni essere umano, i lirici inni alla bellezza della vita, l’urlo sconvolto di fronte all’orrore assurdo della morte e della guerra, si intrecciano sempre con una totale mancanza di fede nell’uomo e nella possibilità di un progetto sociale che lo riscatti. Al contempo il Voyage è anche un tentativo di preservare, a livello individuale, un’essenza di dignità umana, portando la Parola del suo romanzo come un’ apocalittica rivelazione: «La verità di questo mondo è la morte», «Quello che vuole la gente, con quella sua aria da niente, è uccidere e farsi uccidere», «La grande sconfitta, in tutto, è dimenticare, e soprattutto dimenticare quel che vi ha fatto crepare, e crepare senza capire mai fino a che punto gli uomini sono vacche».
Ma è un’apocalissi senza Fede e senza Dio, che ghigna sulla devastazione con tanto disprezzo quanta disperazione. L’unica salvazione possibile spetta ai poveri, ai «dannati della terra», e consiste nel prendere consapevolezza della stessa verità céliniana, di perdere durante il ‘viaggio’ tutte le menzogne che gli sono state inculcate, e «svuotarsi della loro obbedienza, vomitarla. Se ci sono arrivati prima di morire del tutto, allora possono vantarsi di non aver vissuto per nulla». La rivolta di Céline non ha sbocco, rimane una tensione irrisolta che tende sempre verso un termine della notte irraggiungibile o indicibile; eppure scrivere un romanzo non è che un atto di fede inconscio verso il pubblico d’uomini che dovrà leggerlo?
In queste continue oscillazioni è condensata una delle caratteristiche più interessanti dell’arte di Céline. Anche nello stile, la sua parola aerea, leggera, «saltellante», danza sui bordi di un abisso, tocca e cerca di resistere a ciò che nella vita è per lui pesantezza, flaccidezza «debordante», materiale e morale: da qui la costellazione d’immagini del Voyage che ruotano attorno allo sconfinamento del corpo (le viscere dei morti nei campi di battaglia, la defecazione, il vomito, l’aborto) e dello spirito (la retorica sublime del patriottismo e dell’amore, che per Céline è un esempio di mancanza di pudore, esternazione oscena e ostentata di un’intimità falsa); da qui il ritmo della sua prosa, in cui a vette di quasi lirismo si succedono prontamente movimenti desublimizzanti.
Céline è uno scrittore di frontiera, in bilico tra pietas e disprezzo, tra rivolta e reazione, tra amore per la bellezza e nausea dell’esistenza. Se l’affabulatorietà di certi brani trascina il lettore portandolo quasi ad aderire a visioni del mondo pericolosamente antidemocratiche, è vero anche che la sua lettura paradossalmente ci spinge a non tornare «sicuri nelle nostre tiepide case» ma a trovare con un lui la nostra «piccola notte in un angolo della grande».
Del resto è proprio quando abbandona la frontiera per isolare, nei pamphlet antisemiti, la figura fantomatica dell’ ebreo- verme, male tutto esterno che corrode il corpo sociale e che va igienicamente estirpato, che Céline cade nel ‘delirio’ e perde parte del suo interesse. Tentare allora di risolvere lo ‘scandalo Céline’ semplicemente rimuovendone la memoria è un facile sistema per evitare di far i conti con gli aspetti più ambigui del nostro pensiero. È un ripetere, come l’immaginario pubblico di Littell (tra l’altro uno dei tanti scrittori che a Céline deve molto) ne Le benevevole: «Non siamo tuoi fratelli e non vogliamo sapere». Sarebbe più utile invece interrogarsi sui modi in cui tramandarne la memoria e la lettura, sul significato della sua opera e della sua vita per noi oggi. Perché se, come scrive Frédérique Leichter-Flack, «non esistono letture innocenti di Céline», in generale la lettura non dovrebbe mai essere innocente. Céline ce lo ricorda una volta di più.

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